La vita nel presbiterato e la comunione ecclesiale: la meditazione di mons. Camisasca nell’omelia della Messa del Crisma.

Eccellenza Reverendissima, caro Vescovo Adriano,

carissimi sacerdoti e diaconi della nostra diocesi di Reggio Emilia – Guastalla,

cari fratelli e sorelle tutti,

A tutti voi il mio saluto e il mio augurio. Oggi parlerò soprattutto ai presbiteri e per i presbiteri: è la loro giornata, è la nostra giornata. Dico “nostra” in quanto presbitero di questa Chiesa. Ma ciò che dirò vale anche, per analogia, per i diaconi qui presenti e per tutti i fedeli laici. Tutto ciò che viene detto per un ordine nella Chiesa vale in realtà per tutti, fatti i dovuti accomodamenti, perché ciò che il Signore vuole insegnare ad uno costituisce sempre un insegnamento per tutti. Per esempio: dalle parole che vi ho scritto nella mia lettera sul celibato, possiamo benissimo comprendere cosa sia il matrimonio; da ciò che dirò sulla vita presbiterale si può comprendere che cos’è la vita familiare; quando parlo del sacerdozio ministeriale si può capire che cos’è il diaconato, eccetera. Le parole che sto per dire mi sembra potranno valere, in modo analogico, per tutti i presenti. Ho deciso anche di non scrivere niente, ma di parlare a braccio, tenendo solo degli appunti, in modo da essere più diretto nella comunicazione con voi.
La prima cosa che voglio fare con voi quest’oggi è ringraziare il Signore che ci concede ogni anno di vivere assieme questa nostra giornata. È un dono grande di Dio! È un dono bello poterci trovare qui assieme, perlomeno con la maggioranza dei presbiteri diocesani. Ci sono certamente anche quelli che non possono muoversi da casa, forse ci sono anche quelli che non sanno muoversi dalla parrocchia: ma la maggioranza siete qui.
Possiamo allora vivere assieme questo momento, che io sento essere un momento evangelico, come quando Gesù disse agli apostoli: Andiamo un poco a riposare (cf. Mc 6,31), togliamoci un poco dalle attività quotidiane stressanti e riposiamoci. Dove possiamo riposare, cari fratelli e sorelle, se non sul petto di Gesù (cf. Gv 13,25)? Se non nell’eucarestia? L’eucarestia dovrebbe essere, durante la nostra giornata, il momento più alto di riposo. Purtroppo sappiamo che non sempre è così, anche il vescovo lo sa. Talvolta arriviamo alla celebrazione della messa con in testa troppe cose, con nel cuore troppi drammi, troppe fatiche… e usciamo dalla messa come prima.
La celebrazione della messa dovrebbe essere il momento culmine della nostra giornata e, in particolare, della nostra settimana, quando la celebriamo con la comunità che ci è affidata.  Un momento preparato, in cui portiamo tutte le nostre attese, tutte le nostre domande, tutte le attese e le domande delle persone che si rivolgono a noi. Realmente un momento cosmico in cui, dalle zone buie dell’umanità, sale a Dio il grido: Salvaci! (cf. Sal 44,27). Realmente l’eucarestia trasforma i buchi neri della vita nella folgorante luce della risurrezione.
Quindi aiutiamoci tutti, il vescovo per primo, a non partecipare, a non vivere la messa come un momento senza preparazione prossima e remota, senza quell’“ite missa est” (oggi tradotto in vario modo) che ha questo significato: “La messa deve invadere la nostra giornata”. Certamente non nel moltiplicarsi delle messe, ma nella trasformazione della vita secondo la grazia che nella messa ci è data: la grazia del Confiteor, quella del Gloria in excelsis, la grazia delle letture scritturistiche, la grazia dell’offertorio, la grazia della consacrazione, della comunione, della missione.
La celebrazione della messa sia realmente per ciascuno di noi un punto di riposo! Talvolta, incrociandovi, vi vedo stanchi e affaticati. Mi domando cosa posso fare, non tanto per ridurre questa stanchezza, ma per aiutare la vostra stanchezza, per aiutarvi ad offrirla, a viverla nella fede, nella comunione, sapendo che è anche e soprattutto attraverso i nostri sacrifici, lietamente donati, che Dio edifica il suo Corpo.
So che avete tanti incarichi: stare fra la gente, partecipare alle sofferenze del popolo, scontrarvi con l’ideologia del mondo, con la crisi radicale della fede. Ma Cristo non ci ha chiamati per operare in un mondo ideale o in una Chiesa ideale: ci ha chiamati per questo mondo, per questa Chiesa! Ci ha chiamati perché Egli sa che attraverso di noi tante altre persone possono essere chiamate, possono scoprire il Suo volto luminoso! Ci ha chiamati per essere suoi tramiti, sue icone, sua trasparenza. Anche noi, che siamo fatti di terra e di tutte le nostre debolezze, che siamo fatti addirittura di sterco… Ma non è forse Gesù stesso a pregare con il Salmo: Io sono verme, non uomo (cf. Sal 21,7)? Per questo, consapevoli di tutta l’inermità del Suo abbassamento, anche noi, con la nostra pochezza, possiamo dire: “Sì Signore, io sono verme non uomo”, ma proprio per questo tu mi hai scelto, per partecipare in questo modo alla grande missione del Figlio, affinché gli uomini lo possano conoscere.
L’anno scorso vi indicavo tre strade importanti per la nostra rigenerazione: la Liturgia delle Ore, il Messale e il Lezionario. Anche quest’anno ero tentato di soffermarmi su queste strade della nostra umanità. Ricordo una grande omelia di San Paolo VI, in cui egli diceva: “Cristo ci è necessario!”. La preghiera, la messa e la meditazione ci tengono saldamente uniti a lui. Io non so quanti di noi recitino e vivano quotidianamente la Liturgia delle Ore. Spero che siano molti, perché la Liturgia delle Ore è la Messa nelle ore del giorno. La Liturgia delle Ore è la forma più facile di preparazione alla Messa e di continuità del sacrificio eucaristico: essa ci immerge nella storia della salvezza, ci fa mediatori fra Dio e gli uomini che ci sono affidati. La Liturgia delle Ore ci fa voce di tutti i poveri, ci fa grido di tutti i sofferenti. La Liturgia delle Ore cambia la storia del mondo. Oserei dire che cambia le decisioni di Dio: ci fa entrare nell’onnipotenza della preghiera, che è capace di mutare quanto Dio ha deciso. Mistero oltre ogni mistero: che Dio si pieghi al pianto del bambino, della vedova, del prete, dell’uomo, del sofferente. Dio può fare questo perché è persona, perché è amante, perché è libero. Noi possiamo chiedergli tutto perché siamo persone, amanti e liberi. In questo dialogo misterioso fra Dio e l’uomo, fra l’uomo e Dio, abissus invocat abissum, l’abisso chiama l’abisso (cf. Sal 42,8). L’abisso della libertà di Dio si lascia chiamare dall’abisso della libertà dell’uomo. Ecco la Liturgia delle Ore.
Il Messale con le sue preghiere, il Lezionario con i suoi testi biblici che ci permettono quotidianamente un accostamento alla Parola di Dio, letta all’interno della sensibilità della Chiesa e dei tempi liturgici… Tutto l’Antico Testamento è anticipazione della vita di Cristo. I vari tempi liturgici non hanno altra funzione che quella di immergerci nei misteri della vita di Cristo. La Chiesa non ci lascia soli: è consapevole delle nostre fatiche, ma è anche molto generosa nell’aiuto alla nostra vita.
Un’altra forma di aiuto che vorrei raccomandarvi, e che la Chiesa ci offre con facilità, è l’adorazione eucaristica. L’adorazione eucaristica è stata l’“università della mia vita”: da essa ho imparato il silenzio, la teologia della storia. Chi guida il mondo? Trump, Macron, la Merkel? No: il mondo è guidato da quel piccolo e inerme pezzo di pane, che sembra non parlare. Nella misura della nostra consuetudine con Lui, l’eucaristia parla continuamente a noi e ci rivela orizzonti sconfinati, che il nostro affanno quotidiano neppure sa più conoscere. Durante l’adorazione eucaristica possiamo scorgere gli orizzonti dell’universo, dell’universale carità del Padre, gli orizzonti del suo inabissarsi negli inferni del mondo per risollevare il popolo al suo volto e al suo bacio. Sì, baciami Signore con i baci della tua bocca (cf. Ct 1,2), così comincia il Cantico dei Cantici. Nell’eucarestia e nell’adorazione eucaristica, Egli bacia continuamente la nostra umanità e ci riporta all’esperienza sponsale del nostro presbiterato.
Auspico che ci sia un maggior numero di centri di adorazione perpetua nella nostra diocesi. Chiedo alla Madonna, in questo Anno Santo della Ghiara, che crescano i luoghi di adorazione perpetua nella nostra diocesi, come somma vigilanza e aiuto verso i poveri.
Da tutte queste strade non può forse rinascere la nostra fraternità? Approfondendo la nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa, noi, che siamo un solo corpo, un solo spirito, che abbiamo una sola speranza, come dice san Paolo nella lettera agli Efesini (cf. Ef 4,4), scopriamo di essere membra gli uni degli altri perché siamo membra del suo corpo (Ef 5,30).
In quest’espressione tratta dalla Lettera agli Efesini, siamo membra del suo corpo, sono raccolte in pochissime parole tutte le verità necessarie alla nostra vita, e cioè la nostra appartenenza a Cristo e la nostra appartenenza alla Chiesa. Detto in altri termini: la nostra appartenenza reciproca.
Dobbiamo imparare a gioire e a soffrire per le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli, dei nostri fratelli presbiteri. Siamo spesso toccati in modo troppo superficiale dalle vite degli altri, forse perché talvolta ci sembra di avere troppe fatiche da portare, e crediamo non ci sia più spazio. Ma dobbiamo chiedere a Dio che si aprano gli spazi della nostra carità, così da poter condividere molto più fraternamente, oserei dire molto più passionalmente, le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli.
La comunione nel presbiterio nasce e discende dalla nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Essa vive quotidianamente nell’appartenenza alla Chiesa universale. Ciascuno di noi è ordinato per la Chiesa universale, ma concretamente è chiamato a vivere questa universalità del ministero nell’appartenenza a questa Chiesa, assieme al vescovo e sotto la sua guida.
Sento tante volte nelle vostre parole, e mi rallegro di questo, il richiamo al vescovo, il richiamo alla Chiesa diocesana. Talvolta ho la percezione che sia un richiamo al vescovo fintantoché il suo pensiero coincide con il nostro. Quando esso non coincide più, questo richiamo va scemando, o diventa addirittura delusione o contrapposizione.
Non bisogna avere per forza di cose le stesse idee del vescovo: non è questa la comunione ecclesiale! Ma bisogna confrontarsi seriamente e dal profondo del cuore con quello che egli dice, soprattutto ai suoi preti, ai suoi diaconi, ai responsabili della Chiesa più vicini a lui. Senza confronto continuo, libero e appassionato, con ciò che il vescovo dice e fa, non vi può essere viva comunione ecclesiale nella Chiesa. Allora non abbiamo più la percezione di essere un solo corpo. Invece, se maturiamo alla scuola della preghiera, dell’adorazione eucaristica, alla scuola delle necessità degli uomini, e soprattutto dei poveri (che sono gli uomini del mondo che più fra tutti attendono da noi la testimonianza della nostra unità), scopriremo sempre di più di essere un solo corpo. Talvolta invece ci vedono indecisi, incerti, litiganti, talvolta addirittura chiacchieroni e calunniosi. Come possono, allora, trovare la speranza per la loro vita? Per portare speranza dobbiamo portare comunione. Soltanto così i giovani aiuteranno i vecchi e i vecchi i giovani, i forti aiuteranno i deboli e i deboli i forti.
Pensavo di dedicare una parte della mia omelia al tema del celibato, ma ho già detto tutto quello che volevo dire nella lettera personale che vi ho scritto. Il celibato è la forma di vita che Gesù ha voluto per sé e per i suoi apostoli. Qui sta il fondamento della scelta della Chiesa latina. Questa forma di vita è stata molto feconda in duemila anni di storia della Chiesa: è una grande testimonianza del fatto che Dio basta, come ha scritto Teresa d’Avila. Dio basta per realizzare la vita della persona. Certo, questo “basta” è inclusivo e non esclusivo! Dio basta perché porta con sé tutto. Al prete non è esclusa l’affettività. Anzi, direi con una frase ardita: al prete è comandata l’affettività! Il prete non è un uomo castrato né nella sua affettività né nella sua sessualità. Gli è solo chiesto di non vivere la sessualità nella sua forma genitale, in modo che la sua affettività e la sua sessualità possano distribuirsi a tutto il popolo a lui affidato.
Il celibato non vuole ridurre, ma incrementare la potenza affettiva. Esso perciò esige legami affettivi veri, profondi, disinteressati e sacrificati con gli altri confratelli e con i fedeli.
Certo, chi non vive l’esperienza del celibato non la può capire, e soprattutto non può che sentirla come un peso. Ma se noi vi entriamo, chiedendo a Dio la grazia di risorgere dopo ogni errore e dopo ogni caduta, ne scopriremo la bellezza, la gioiosità, l’apertura di cuore che essa realizza, e la confidenza che ci dà nei confronti delle persone. D’altra parte il celibato è la strada che ci porta ai poveri. Senza celibato è molto più difficile il rapporto con chi è povero.
Per essere guide credibili ed efficaci dobbiamo essere capaci di sacrificio, di dedicare tempo gratuitamente alle persone. La persona deve diventare il centro del nostro ministero, non l’amministrazione! Dobbiamo essere capaci di gentilezza, di intensità affettiva e di perdono. Ma dobbiamo anche essere capaci di indicare la strada alle persone. Infatti le persone vengono da noi perché vogliono essere aiutate a trovare la strada della loro vita, non per avere generiche pacche sulle spalle o generiche asserzioni. Vogliono trovare una proposta coraggiosa, chiara, affascinante. Non possiamo permetterci di essere seminatori di incertezza. Ovviamente non possiamo proporre la fede in modo chiaro se i suoi contenuti non sono chiari in noi. Se non sappiamo chi è Cristo e che cosa ha portato nel mondo, non possiamo essere tramite di Lui. Se le nostre comunità non si fondano sulla fede in Cristo, così come essa è espressa dalla Chiesa, saranno deboli, e la loro vita sarà breve.
Vorrei da ultimo parlare della virtù dell’obbedienza: un tema difficile, una parola cancellata dal vocabolario, anche da quello cristiano. Quando don Milani scrisse: “L’obbedienza non è una virtù”, egli voleva riferirsi ai comandi autoritaristici di alcune autorità civili o ecclesiastiche. Ma quella critica all’autoritarismo noi, troppo facilmente, l’abbiamo interpretata come una critica all’autorità. Senza obbedienza non c’è cristianesimo. Innanzitutto perché senza obbedienza non c’è più Dio nella vita: a lui infatti dobbiamo innanzitutto obbedienza. Obbedire a Dio vuol dire entrare nel mistero del suo cammino nella storia, scoprire le sue vie che non sono le nostre, i suoi pensieri che non sono i nostri (cf. Is 55,8), accogliere ciò che nelle varie stagioni della vita Egli ci dice. E si tratta sempre di cose diverse: Egli sa e noi non sappiamo. Egli sa cosa accade nel mondo ed Egli sa cosa accade nell’uomo; Egli è provvidente e previdente, e sa anche permettere il male perché avvenga il bene.
Dunque l’assenza dell’obbedienza nella nostra vita è innanzitutto assenza di Dio. Dobbiamo metterci alla scuola di Dio e alla scuola di Cristo. Obediens factus usque ad mortem (cf. Fil 2,8). Senza l’obbedienza di Cristo non capiamo cosa sia il cristianesimo. Noi dobbiamo imparare ad entrare nell’obbedienza di Cristo, nella sua obbedienza al Padre. Non possiamo perciò trascurare di imparare l’obbedienza, altrimenti usciamo dal piano di Dio, usciamo dalla Chiesa.
Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). Anche noi siamo chiamati alla stessa obbedienza, e per questo, nel giorno della nostra ordinazione, abbiamo promesso al vescovo la nostra obbedienza in forma solenne. Si deve obbedire solo a Dio, ma non si può obbedire a Dio se non si obbedisce a degli uomini. Questa è la strada scelta da Dio: chi ascolta voi, ascolta me (Lc 10,16).
Allora nasce qui il dramma e la scoperta esaltante dell’obbedienza, che ci fa riconoscere di essere assieme e uniti, vescovo e preti, in un unico tragitto. In questo cammino ciascuno fa una parte, quella che gli è assegnata da Dio (e non la parte degli altri!). In questo cammino ciascuna parte è essenziale. Cosa sarebbe il vescovo senza i suoi presbiteri? Un disperato. Ma cosa sarebbero i presbiteri senza il vescovo? Pecore senza pastore (Ez 34,8).
Dobbiamo dunque entrare nel riconoscimento del posto che Dio affida a ciascuno di noi, e nell’obbedienza ai posti che Dio ha affidato a ciascuno degli altri. Questa è la logica sacramentale della vita della Chiesa, è la sua essenza, è la sua forma di vita, che ci permette di capire anche la vita degli uomini. Obbedienza, povertà e verginità non sono solo le virtù delle suore e dei preti, ma sono la strada della realizzazione della vita di ciascun uomo. Questo è ciò che noi dobbiamo insegnare, ma non possiamo insegnarlo se non lo viviamo.

Vi ringrazio di aver ascoltato questi miei pensieri, quasi un flusso del mio cuore, in questo momento, per voi. Certamente il presbiterio ha rappresentato per me in questi sette anni il mio pensiero costante, la mia gioia in tantissimi casi, e anche la mia fatica e il mio dolore in tanti altri. Vi sento come i miei fratelli più cari, come coloro che vorrei sempre a fianco a me, come partecipi vivi della mia missione, una missione che mi è stata affidata e che non ho scelto. Entrando nella maturità si scopre di essere stati scelti (cf. Gv 15,16). La più grande saggezza è perciò quella di aderire al gesto di Dio che crea il mondo ora. Amen.

 

 

Omelia nella Messa del Crisma – Cattedrale di Reggio Emilia, 18 aprile 2019

 

(Nell’immagine: Raffaello, «Disputa del Sacramento», Stanza della Segnatura, 1509.)

Massimo Camisasca

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