Il superiore della Fraternità san Carlo guarda la vigilia di Natale attraverso gli occhi di Maria. Dal Magnificat a una poesia di Divo Barsotti per accogliere una luce nella nella confusione del mondo.

La liturgia ci presenta ogni anno il mistero del Natale nella sua ambivalenza di gioia e di dramma. I vangeli che descrivono i fatti che accompagnano la nascita di Gesù parlano di luce e di tenebra. A volte non capiamo come possano stare insieme aspetti così contrastanti. Ma proprio invitandoci a stare di fronte a ciò che la nostra logica non comprende, la liturgia ci insegna uno sguardo più ampio, che rispetta la realtà nella sua interezza e la abbraccia nel suo aspetto di mistero.

Guardiamo alla scena raccontata nel vangelo di Luca. Qual è il sentimento che matura in Maria mentre ha davanti a sé l’angelo che le porta l’annuncio?

All’inizio la vediamo turbarsi. Più che per la presenza dell’essere misterioso che le parla, Luca pone la causa del suo timore nelle parole che l’angelo le rivolge: Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te. Maria sa che il Signore è l’Altissimo, il Dio impronunciabile del suo popolo. Mentre l’angelo le manifesta il mistero della Sua vicinanza, Maria avverte tutta la sua sproporzione. Sa di essere solo creatura. Fu molto turbata, scrive Luca, e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
Subito però la vediamo entrare in dialogo con l’angelo, la udiamo domandare spiegazioni. C’è qualcosa di regale nella spontaneità con cui Maria reagisce. Insieme all’evangelista contempliamo una giovanissima donna che, proprio mentre vive le sue umanissime emozioni, è straordinariamente vigile. Questa sua presenza a se stessa, immediata, dice della grandezza della persona di Maria. Alta più che creatura, canta Dante con meraviglia. Ed è la stesso stupore della Chiesa che la guarda come Vergine degna di onore, Madre ammirabile, Regina senza macchia.
Infine Maria risponde all’angelo con umiltà, e il suo cuore si riempie finalmente di gioia. È la gioia a cui l’angelo stesso l’aveva invitata subito, mostrandosi a lei. È la gioia che viene dall’elezione di Dio, dalla vocazione accolta, dall’altezza del compito con cui Dio la onora. L’Altissimo si è degnato di guardare l’umiltà della sua serva, dirà a Elisabetta.

Al centro dell’evento del Natale sta dunque anzitutto la gioia, perché al centro del Natale c’è il fatto ineffabile della presenza del Signore tra gli uomini. Gli angeli la annunciano ai pastori: Vi annuncio una grande gioia: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Pensiamo a Zaccaria ed Elisabetta, a Maria e Giuseppe: la visita di Dio che tocca le case dei primi che lo accolgono riempie i vangeli dell’infanzia di un’atmosfera di stupore, di silenzio e di esultanza. L’anima mia magnifica il Signore – chi è nella gioia è spinto alla lode e quasi non sa contenersi nel manifestare il suo entusiasmo – e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore.
Anche san Paolo dice ai Filippesi: Rallegratevi. La vostra amabilità sia nota a tutti. Non è un invito a comportarsi con affabilità ricercata. È ancora una volta la presa d’atto di un fatto: Il Signore è vicino.
Questo primo grande tema che definisce il Natale cristiano ha ancora oggi un’eco nelle atmosfere delle nostre città e delle case del mondo. Le luci, le musiche e i regali, che ancora riempiono i giorni natalizi nella nostra civiltà occidentale, hanno radice in quel fatto. Perfino nell’invito ad essere buoni scorgiamo un’eco delle parole di san Paolo.
Eppure quel fatto è stato dimenticato. Anzi, è sempre più sistematicamente nascosto, si vorrebbe cancellarlo del tutto dalla memoria dell’umanità. I sentimenti a cui in ogni modo veniamo richiamati in questi giorni vengono in questo modo recisi dalle loro radici. E appaiono così impotenti a coprire l’angoscia per la dura realtà in cui il mondo vive.
Quasi quarant’anni fa, in un poesia intitolata Vigilia di Natale, il grande sacerdote e monaco toscano Divo Barsotti esprimeva in una poesia il suo smarrimento di fronte a questa smemoratezza voluta e subita:

Che cosa vogliono gli uomini?
Dio si è allontanato per sempre?
Ogni cosa precipita giù,
túrbina in un vento di tempesta,
e poi cade in un silenzio
di morte.
È la vigilia di Natale
e nessuno lo sa:
dalle finestre chiuse,
gli uomini come prigionieri
guardano nella strada che è deserta. (22 dicembre 1977)

Guardando alla situazione del mondo e a quella di tante persone che incontriamo tutti i giorni, anche noi abbiamo spesso questa impressione. Tutto sembra cedere e turbinare verso il basso, come portato da una tempesta di irrazionalità che tutto confonde. Ciò che esiste di più delicato e di più sacro precipita nel vuoto ed è calpestato.
Accanto alla gioia di chi accoglie il Salvatore che viene, nel mistero storico del Natale è iscritta dunque anche questa realtà di rifiuto, di dimenticanza, di indifferenza. È un mistero di solitudine – la strada deserta di cui parla Barsotti – e di reclusione – le finestre chiuse, dalle quali gli uomini spiano l’esterno con paura, come dei prigionieri.
San Giovanni nel suo vangelo chiama tutto questo tenebre.
Si capisce allora perché nella liturgia di oggi, che celebra il mistero pieno di luce della maternità di Maria, già troviamo un rimando esplicito alla passione di Gesù. A uno sguardo mondano esso appare fuori luogo, ma rivela in realtà la profonda visione cristiana delle cose.
Isaia ci presenta il Salvatore come un misterioso personaggio e dialoga con lui, quasi in un canto che si svolge in visione.

– “Chi è costui che viene con le vesti tinte di rosso, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?”. Ecco la veste di porpora, segno regale e segno di sangue.
– “Sono io, che parlo con giustizia, e sono grande nel salvare”. Cristo, si presenta come Re magnanimo, dives in misericordia, che non risparmia se stesso quando è in questione la salvezza dell’uomo.
– “Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel torchio?”, chiede la voce del profeta. Perché sei vestito con le vesti del martirio?
– “Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno è con me”. Io sono il seme che deve rimanere solo e morire per portare frutto.

Colui che parla è il figlio di Maria. È lo stesso per cui Maria gioisce, mentre avverte nel suo grembo che si compie la parola dell’angelo. È lo stesso per cui gioiscono i pastori, è la gioia delle comunità cristiane di ogni tempo. È Cristo che dice: Mi sono macchiato di sangue, sono morto per te. Per te mi sono lasciato spremere nel tino. Ho dato la mia vita per la tua.
Nel Natale, fin dall’inizio, è nascosto questo mistero di sangue. Cristo entra nel mondo per essere schiacciato, come l’uva nel torchio, per redimere l’uomo dalla sua solitudine, dalla sua schiavitù, per riaprire all’umanità una strada che la conduca fuori dalla sua reclusione. Egli muore solo per riscattare l’uomo dalla sua solitudine.
Torniamo dunque a contemplare Maria mentre dice all’angelo: Accada di me secondo la tua parola. Nella grandezza della sua anima, Maria accetta la sua vocazione consapevolmente. Sperimenta una vera gioia, per il privilegio di un compito che non potrà mai essere eguagliato da nessun’altra grazia concessa a creatura umana. Ma nel suo sì accetta anche la sofferenza che ne verrà, accetta di essere resa compagna del martirio di suo figlio.
In questo modo Maria diventa modello per tutti noi. Ogni cristiano, infatti, è posto dalla sua vocazione al centro di questo dramma. La gioia cristiana, che deriva dalla chiamata che ci ha sottratto dalla confusione del mondo e dal compito di testimonianza che ci è stato affidato, è una gioia consapevole del sacrificio che abbraccia per la felicità degli uomini.

Omelia per la messa di Natale della Fraternità a Milano (Chiesa di Sant’Agostino),  Divina Maternità della Beata Vergine Maria,  21 dicembre 2014

nell’immagine: Madonna con Bambino, cattedrale di Toledo (Spagna)

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