La scoperta della verginità come possibilità per la propria vita, come compimento di ciò che il cuore ha desiderato e continua a desiderare.

Durante il periodo dell’università ho letto molti testi di don Giussani. Tra le varie tematiche ricorrenti vi era la «verginità», che a volte affiorava nei suoi testi restando semplicemente accennata o addirittura implicita, altre facendosi spazio nei titoli dei capitoli. Inizialmente, avvertivo questa parola come ‘scomoda’, eppure mi incuriosiva, perché era legata alla persona di Gesù. Era chiaro che per don Giussani amare significa assomigliare a Lui, all’amico, o all’amato, come tante volte lo chiama nei suoi testi e questa sfida non sembrava impossibile, pur esigendo un sacrificio.

A metà del mio percorso di studi ho letto con passione Lettere di fede e di amicizia. La vita descritta in quelle pagine era per me una vita vera, una vita vergine, una vita in croce, per di più vissuta con determinazione da un ragazzo giovanissimo. Dopo ormai anni di esperienza nel Movimento, quelle parole cominciavano a prendere forma dentro di me, incarnandosi nelle mie giornate.

Per la prima volta mi resi conto che la croce nella storia della santità cristiana è perfino paradossalmente desiderabile, anzi in quelle lettere questa misteriosa esperienza è presentata come un ideale che unisce a Cristo e alla comunione con i fratelli. È un amore che invita a non “vivere inutilmente” e che diventa missione.

Per fortuna nella mia vita di allora, quei testi erano accolti dentro il dono di grandi amicizie. Avevo persone con cui parlare di quei contenuti, scambiandoci esperienze, guardandosi l’un l’altro crescere.

Il testo di Giussani Si può vivere così? mi ha regalato una definizione importante: la verginità è «un possesso dentro un distacco». Mentre ero all’università alcune persone care, carissime, ci lasciarono per entrare in monastero, una forma di vita che indiscutibilmente chiede un distacco radicale, non senza lacrime…

Era chiaro che solo rispondendo al proprio destino si poteva essere davvero felici. L’assomigliare un po’ più all’amato non smise di farsi sentire come desiderio del mio cuore.

Ancora oggi, più volte, mi capita di vivere esperienze di distacco che rievocano quell’insegnamento.

Qui a Nairobi vive una coppia di cari amici, Matteo e Camilla. Un anno fa Matteo è dovuto tornare in Italia per degli accertamenti medici e ha scoperto di avere un linfoma. È stato duro vederli partire, ma sapere che stavano affrontando insieme la malattia con fede e letizia mi ha insegnato molto. Non ci sentivamo spesso, ma quelle poche volte avevano un’intensità eterna. Ciò che Matteo più desiderava, non senza timore, era assomigliare a chi gli aveva dato tutto e, spontaneamente, quasi senza accorgersene, lo comunicava. Tornato a Nairobi dopo le cure ci raccontava di come l’offerta delle sue giornate era per la nostra vita e per la nostra quotidianità e quanti passi si sono fatti in questa terra africana, proprio per questo suo dono gratuito e segreto!

Le parole che incontravo nei testi di don Giussani non smettono di farsi carne nell’oggi, dove trovo amici, fratelli e sorelle, che vogliono viverle con me, insieme, desiderando con speranza che la nostra vita non sia spesa inutilmente.

Qualche mese fa i miei superiori mi hanno chiesto di trasferirmi negli Usa, per cominciare insieme a un’altra sorella una nuova casa di missione. Ho avvertito questa chiamata come l’ennesimo invito a vivere più in profondità la verginità nella mia vita quotidiana. Sento il cuore leggero perché nuovamente Dio mi dona di scorgere nelle sue richieste una musica piacevole, che mi suggerisce che fare la sua volontà non è altro che trovare ciò che il mio cuore veramente desidera.

 
Nella foto, suor Elena Rondelli (in primo piano) e suor Francesca Salvi con alcuni bambini di Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).

Leggi anche

Tutti gli articoli