Nella nostra missione cinese, il confronto con i riti pagani è occasione per riprendere consapevolezza di cosa significhi il nostro rapporto con Dio.

Sud di Taiwan, estate afosa, temporale improvviso: senza ombrello, mi rifugio sotto il capannone di un tempio in cui è in atto una cerimonia molto partecipata. È un’occasione per capire qualcosa in più delle religioni popolari taiwanesi. All’università Cattolica di Taipei, oltre ad insegnare Italiano, frequento un dottorato in Scienze delle Religioni, in cui studio le religioni locali oltre a temi come il dialogo interreligioso e l’inculturazione del cristianesimo. È molto affascinante, come dicevano i Padri, cogliere i semi del Verbo, le tracce dell’opera di Cristo nelle varie culture e religioni. Ma la conoscenza può essere anche in negativo: attraverso differenze evidenti, emerge la specificità della rivelazione cristiana. È il caso dell’episodio accaduto sotto il capannone.
Il rito è guidato da un sacerdote in abiti coloratissimi, con molti aiutanti, suonatori di strumenti a fiato, tamburi e campanelle che producono un chiasso fortissimo per attirare l’attenzione della divinità. La lingua non è il cinese ma il taiwanese, per me incomprensibile. Attacco quindi bottone con un signore al mio fianco. Lui, orgogliosissimo di essere stato interpellato da uno straniero, mi spiega che nel terreno di fronte devono costruire un lussuoso albergo ma, avendo trovato delle tombe, devono chiedere al dio della terra e ai morti il permesso, in modo che non disturbino i lavori.
Ecco il paganesimo. Si parte sempre da un problema: malattia, difficoltà, dubbi. Si chiede consiglio e aiuto al dio compiendo dei riti, qui chiamati bai bai: offerta di bastoncini d’incenso, cibo, vino, soldi finti di carta dorata bruciati in un braciere. Se però la posta in gioco è molto alta, si ricorre agli specialisti, cioè ai sacerdoti.
Nel caso dell’albergo la posta in gioco, cioè il denaro, è molto alta. I suonatori eseguono a volume altissimo melodie ripetute. Il sacerdote, con ostentata ritualità, versa del vino di riso dentro numerosissimi bicchieri di plastica sparsi su un tavolo. Alla fine prende in mano due mezzelune di legno e le getta per terra. In taiwanese si chiamano bua buei, uno strumento di divinazione. Di solito si formula interiormente la domanda, preceduta dalle proprie generalità: nome e cognome, età, data di nascita, indirizzo di residenza. Poi le si gettano per terra. In base a come cadono, ci sono tre possibili risposte della divinità: sì; non ho capito, riprova; no.
Il sacerdote le ha già lanciate due volte: la prima è un sì, poi un non so, adesso è la decisiva. Prima di rilanciarle, riempie ancora i bicchieri, canta e grida. Gronda di sudore. Il rito sta durando da molto tempo. La gente è in febbrile attesa. Lancia i bua buei, uno rimane un bel po’ in bilico, ma alla fine cade dalla parte giusta. Tutti tirano un sospiro di sollievo. Il rito è concluso, la risposta positiva è arrivata. Il mio vicino dice compiaciuto: “Abbiamo fatto tutto bene!”. Che vuol dire: se compiamo i riti come la divinità comanda, il suo aiuto è garantito. Tutto, in fondo, dipende da noi.
Qui sta l’abisso che ci separa dal paganesimo. Per noi all’inizio c’è sempre la grazia di Dio che precede le nostre azioni e la nostra stessa esistenza. Siamo peccatori, e se guardiamo al nostro rapporto con Dio, dovremmo dire spesso: “Abbiamo fatto tutto male!”. E se facciamo bene, dovremmo ricordarci della bellissima sintesi di santa Teresa di Lisieux: «Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me». Il nostro fare, buono o cattivo che sia, è un lasciarci continuamente plasmare dalla misericordia divina, che ci raggiunge sempre come grazia immeritata. Don Giussani chiamava questo atteggiamento mendicanza. Come cristiani, dobbiamo stare attenti a non ricadere in una sorta di paganesimo di ritorno, ritenendo che tutte le nostre buone azioni – preghiere, sacrifici, digiuni – costituiscano un credito nei confronti di Dio. Come diceva santa Teresina, «Ti domando, o mio Dio, di essere tu stesso la mia santità! Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, poiché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere».

 

Emanuele Angiola è docente di Italiano e dottorando in Scienze delle Religioni all’Università Cattolica Fu Jen di Taipei, Taiwan. Nella foto, durante un momento di canti con la comunità taiwanese di Comunione e liberazione.

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