Agostino Molteni, il primo sacerdote ordinato nella Fraternità san Carlo, in missione a Concepción (Cile), offre una meditazione sull’incarnazione attraverso l’opera di Charles Péguy

Leggere Charles Péguy «ci restituisce a noi stessi», afferma in una sua recente autobiografia il filosofo francese Alain Finkielkraut, il quale, citando Georges Bernanos, definisce Péguy un uomo che «resta alla portata di ognuno di noi, che risponde ogni volta che viene evocato».
Si troverebbe d’accordo con queste parole don Agostino Molteni, il primo prete ordinato dalla Fraternità san Carlo il 16 giugno 1988. Da allora, Agostino ha vissuto la sua missione in Sud America senza interruzioni, prima in Brasile e poi in Cile, dove oggi insegna Teologia all’Università Cattolica di Concepción. Da sempre appassionato di Péguy, Agostino ha di recente pubblicato un libro, edito in Italia da Cantagalli, con cui ripropone l’originalità e l’attualità della sua opera, mostrando una volta di più come questo grande pensatore francese sia in grado di rispondere «ogni volta che viene evocato».
Figlio di un’impagliatrice di sedie di Orléans, ancora ragazzo Péguy abbraccia la causa socialista e abbandona la fede. Vi ritorna all’età di trent’anni, a dispetto della condizione matrimoniale irregolare che lo relega al di fuori della comunione piena con la Chiesa cattolica e lo spinge – racconta – a sentirsi più a suo agio «sotto il portico», assieme ai pagani e ai catecumeni, piuttosto che in mezzo a cristiani perfetti e senza macchia. Ancora oggi, chiunque legga i suoi versi o la sua prosa non può non rimanere affascinato, o perlomeno segnato, dalla forza immaginifica delle sue parole che comunicano ad ogni riga l’innamoramento profondo per la persona di Gesù e la sua vicenda umana e divina. Cantore dell’incarnazione, Péguy ci aiuta a penetrare il mistero di Dio fatto uomo, ripresentandocelo in tutta la sua concreta contemporaneità.
A sua volta, don Agostino si immedesima con la persona e la logica di Péguy tanto profondamente da assumerne quasi la personalità, in più punti il tono, che risulta a volte polemico e tagliente, senz’altro lo stile, caratterizzato da quella incalzante esposizione a spirale per cui, mediante la ripetizione di espressioni, formule e parole care al pensatore di Orléans, ci rende a poco a poco familiari ragionamenti e giudizi che altrimenti sembrerebbero parossistici e temerari.
Scopriamo, in questo modo, che il “pensiero di Cristo” di cui parlava san Paolo era eminentemente ebreo, frutto cioè di una storia e una tradizione di cui faceva parte quell’uomo nato da Maria e cresciuto da Giuseppe secondo gli usi e costumi del loro popolo. Impariamo a guardare all’incarnazione come a un evento voluto dalla stessa Trinità per salvare, conservare e far fruttare quel patrimonio costituito dall’alleanza tra Dio e l’uomo: un tesoro che rischiava di andare perduto per via del peccato di Adamo. Ci commuoviamo al pensiero che Gesù fosse contento di essere uomo, che abbia assaporato il gusto profondo di essere figlio, compagno e amico e di essere un operaio che amava “un lavoro ben fatto”.
Ci esaltiamo, infine, davanti alle figure di Giovanna d’Arco, Genoveffa di Parigi e re Luigi IX, i santi più amati da Péguy perché in tutto immedesimati con Cristo, consapevoli di non essere stati chiamati per vivere separati dal mondo, ma per combattere una battaglia divina con armi umane e costruire in terra una città sul progetto di quella del Cielo. Essi sono ancora oggi il modello di ogni cristiano e di ogni missionario: coscienti della sproporzione tra il compito che si sentono affidato e la loro personale piccolezza, offrono la propria vita nella certezza che, come dice Péguy, «Dio non fa niente, se non tramite povera miseria».

 

Agostino Molteni è parroco di Cristo Salvador del Mundo a Concepción (Cile). Nella foto, durante una gita negli anni ’90.

 

In libreria:

Agostino Molteni
Il pensiero di Cristo
La logica dell’incarnazione redentrice secondo Charles Péguy
Cantagalli 2021

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