Anch’io ho vinto!

Dai laghi del Minnesota e da una esperienza di comunione vissuta in famiglia, alla chiamata al sacerdozio: la vocazione di Philip Stokman, ordinato a giugno.

Philip Stokman, 29 anni, originario del Minnesota (Usa), vive nella casa di Roma Magliana. Nella foto, un momento di canti con il gruppo dei Cavalieri di Roma.

Sono nato a Crosby, un paesino di 2 mila abitanti, nel cuore del Minnesota, tra laghi e miniere di ferro. Sono il quarto di sette figli, ho tre fratelli e tre sorelle. Secondo i racconti che mi sono stati tramandati, nei mesi che precedettero la mia nascita, mia madre era molto turbata: da poco Bill Clinton era stato eletto presidente degli Stati Uniti e questo fatto avrebbe influenzato negativamente sulla mia vita, pensava. Ecco che un giorno, mentre faceva jogging, ha sentito urlare da un camioncino che si era accostato: “Marcie! Perché piangi?”. “John, ho paura di partorire un figlio in questo mondo!” “Marcie, salta dentro! Andiamo a mettere su un caffè”. Dopo tre anni, John e sua moglie sarebbero diventati i miei padrini di battesimo (ho ricevuto il battesimo all’età di tre anni perché i miei a quel tempo frequentavano la chiesa protestante). In fondo, il problema non era Clinton, ma che eravamo soli in questo mondo, perciò facilmente impauriti. Tuttavia da quel giorno in poi la nota dominante della mia vita non sarebbe stata la solitudine, ma l’esperienza di essere coinvolto in una vita di comunione.

Nel ‘97, per questioni di lavoro di mio padre, ci siamo trasferiti a St. Paul, capitale dello Stato. Erano anni difficili, direi anni di crisi. Dopo il battesimo di mio cugino, mia madre si avvicinò al prete e gli disse: “Noi siamo tornati alla Chiesa Cattolica, ma come è possibile che dentro una Chiesa così grande ci sentiamo soli?”. Lui ha risposto invitandola alla vacanza del movimento di Comunione e Liberazione.
Sono cresciuto dentro questo evento di salvezza, ma all’età di sette anni cosa vedevo con i miei occhi? Un piccolo gruppo di persone che facevano tanta strada per venire a casa mia (erano le prime ad entrare in casa nostra) con il desiderio di stare con noi. Portavano la spesa per cucinare e facevano un momento di incontro nel soggiorno, mentre io li spiavo, curioso di questa gente un po’ strana ma bella. Gente che non aveva paura della vita, ma che anzi la affrontava con passione.

Da quel giorno in poi la nota dominante della mia vita non sarebbe stata la solitudine, ma l’esperienza di essere coinvolto in una vita di comunione.

Quando avevo dodici anni ho iniziato a intuire che Dio mi stava chiamando. Era appena cambiato il nostro parroco. In lui vedevo un uomo normale, anche fragile, eppure strumento di grandezza. Per una serie di domeniche mi sono trovato addosso la convinzione che Dio avesse già pensato alla mia vita, non come qualcosa di “già scritto”, ma come una proposta pensata proprio per me, se avessi voluto essere suo. Questa intuizione era diversa dai miei progetti di diventare un giocatore professionista di hockey sul giaccio oppure pilota di aerei, perché non veniva da me, anche se toccava profondamente tutta la mia persona come una grande promessa.

A quindici anni ho iniziato a frequentare i liceali del Movimento a Crosby, poi in giro per gli Stati Uniti e in Canada. Sono stati anni decisivi. Mi ricordo che alla fine di un’assemblea uno degli adulti ci ha detto: “Ma voi potreste dire le stesse cose anche alle donne in Africa che hanno l’AIDS? Cosa c’entra quello che viviamo con loro?”. Così eravamo spinti ad arrivare alla verità ultima dell’esperienza che si stava vivendo insieme. Si intuiva che, anche se eravamo solo in dieci, la nostra amicizia stava al cuore di questo mondo e puntava al suo orizzonte finale. Ad un certo punto arriva alle nostre vacanze un prete italiano, don Luca, che abitava a Boston. Non parlava molto, ma sono rimasto affascinato da lui e anche per le cose che ci diceva. Vedevo un uomo pacato ed innamorato della Madonna. Un giorno gli chiesi di raccontarmi la sua storia e mi colpì profondamente che mi dicesse: “Ho vinto la lotteria!”. “In che senso?!”, incalzai. E lui: “Ricevendo la chiamata al sacerdozio!”. È tornata di nuovo in me quell’intuizione che avevo da piccolo, ed io risposi in cuor mio con stupore: “Anch’io ho vinto!”.


Nel 2012 sono andato a studiare Filosofia all’università di Washington D.C., dove ho ricevuto il dono di tanti amici, tra cui anche don Pietro. Lui ci aiutava a studiare e a diventare più amici tra noi, sempre trasmettendo a noi il fuoco della missione. Durante i primi due anni dell’università ho cercato di tenere la vita nelle mie mani, poi, grazie all’incontro con una ragazza, mi sono reso conto che in fondo desideravo amare, non dentro la mia misura, ma rischiando su quella strada che Dio mi aveva già proposto come via per amare, ossia donare la vita come suo strumento nel sacerdozio. Così, negli ultimi due anni ho iniziato a vivere secondo questa ipotesi e a sperimentare in anticipo la bellezza di questa vocazione per me. Nel 2016, infine, sono arrivato a Roma per iniziare il seminario.

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