Omelia nella santa Messa a seguito dell’incontro sulla famiglia. Roma, Basilica di San Paolo fuori le mura, 7 novembre 2021.

Cari fratelli e sorelle, cari amici,

questa celebrazione, in cui assieme a voi rendo grazie a Dio per il dono della vita, della vocazione e di tutti i regali di cui ha costellato la mia esistenza, vorrei che fosse per tutti noi anche un’occasione di lode e di nuova consegna al Signore dei nostri cuori e delle nostre persone.
L’immagine evangelica della vedova che getta due monetine nel tesoro del Tempio è una luce che ci indica i passi di questa consegna. Che cosa caratterizza il gesto di questa donna, segnalata da Gesù come un esempio per tutti i suoi discepoli? Leggendo il racconto di Marco, notiamo soprattutto 3 elementi: essa è povera; si reca al Tempio, nascosta in mezzo a una folla di persone, per il rito dell’offerta; offre tutto quanto ella possiede.
Ci sorprende innanzitutto l’insistenza dell’evangelista sulla povertà di questa donna. Avendola presentata come una vedova, cioè come una persona la cui posizione sociale e giuridica esprime già la sua condizione di indigenza e marginalità, non ci saremmo aspettati l’aggiunta di questo aggettivo, “povera”. Esso invece è di capitale importanza poiché getta su questa donna una luce che ci permette di andare al di là della sua condizione sociale. La parola che Marco utilizza infatti – πτωχή – è la stessa che Matteo e Luca porranno sulle labbra di Gesù che, introducendo le beatitudini, descrive coloro che lo seguono usando proprio questa espressione: beati i poveri (πτωχοὶ: Mt 5,3; Lc 6,20). Quando Cristo richiama l’attenzione dei suoi discepoli su questa donna – prefigurata dalla vedova di Sarèpta che abbiamo incontrato nella prima lettura (cfr. 1Re 17, 10-16) – indica così la condizione fondamentale per seguirlo. Non a caso questo insegnamento, che conclude in Marco la predicazione pubblica del maestro, è lo stesso che inaugura la sua catechesi in Giudea, quando incontra il giovane ricco (cfr. Mc 10, 17-30). Ancor più interessante, tuttavia, in quanto probabilmente l’evangelista Marco lo aveva letto, è quanto san Paolo scrive nella sua seconda lettera ai Corinzi. Descrivendo Gesù e il mistero della sua incarnazione l’Apostolo utilizza infatti la stessa parola: Cristo da ricco che era si è fatto povero (ἐπτώχευσεν: 2Cor 8,9). Gesù, dunque, più ancora che presentare la vedova come un’immagine del discepolo, la indica come una figura di se stesso, primo discepolo del Padre. Ai suoi occhi essa svela il senso di tutta la sua vita, della sua incarnazione e della sua ormai prossima passione. Da ricco che era si è fatto povero, ha assunto cioè la condizione di bisogno dell’uomo, la sua vedovanza che egli è venuto a redimere. Egli è lo Sposo che ritorna e dice: Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. Poiché tuo sposo è il tuo creatore (Is 54, 4-5).

C’è un secondo aspetto che Marco mette in evidenza in questo racconto della vedova: ella si reca al Tempio per fare un’offerta. Al Tempio, cioè nel luogo in cui Dio è presente. La povertà che Gesù indica come un ideale non è l’indigenza che genera lontananza, ma la condizione di una vicinanza e di una consegna ancora più profonda a Colui che solo può risollevare la vita. Ciò che rende inconsueta la presenza di questa donna al Tempio è, tuttavia, la ragione per cui ella vi si reca. Dagli Atti degli Apostoli sappiamo, infatti, che le vedove andavano al Tempio per ricevere un sostentamento (cfr. At 6). Proprio nel luogo in cui le vedove mendicano di che vivere, questa donna offre invece qualcosa. Ancora una volta ci colpisce il significato cristologico di questa figura: anche Gesù, che è il vero Tempio, si presenta come colui che è venuto non per prendere, ma per donare.

Arriviamo così al terzo aspetto che vorrei sottolineare, quello più commovente. Quanto la vedova offre non è solo qualcosa, ma è tutto quanto ha per vivere. Raggiungiamo qui l’apice della identificazione tra Gesù e questa donna. Donare ciò che permette di vivere equivale infatti a donare se stessi, tutta la propria vita. Equivale a dire assieme al salmista: Sei tu, Signore, la mia vita, in te mi rifugiosenza di te non ho alcun bene (cfr. Sal 15,1-2). Tu sei la fonte della mia sussistenza, della mia speranza e della mia gioia. Fuori di te nulla bramo sulla terra (Sal 72,25).
Gesù è commosso dalla fede, dalla radicalità e dalla libertà di questa donna. Egli vede in essa un riflesso della donazione di sé al Padre che avrebbe vissuto a Gerusalemme da lì a pochi giorni. È in questa donazione che desidera introdurre i suoi discepoli e tutti noi assieme con loro. Egli è lì, seduto davanti alla cassa del tesoro del Tempio: ai suoi occhi nessuna donazione è sconosciuta, nessuna è senza valore. Eppure, mentre l’uomo vede l’apparenza, il Signore guarda il cuore (1Sam 116,7): egli attende, quasi fosse un mendicante, che qualcuno gli doni non appena qualcosa, ma tutto il proprio cuore, qualcuno che, come questa vedova, non faccia calcoli, non misuri, non ponga limiti alla sua donazione. Un uomo o una donna il cui cuore sia così libero e grande da poter accogliere il dono di luce infinita che egli è pronto a fare. «Il Signore cerca simili servitori. […] Sono così pochi gli uomini che concedono libertà a Cristo! Il Cristo ama le anime con le quali si sente libero, cui può domandare tutto quello che desidera, anime a completa disposizione tra le mani di Dio» (J. Danielou, Il mistero dell’Avvento).

 

Cari amici,

la carità nella quale Gesù ci ha introdotti è un fuoco che ci attrae e ci purifica. Chiediamo alla Madonna la grazia di non aver paura di donare e ridonare continuamente a Cristo tutta la nostra vita, in qualunque stagione o circostanza della nostra esistenza. Nessuna paura, nessun calcolo, nessuna vergogna per il male commesso ci tenga lontani da questo fuoco. Al tramonto della nostra vita, ciascuno di noi possa ripetere quanto san Bernardo scrive in una sua lettera: «Dietro l’esempio ben noto di quella vedova del vangelo, ho donato tutto ciò che possedevo nella mia povertà» (Bernardo di Chiaravalle, Lettera LXXXVII). In simplicitate cordis mei tibi obtuli universa[1].

Amen.

 

 

[1] Cfr. Orazione d’Offertorio della antica liturgia della festa del SS. Cuore di Gesù, in Messale Ambrosiano. Dalla Pasqua all’Avvento, Milano 1942, p. 225. Cfr. anche 1Cr 29, 17-18.

 

Nell’immagine, L’obolo della vedova, mosaico della basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna.

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