Cantare è pregare

Imparare a pregare attraverso il canto. Una breve testimonianza dal seminario.

Da molti anni ormai, in seminario, chiediamo a Roberto Brambilla, un nostro amico che spesso dirige i cori del Movimento, di passare un fine settimana a Roma per insegnarci i canti di Avvento delle nostra tradizione. Sono due giornate molto intense, con tante prove e una guida all’ascolto serale. Quest’anno Roberto ci ha fatto ascoltare solo tre parole: et incarnatus est. Attraversando le composizioni di Mozart, Palestrina e Bach, ci ha guidato a scoprire come il fatto più importante della storia sia stato raccontato in note e bellezza. Perché la musica è gratuita bellezza, senza scopo apparente: entra dentro tutto quello che facciamo e lo vivifica, lo rende più comprensibile. Come il canto nella messa: quelle note illuminano le parole che stiamo dicendo, esaltano la lode o la domanda che abbiamo nel cuore e che qualcuno, anni o secoli prima di noi, ha impresso su uno spartito per poterle suonare a tutti. 

Da ventotto anni, Roberto viene a trovarci in Casa di formazione per ricordarci questo semplice eppure fondamentale concetto: dobbiamo dire le parole che cantiamo, pensare a quello che stiamo dicendo. È una grande sfida: quando ho iniziato a far parte del gruppo canti, ero molto preoccupato di cantare le note giuste, di andare d’accordo con la chitarra, per lo meno di non distrarre gli altri dalla messa con i miei errori. Dopo averci preso la mano, è subentrato l’orgoglio e la voglia di apparire bravo e capace. Le parole erano l’ultimo dei miei pensieri. Roberto ci ha insegnato a metterle al centro della nostra attenzione e del nostro desiderio in quei tre o quattro minuti. 

Quando riesco, mi accorgo di commuovermi per la bellezza che possiamo esprimere con la nostra voce. A volte, quando qualcuno mi fa i complimenti, mi chiedo: cosa è cambiato oggi? Forse cantavo meglio perché pensavo a quello che stavo dicendo? In realtà no. Pensare alle parole dei canti non serve tanto a cantare meglio, a eseguire più correttamente un forte o un piano; serve soprattutto a pregare meglio, a entrare in rapporto con Dio, a chiedere o raccontare la Sua presenza in mezzo a noi, la Sua vita con noi. Da tanti anni Roberto viene in seminario per dirci che cantare è pregare: una preghiera che può essere faticosa, quando sali davanti all’assemblea per intonare il Gloria o Il disegno, ma che dona una profonda pace quando parliamo con Dio, quando narriamo la gloria di Dio, quando entrano nel nostro cuore le parole che diciamo.

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