Cinque minuti don

Nel doposcuola dei ragazzi delle medie, aiutati da quelli delle superiori, si impara che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere»: una testimonianza sulla caritativa da Torino.

Don Pietro Paiusco in un momento musicale del Maggio in oratorio, nella parrocchia di Santa Giulia, a Torino.

Sono le tre del pomeriggio. Insieme a Davide, consigliere delegato nel campo immobiliare che ogni settimana mette in pausa il suo lavoro per raggiungerci, sono in attesa davanti al portone d’ingresso dell’oratorio.
Ecco che dal fondo della strada si avvicinano un paio di ragazzi con lo zaino in spalla. Uno ha il braccio rotto. (È curioso: in oratorio c’è sempre qualcuno con il braccio rotto) “Che cosa hai combinato?”, gli chiedo. “Eh, don… giocavamo a basket”. Un sorriso e sono subito sul campetto a giocare a pallone con Davide. Le bambine invece saltano la corda con Laura, insegnante di liceo presso un istituto della periferia torinese. Ogni settimana fa mezz’ora di macchina per essere qui. I ragazzi arrivano alla spicciolata e iniziano a giocare per riattivarsi dopo una mattinata a scuola. Fanno le scuole medie. Molti sono figli di famiglie immigrate, arrivate a Torino sperando in una vita migliore. Altri sono “figli dell’oratorio” di Santa Giulia cresciuti con noi fin dalla seconda elementare.
Ormai fuori ci sono solo io che aspetto.
Con una lieve preoccupazione prendo il telefono e scrivo sul gruppo WhatsApp della caritativa: “Ragazze, dove siete?” “Cinque minuti don”, compare sul telefono. Escono di scuola alle 14:40 e attraversano la città fino all’oratorio senza fretta. Sbucano finalmente da dietro la sagoma della chiesa. Sono un gruppetto di studentesse del liceo artistico dove insegno religione da cinque anni. Due mi vengono incontro con delle cialde per la macchinetta del caffè, indispensabili per affrontare il futuro immediato, e un pacco di biscotti. “Sono per i bambini”. Salgono in una bella aula colorata di blu e bianco, piena di tavoli e sedie arancioni. Tirano su le tapparelle e si mettono in attesa.
Possiamo cominciare. Vado a chiamare i ragazzi delle medie che stanno ancora giocando: “Iniziamo!”, dico a voce alta. Chi sbuffando e chi correndo, vanno a prendere lo zaino lasciato a bordo campo e insieme saliamo le scale. È il momento più caotico. Nella baraonda cerco di assegnare ognuna delle mie studentesse ad ogni ragazzo in base ai compiti che devono fare e alle materie in cui le liceali sono più ferrate. Nessuna vuole mai aiutare nei compiti di francese. Alcune ragazzine sfuggono all’assegnazione e vanno ad abbracciare le mie alunne che speravano di rincontrare per fare i compiti assieme. Si sono scelte a vicenda. Le lascio fare con un sorriso.
Finalmente torna l’ordine e si inizia a fare i compiti. Le ragazze delle superiori aiutano nel fare gli schemi, nello spiegare le tavole di tecnologia e si lanciano in espressioni matematiche che non vedevano da tre anni. L’atmosfera è pervasa da un chiacchiericcio sommesso e gradevole. Intervengo ogni tanto per recuperare i “girovaghi” e ricondurli all’ordine. Verso le 16:15 ormai la pancia di qualcuno brontola. È l’ora delle merenda e della chiacchiera più distesa. Qualcuno si attarda nel finire i compiti per il giorno successivo.

Salendo le scale verso la mia camera penso che anche oggi un pezzo di mondo si sta trasformando in un pezzo del Regno di Dio.


Oggi Giovanni ha imparato l’Infinito di Leopardi a memoria. Lo piazziamo sulla sedia e lui, con tutti gli occhi rivolti addosso, inizia a recitarla. Qualche piccolo suggerimento e arriva alla fine orgoglioso. Applauso generale.
Alle 16:30 è ora di cacciare i ragazzi delle medie. Scendono a giocare ancora qualche minuto prima di tornare a casa. Anche oggi ce ne era qualcuno nuovo invitato dai compagni. Con i liceali invece ci mettiamo in cerchio per raccontarci come è andata, se possiamo aiutarci a migliorare e per crescere nel divenire educatori. Alla fine leggiamo un brano de Il senso della caritativa di don Giussani per cogliere il significato profondo di quello che stiamo vivendo assieme. Il mondo racconta a questi ragazzi che tutto gli è dovuto per diritto, ma quasi nessuno mostra loro stima affidandogli una responsabilità. Noi scopriamo invece che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35) e iniziamo a vivere la vita nuova che Cristo è venuto a portarci.
Con alcuni ci intratteniamo a prendere un tè in casa parrocchiale, discutendo delle ultime novità della scuola. Arriva il momento dei saluti. Salendo le scale verso la mia camera penso che anche oggi un pezzo di mondo si sta trasformando in un pezzo del Regno di Dio.

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