Determinati dalla Grazia

Tutto ciò che siamo ci è donato dalla grazia di Cristo: una testimonianza di don Giampiero Caruso, missionario in Russia.

Gampiero Caruso è cappellano della comunità italiana in Russia, e insegnante di Religione a Mosca. Nella foto, una strada della capitale.

È trascorso quasi un anno dall’inizio della “operazione speciale” in Ucraina: ha segnato una svolta radicale per il popolo russo, a cui sono mandato, oltre che per il mondo intero. Si è oltrepassata una linea, un confine, che fino a ieri si pensava invalicabile. Anni preziosi di lavoro a livello umano, sociale ed ecumenico, nel tentativo di ricostruire un rapporto di amicizia tra l’occidente e la Russia, sono sfumati in poco tempo. Dopo due anni di pandemia, siamo messi ancora una volta – e ancor più drammaticamente – di fronte alla caducità della nostra umanità. L’equilibrio politico e sociale, infatti, è così fragile e instabile perché poggia sulla libertà ferita dell’uomo e quindi anche sull’orgoglio, sulla sete di potere, sugli interessi economici.
Il volto della città di Mosca è pieno di luci come in passato, apparentemente patinato, la gente sempre di corsa, metro e strade affollate, non ti accorgi che c’è in atto un conflitto a poche centinaia di chilometri, se non per i problemi causati dalle sanzioni, per alcuni negozi di aziende straniere al buio, vuoti. Allo stesso tempo però si avverte un velo di pesantezza, di tristezza nella gente con cui ti incontri e dialoghi, ancora più grave dopo l’annuncio della mobilitazione parziale. Il conflitto è entrato prepotentemente nelle case. Non è più un fatto lontano, ma presente nella possibilità di perdere la vita, la propria e di persone care: per quale causa?

Allora accade che guardi con ancora più tenerezza e affezione quel luogo attraverso cui Cristo fa di te quello che Lui vuole.

Molte famiglie della comunità italiana, della quale io sono cappellano, hanno deciso di rimpatriare, alcune per scelta personale, altre costrette dalla chiusura in loco delle aziende per cui lavorano. Espatriano anche molte famiglie russe. Rispetto allo scorso anno, gli alunni della scuola italiana in cui insegno sono diminuiti del 30%. Molti, per evitare il rischio di essere chiamati alle armi, hanno scelto di lasciare da un giorno all’altro il paese.
La domenica mattina confesso in cattedrale, è difficile che non ci sia penitente che non esprima il dramma di divisioni e conflitti in famiglia causati dell’attuale situazione. Sono infatti tantissime le famiglie con legami in entrambi i fronti. Una mamma, dopo l’annuncio della mobilitazione, si è presentata in sacrestia chiedendomi di aiutare il figlio ad espatriare o a nasconderlo. Un’altra mi ha raccontato della depressione del figlio per la solitudine che vive dopo essere andato via per evitare di essere chiamato a combattere.
Di fronte a questi drammi emerge con forza tutto il mio senso di impotenza. Chi può rispondere al dolore, alla paura, all’angoscia che a causa di questo conflitto si sta vivendo? Non è raro che mi venga chiesto perché non vado via. Queste domande sono state la ragione che mi hanno fatto guardare in modo nuovo alla mia vocazione nella Fraternità san Carlo e all’importanza della nostra presenza in Russia in questo tempo in cui le tenebre sembrano dominare. Così il profondo senso d’impotenza è come illuminato, vinto dalla nuova consapevolezza del dono immenso che la Fraternità è per questa terra e per il mondo intero: il luogo di un’umanità nuova guadagnata a Cristo.
È questa, al fondo, la ragione che ha spinto me e l’arcivescovo Paolo Pezzi a festeggiare anche quest’anno la ricorrenza della memoria di san Carlo che cade il 4 novembre. È prevalso il desiderio di mostrare ancora una volta la fonte del carisma che ci forma, invitando i colleghi della scuola, il clero locale e amici della comunità italiana. L’arcivescovo ha celebrato la messa in cattedrale e a seguire abbiamo ascoltato in video collegamento tre testimonianza da altrettante case in missione nel mondo: suor Annie Devlin dalla casa delle Missionarie a Grenoble, Francia; don Ettore Ferrario da Saint Paul nel Minnesota; don Romano Christen da Bonn, Germania. In questo modo abbiamo voluto mostrare che i confini della nostra Fraternità sono il mondo intero, che la passione per la gloria di Cristo ti fa scoprire quanto sia preziosa e unica la vita di ogni singolo uomo. Dopo le testimonianze abbiamo servito un ottimo buffet e abbiamo cantato insieme accompagnati dalla chitarra del vescovo Paolo.
Introducendo la serata, ho detto agli ospiti di essermi accorto in questo tempo di come il dramma, inevitabile nella vita, diventa prezioso se accolto come sfida ad andare a fondo delle esigenze del proprio cuore. Di come nel tempo, per grazia di Dio, viene meno quella nascosta eppur presente illusione che sia il proprio impegno, il proprio sforzo a cambiare e salvare il mondo. È in quel momento che incominci a balbettare con timore e tremore: «O Cristo, se non fossi Tuo, mi sentirei una creatura finita», per usare la famosa espressione di san Gregorio di Nazianzo. Allora accade che guardi con ancora più tenerezza e affezione quel luogo, che per me sono la Fraternità san Carlo e il movimento di Comunione e Liberazione, attraverso cui Cristo fa di te quello che Lui vuole. Scopri che tutto quello che abbiamo e tutto quello che siamo è in funzione della missione. Riconoscendo di non avere nessuna forza che viene da se stessi, allora possiamo domandare di essere semplicemente colmati e determinati dalla grazia di Cristo.

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