Giussani. Come si ama veramente

Don Antonio Anastasio e l’eredità di Giussani: condividere il bisogno dell’altro per scoprirsi poveri e bisognosi di Cristo.

Un fotogramma di «Marcellino pane e vino»

Un giorno, mentre ero in università a studiare, scrissi una breve poesia. Ero inquieto e pieno di domande sull’amicizia, sugli affetti, sul destino. Avevo scritto così come mi veniva, su di un pezzo di carta stracciato da un quaderno. La misi in una busta e la inviai a don Giussani, che a quel tempo insegnava in Cattolica e teneva le assemblee con tutti gli studenti dell’ateneo. Di lì a poco ci furono gli esercizi degli universitari e lui lesse la mia poesia e la commentò. In seguito mi fece sapere che voleva conoscermi e così iniziò il mio rapporto con lui.
La sua iniziativa verso il cuore di ogni persona era sconfinata. Anche se non lo vedevo di frequente, ci furono incontri decisivi per la comprensione della mia strada e per le decisioni più importanti della mia vita. Come nessun altro lui spiegava quello che vivevo, metteva in luce le domande che avevo dentro e le prendeva sul serio.

Tra queste domande una non finiva e non finisce mai di riproporsi: come amare veramente? Come fare il bene per coloro che ci sono stati messi accanto? Nel corso degli anni del mio ministero sacerdotale ho dovuto confrontarmi molte volte con questa domanda, sia con i ragazzi che con gli adulti. Vivere la carità non è facile, spesso ci si sente bloccati dalla propria incapacità; eppure è un bisogno innato del nostro cuore. Don Giussani, in modo geniale, ci ha insegnato ad unire l’esigenza della carità all’educazione di noi stessi. Si va in caritativa per imparare la gratuità, per riscoprire quanto siamo impotenti di fronte al bisogno altrui e realizzare quindi che anche il nostro bisogno lo colma solo un Altro.

Giussani ci ha insegnato a vedere nel volto dell’altro che aiutiamo la nostra stessa necessità.

Nei dieci anni con la Casa di sant’Antonio in Spagna questo lavoro di educazione alla carità ha segnato ogni iniziativa e ogni incontro. Facevamo tante assemblee con i volontari ed ogni volta negli interventi si riproponevano le stesse obiezioni, le stesse difficoltà nel vivere la gratuità: quelle che ogni uomo ha perfino in casa propria. Finché qualcuno non rifaceva la domanda: «Ma perché faccio quest’opera per aiutare i senzatetto? Perché tu lo fai?». E la risposta: «Per tornare a scoprire quello che il Signore ha fatto e fa con me». Lui con la sua misericordia risponde al mio bisogno infinito di essere amato e sempre perdonato. Non mi basta saperlo per averlo visto una volta, ho bisogno di tornare a sperimentarlo ogni volta. Davanti a un senzatetto, disoccupato e lontano dalla famiglia, fai quello che puoi, ti senti impotente e a tua volta bisognoso.
A volte siamo tentati di fare da soli, di fare noi. Come dice Sant’Agostino: Ci sono alcuni che più facilmente distribuiscono tutti i loro beni ai poveri, piuttosto che loro stessi divenire poveri in Dio. (En. In Ps. 71,3). Questa povertà è necessaria perché descrive ciò che abbiamo nel cuore veramente: il bisogno di Lui. Perciò andiamo dai poveri, non perché sappiamo già che il povero è Gesù, ma per tornare a scoprire che quel povero è Gesù. Abbiamo bisogno di riscoprire il nostro vero e più profondo bisogno, di guardare davvero a quell’inquietudine che ci costituisce e che solamente trova pace nel rapporto con il Signore.
Don Giussani ci ha insegnato a riconoscere il nostro bisogno più vero, a vivere la carità per vedere nel volto dell’altro che aiutiamo la stessa necessità che ci costituisce. La povertà dell’altro è la nostra, quella che spesso nascondiamo a noi stessi. Se la guardiamo, questa povertà ci rende pronti anche a riconoscere Chi la può colmare e abbracciare. Allora anche l’altro, il prossimo, diventa sacro, sacramento, perché ci rivela il volto di Colui che ci ama fino in fondo.

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