Il coraggio di domandare

Pregare a volte sembra non servire. L’Avvento è il tempo per ritrovare il coraggio di domandare: una meditazione.

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Una ragazza accende una candela davanti alla parrocchia di Nuestra Señora de Las Aguas a Bogotá (Colombia) durante la tradizionale notte de las velitas, alla vigilia della festa dell’Immacolata.

A dicembre avevo in programma un pellegrinaggio in Terra Santa: sarebbero venuti con me, oltre a don Vincent, anche molti amici, chi per festeggiare un anniversario, chi per affidare qualche intenzione particolare, chi semplicemente per visitare, almeno una volta nella vita, i luoghi in cui ha vissuto Gesù nel suo passaggio terreno.

È, però, intervenuta la guerra a rendere impossibile che tutte queste intenzioni potessero essere realizzate, almeno non ora. L’annullamento del nostro viaggio non era che l’ultimo dei problemi: era chiaro che la tragedia che si stava consumando in quei luoghi era ben altra cosa, e per questo, tra noi che avremmo dovuto partire assieme, la parola che abbiamo ripetuto di più è stata “pregare”. Pregare per la Terra Santa, pregare per la pace, pregare per quelle vittime innocenti, per gli ostaggi. Pregare perché qualcosa cambi nella testa di quella gente e dei loro capi.

Pregare: quante volte siamo assaliti dal dubbio che pregare non serva? Quante volte ci rivolgono la stessa domanda le persone che incontriamo, bambini o adulti che siano, di fronte al fatto che le loro richieste non vengono esaudite? E del resto, come pensare che la mia preghiera possa davvero cambiare le decisioni di chi guida gli stati e gli eserciti? 

Pregare: quante volte siamo assaliti dal dubbio che pregare non serva?

Il tempo di Natale è da sempre uno dei più affascinanti e ricchi di contenuti dell’anno. Tra le figure che emergono dalla liturgia di questi giorni, i Magi sono certamente le più misteriose e attrattive. La tradizione popolare parla di tre saggi venuti dall’Oriente: in realtà, non si sa con precisione quanti fossero. Quasi certamente venivano dalla Persia, l’odierno Iran, dove con il termine “magi” si identificavano membri della corte imperiale, esperti di astrologia e di religione. Essi incarnano quel desiderio, quel bisogno di conoscere la verità che è proprio di ogni uomo, di ogni epoca e cultura, che cerca nella realtà i segni del significato profondo della storia, la propria e quella del mondo. I Magi giungono in quella terra, oggi martoriata dalla guerra, e chiedono lumi alla persona sbagliata, Erode, simbolo dell’uomo che non ha domande, attaccato al proprio potere, impaurito dalla possibilità di perdere quello che ha. Ma quegli uomini procedono nella loro ricerca e quando vedono la stella che indica il luogo dove era stato deposto Gesù, provano una grande gioia e possono finalmente prostrarsi davanti a Lui e porgere i loro doni. Padre Lepori ha scritto che in quei tre regali sono riassunte tutte le domande dell’uomo: l’incenso è il simbolo della domanda su Dio, l’oro di quella che riguarda il valore dell’uomo e della storia, la mirra rappresenta l’interrogativo circa il senso della morte. Di questo sono ricchi i Magi, di questo siamo ricchi noi: innanzitutto, delle domande che abbiamo e che portiamo al cospetto dell’Unico che ci può rispondere. Ed è questa l’origine della gioia dei Magi: l’aver trovato qualcuno a cui affidare gli interrogativi profondi del proprio cuore.

“Ci vuole fede a chiedere soltanto, ci vuole un gran coraggio solo per domandare”: sono parole tratte da una canzone del nostro Anas, I mendicanti, che oggi è possibile ascoltare grazie alla bellissima interpretazione degli amici Greta, Walter, Carlo ed Ermens. Ci vuole coraggio per fare quello che hanno fatto i Magi: lasciare tutto e imbarcarsi in un viaggio di mesi, per giungere in un luogo sperduto come Betlemme e fermarsi davanti ad una mangiatoia per adorare un bambino appena nato. Ci vuole coraggio per farsi mendicanti di fronte alla scena più misera della storia e riconoscere in essa Colui che dà senso a tutte le cose, il Signore dell’universo che solo può donare ordine e pace al mondo intero. 

Ecco perché ha ancora senso pregare: è come rifare il viaggio di quegli uomini saggi che lasciano tutto per andare alla ricerca di Colui a cui porre le domande

Ecco perché ha ancora senso pregare: perché è come rifare il viaggio di quegli uomini saggi che lasciano tutto per andare alla ricerca di Colui a cui porre le proprie domande. L’alternativa è quella di chi crede di trovare in se stesso la risposta ai propri bisogni e che finisce per farsi giustizia da sé: è questo che scatena terrore e violenza, come fece a suo tempo Erode. I Magi se ne andarono per un’altra strada, una strada diversa da quella del terrore e della guerra, la strada di chi non ha paura di affidarsi e di mendicare. Perché ci vuole fede a chiedere soltanto, ci vuole un gran coraggio solo per domandare.

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