Intervista a don Paolo Sottopietra nel trentennale della Fraternità san Carlo.

La Fraternità lega il suo nome a San Carlo Borromeo. Qual è il significato?
Il nome di San Carlo riporta alle origini lombarde del nostro fondatore, don Massimo Camisasca. E proprio don Massimo ci ha insegnato a guardare alla passione che questo grande vescovo ha vissuto per la vita dei sacerdoti e della Chiesa. San Carlo si è occupato con un’attenzione meticolosa delle persone e delle situazioni a lui affidate, cosa che anche noi vogliamo imparare e imitare. Guardiamo anche alla condivisione di vita che realizzò con i suoi collaboratori, alla sua infaticabile opera educativa, alla libertà e al coraggio che lo hanno reso un vero padre per i suoi figli.

Come entra in questa esperienza il carisma di don Giussani?
Senza don Giussani la Fraternità non esisterebbe. Si può dire che essa nasca come frutto dell’incontro di don Massimo con il grande prete ambrosiano che è all’origine del movimento di Cl. Noi ci sentiamo figli di don Giussani e desideriamo vivere l’esperienza della Chiesa seguendo il suo insegnamento. Vogliamo appartenere al movimento che da lui è nato, viverlo e servirlo. Da don Giussani abbiamo ricevuto il dono del gusto della vita cristiana, della sua convenienza, e la passione per comunicarla.
Potrei continuare l’elenco di queste ragioni di gratitudine. È un’esperienza molto profonda quella di avere un padre.

La Fraternità ha un’impronta missionaria. Papa Francesco invita ad essere Chiesa in uscita. Che cosa significa per voi “missione” oggi alla luce della vostra esperienza?
Quando si vive nella comunità cristiana un’esperienza grande, che riempie la vita di letizia, non si può guardare alle tante persone per le quali Cristo non è nessuno, o è solo un nome, senza provare il desiderio che lo incontrino. Da questa esperienza, così semplice, nasce la missione. Abbiamo provato questo struggimento fin da giovani, verso i nostri compagni di scuola e di università, e molti di noi hanno avvertito in esso una chiamata di Dio, che la Fraternità ha poi educato e fatto crescere.
Così, dagli ambienti più vicini a noi siamo stati mandati a incontrare gli abitanti dell’isola di Taiwan o delle pianure della Siberia. Missione significa per noi invitare tutti a vivere ciò che noi viviamo.

Quanto conta la vita comunitaria?
È un tratto essenziale del nostro modo di essere. La comunione è l’esperienza più alta che un uomo possa fare, perché è chiamato a compiersi nel rapporto vero con Dio e con gli altri. Non potremmo vivere la nostra missione da soli. La casa, in cui viviamo in tre o quattro, è il luogo che ci custodisce. Qui sperimentiamo noi per primi la bellezza dell’amicizia che proponiamo agli altri. Qui la nostra preghiera è sostenuta, veniamo aiutati nelle difficoltà che dobbiamo portare. Qui si dissolvono tanti fantasmi e tante paure. Tutto quello che facciamo trova nell’obbedienza alla casa il suo ordine e perciò la sua fecondità.
Credo che la vita comunitaria sia il dono più bello che Dio ci ha fatto, nel momento stesso in cui ci ha chiamato al sacerdozio nella Fraternità. E non abbiamo nulla di più bello da offrire agli altri.

Parrocchie, scuole, università, carceri e ospedali sono i luoghi di missione in cui siete presenti. Come svolgere il ministero sacerdotale in ambiti così diversi?
Il cuore delle persone che incontriamo è pieno delle stesse attese. Ci rivolgono sempre le stesse domande, che sono le più essenziali. Che senso ha la mia vita? Come posso capire che cosa Dio vuole da me? Mi aiuti a stare di fronte alla sofferenza, al male? Il contesto in cui la persona vive o lavora può essere diverso, ma l’incontro vero con l’altro avviene al livello di questi grandi interrogativi. Così possiamo entrare nelle case dei ricchi come in quelle dei poveri, nelle carceri come nelle scuole, negli ospedali come nelle università senza dare troppo peso ad una preparazione specifica. In ogni luogo, però, cerchiamo di comprendere la situazione concreta delle persone che vivono lì, di essere attenti ai bisogni che hanno, a partire dai più semplici.

Come la sfida della nuova evangelizzazione vi interpella?
Potremmo dire di essere nati dal gesto con cui Giovanni Paolo II ci ha lanciati nel mondo, nel 1984, durante una memorabile udienza concessa al movimento di Cl per il trentennale della sua nascita. A questo grande papa dobbiamo anche il nostro riconoscimento ecclesiale. Dalla sua passione per la cultura europea abbiamo ereditato l’attenzione a chi ha dimenticato la tradizione cristiana da cui viene. Sono spesso missioni difficili, in Europa come in America del Nord. In questi paesi è viva la nostalgia di una vita vera, di rapporti umani autentici, di certezze in cui riposare, di ideali per cui spendersi. Noi vogliamo esserci, anche in questi posti, per dire che tutto questo ha un nome, Cristo. Per dire che è possibile attraversare la coltre di pregiudizi e obiezioni che ci allontanano da ciò che desideriamo, e ritrovare pace.
A volte è più semplice di quanto sembra: la comunione cristiana ha una forza che non viene da noi, risveglia la speranza.

Leggi anche

Tutti gli articoli