Il perdono, contributo originale del cristiano

Una meditazione sul perdono, di mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca.

Mons. Paolo Pezzi, dal 2007 arcivescovo della diocesi della Madre di Dio a Mosca (Russia).

Dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina, mi ha molto impressionato come possa crescere a dismisura la cattiveria, quella che i russi chiamano zloba. Questa parola indica non è tanto il male in sé, quanto il gusto che si può provare a fare del male. In certi casi, credo di essere stato anch’io oggetto di questa cattiveria. Ciò mi ha fatto domandare: che cosa ho io di nuovo da dare in questa situazione? Quale può essere il mio contributo originale? Certamente, alla cattiveria si può reagire bene o male: si può rendere male per male, si possono ignorare le provocazioni, oppure si può addirittura pregare per i proprio nemici. Io in questi mesi ho scoperto il perdono, specialmente il perdono senza condizioni.
Ricordo moltissime discussioni avute con preti e fedeli della mia diocesi: tutti erano d’accordo sul fatto che il perdono fosse importante, però continuavano a ribadire che per perdonare serve che l’altro, pentito, mi chieda scusa. Invece no, il perdono non ha precondizioni, nemmeno che l’altro mi chieda perdono. Gesù, sulla croce, non ha perdonato perché i suoi persecutori hanno riconosciuto di aver sbagliato. Mentre lo stavano deridendo e umiliando, lui li ha perdonati: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Un perdono così lo possiamo vivere solo noi cristiani, è un contributo che possiamo portare solo noi. Non dico che sia facile o che a me riesca sempre, però è vero che una persona non credente non lo può fare, un cristiano senza fede non lo può fare. Lo può fare solo un cristiano che abbia fatto l’esperienza del perdono e, avendola fatta, la può riproporre. È questo il mio contributo originale nella drammatica situazione del conflitto.

Nel perdonare io devo percepire che sto traendo una grande utilità per la mia vita,
che vivo meglio e che quindi perdonare mi conviene. Così non è più uno sforzo faticoso, perché mi conviene e sarei sciocco
se non lo facessi.


Da quando ho dato questo giudizio, ho cominciato a parlare solo di questo, a tutti. Non penso di essere ascoltato da molti, ma questo non mi sconforta. In fondo, di quelle decine di persone che erano sotto la croce, chi ha risposto? Soltanto il buon ladrone, che forse non ha nemmeno capito cosa stava accadendo. Perché allora io dovrei avere una successo maggiore? L’importante è che io sia realmente convinto di ciò che annuncio e testimonio, cioè che io faccia esperienza di quello di cui parlo. Farne esperienza significa per me sperimentare il godimento che deriva dal perdono vissuto, dato e ricevuto. Senza quest’esperienza positiva il perdono resta fuori di me, come un puro precetto morale. Nel perdonare io devo percepire che sto traendo una grande utilità per la mia vita, che vivo meglio e che quindi perdonare mi conviene. Così non è più uno sforzo faticoso, perché mi conviene e sarei sciocco se non lo facessi.

Mi è tornata alla memoria la storia di una donna cui le brigate rosse avevano ammazzato il marito lasciandola sola con tre figli. L’avevo incontrata a Roma quando ero seminarista e lei mi raccontò che, dopo l’attentato, don Giussani venne immediatamente a Roma e le disse soltanto: “Cerchi di perdonare, vivrà meglio lei e sarà meglio per i suoi figli”. Mi ha confidato che quando don Giussani le disse questo, lei non sapeva se ridere o inveire contro di lui, ma si limitò ad accettare queste parole, semplicemente perché era lui ad averle dette. Poi, però, ha aggiunto: “È proprio vero”. Era vero che lei aveva vissuto meglio. Non sosteneva di avere chissà quale capacità di perdonare, lo ha fatto e basta. Per questo ha vissuto meglio e i suoi figli sono cresciuti senza rabbia nell’affrontare la vita.
Questa vita nuova che sorge dall’esperienza del perdono senza condizioni è il contributo originale che noi cristiani possiamo portare ad un mondo in lotta ed anche, in effetti, l’unico vero modo di costruire la pace, tanto tra le nazioni quanto nelle nostre case.

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