Innanzitutto uomini

L’avventurosa vita di don Beniamino Bosello, sacerdote della Fraternità san Carlo scomparso lo scorso 10 maggio, raccontata in un’intervista del 2017 in occasione dei suoi ottant’anni.

Don Beniamino Bosello, sacerdote dal 1971, è rettore della chiesa Nostra Signora della Provvidenza, a Trieste. Nella foto, durante un incontro con don Giussani.

La vita bella di Beniamino inizia a Gallarate, 80 anni fa, in una casa costruita mattone su mattone dal papà Emilio per mamma Marina e i loro nove figli. Gran lavoratore, Emilio asfalta le strade. “Quando lavorava alla Malpensa, a volte non tornava neanche a casa la notte. E lì faceva 20 gradi sotto zero. Allora si usava il fuoco”. Nonostante il fratello del padre sia prete, la più religiosa in famiglia è la mamma. “Finita la guerra, in casa c’erano dei socialisti che discutevano di togliere il crocifisso dalle scuole. Ricordo quello che disse mia madre: «Fuori, di queste cose qui non si parla!». Allora le donne comandavano molto più di adesso”. Soprattutto educavano. “Quando torno a Varese e a Gallarate, la prima cosa che faccio è andare al cimitero dai miei genitori. Vanno ringraziati”.
È un uomo roccioso, don Bosello, e non conosce giri di parole per raccontare la vita. Lo fa tutto d’un fiato, mettendo l’anima dentro ogni parola, nella casetta verde dove vive a Trieste. Con lui, da vent’anni c’è don Federico Moscon, parroco a Santa Croce, e da un anno e mezzo anche don Fiorenzo Onofrio, viceparroco. In questa bellissima città, la più straniera d’Italia, la sua storia ha trovato un compimento, una pace. Tra le parole che urgono per essere dette e i silenzi che le trattengono, non è difficile immaginare, nei tratti ancora belli di un volto che il tempo ha risparmiato, il ragazzo che era. A farlo grande, oltre alla famiglia, sono le pedate nel sedere che si prende da don Enrico all’oratorio. A dodici anni è già in fabbrica. “Dopo le elementari, adesso fanno tante scuole. Allora si iniziava con la scopa, poi il trapano, poi la fresa e poi il tornio. E avanti si imparava il mestiere”. Un mestiere che, come quello del padre, ha a che fare col fuoco del forno, dove cuoce il ferro, con l’acqua che lo trasforma in acciaio. Il fuoco e l’acqua, la vita e la morte, tutto o niente: non ci sono mezze misure, per Beniamino.
La vocazione arriva come un vento potente che spazza via la vita di prima. Ha il volto di un prete gesuita, don Giuliano Moratti, che incontra al matrimonio del fratello. “Mi ha affascinato con il suo modo di fare così affabile, così diverso da me che sono duro”. Della famiglia gesuita, lo attirano tante cose, soprattutto “la loro dedizione totale alla vocazione”. E’ un primo punto fermo che emerge nella sua storia, la radicalità. Lo riconosce volentieri, messo davanti allo specchio della vita: “Io la guardo e vedo che è compiuta, è una vita che ha trovato una corrispondenza immensa nella risposta a chi mi ha chiesto obbedienza e fedeltà. Ed è la cosa di cui ringrazio il buon Dio perché è un dono. Io come carattere sono una bestia”.

Quelle sberle liberatorie

Il noviziato tra i gesuiti è durissimo: “Sveglia alle 4.45 del mattino, ora di meditazione, messa”. Al novizio si chiede la disponibilità a consegnarsi totalmente: “Era una cosa dell’altro mondo, mi affascinava”. E anche a Lonigro, il giovane Beniamino trova un educatore, padre Leone Rosa. Prima di fare la professione, però, si ammala. Lo mandano a studiare ad Anagni, dove incontra altri maestri, padre Martina e padre Vanni, uomini capaci di educare. E’ un’altra parola chiave, per il ragazzo di allora e per l’uomo di oggi: educazione. Va di pari passo con il ricordo delle sberle che la vita gli ha rifilato. “Ho ritrovato Gesù Cristo proprio grazie ai fallimenti” commenta oggi con semplicità. “Dire che le sberle sono belle è una stupidata, però ti mettono in una prospettiva nuova. Ogni sberla è per un di più: quando la prendi la prendi. Ma capisci che è una ricchezza interiore, sei meno attaccato a te stesso e più libero di alzare gli occhi”.
E’ iniziato il Concilio, siamo nel 1962. “Sento che papa Giovanni XXIII chiede la disponibilità a partire per l’America Latina e non ci penso su. Scrivo in giro e trovo un vescovo salesiano. Vive in Uruguay, un piccolo Paese civilissimo, tutto vuoto. Lui mi prende”. E’ solo il primo di una lunga serie di distacchi: “Qualcosa si rompe. Partivo e non volevo più tornare: vi saluto e me ne vado”. L’impatto con l’America Latina è scioccante. Dopo 15 giorni di viaggio estenuante, arriva a Santos e si ferma in una bettola per bere una birra. “Vengo subito circondato da una ventina di prostitute che, quando vedono il colletto da prete, mi chiamano padrecito e scompaiono. Poi arrivano alcuni sacerdoti della diocesi che mi portano a casa loro. Passiamo dalla favela, mi indicano delle donne: «Le vedi? Vendono il loro corpo per portare a casa un pezzo di pane per i figli». Per la prima volta ho capito il vangelo. Non sono riuscito a dormire, quella notte: avevo compreso quanto era grande la misericordia di Dio”.

Il mondo nuovo

Quando arriva a Montevideo, Bosello deve finire gli studi. Ma si trova in un seminario diretto da preti secolari, “illuminati dalla teologia della liberazione. Si diceva la messa mentre si cenava, e cose del genere. Mi hanno buttato fuori perché contestavo tutto. Non sono capace di mentire”. In Curia trova un difensore, il vicario generale Romeo che lo prende con sé. Ma altri guai sono in arrivo: “Con noi abitavano dei preti spagnoli. Ho una discussione con padre Herrera e gli do un pugno davanti al vescovo”. L’insurrezione gli costa cara: “Due anni di purgatorio in un paesino di 300 abitanti, un buco in cui il parroco era geloso della sua attività. L’unica cosa che mi faceva fare era il giro del campo sportivo alle sei del pomeriggio. E’ stata l’esperienza più bella: una cosa così l’accetti e basta”.
I primi anni ’70 sono difficili per l’Uruguay. Il governatore del Paese si appoggia all’esercito per mettere fuorilegge sindacati, movimenti e partiti di sinistra. Il giorno dell’ordinazione di Beniamino a prete, davanti alla cattedrale ci sono due carri armati e cani feroci che impediscono a tutti di entrare. “L’unica festa che facemmo fu con una Coca-Cola: la gente aveva portato un po’ di frittate, due cose”. A novembre, le elezioni legittimano il potere del dittatore. Don Bosello sta celebrando messa in Cattedrale quando arrivano i soldati. Lui si salva con una fuga rocambolesca su per i tetti e giù per le grondaie. “Una cosa mi ha colpito e anche scandalizzato: i catechisti che cantavano l’inno nazionale. Mi sono sentito tradito dalla mia gente. Con gli anni, ho capito che il potere è così”.

Un uomo non può non essere fecondo. Se è testimone di quello che ha incontrato, non può non offrirlo. Quello che sono nasce dal fatto che un Altro ha avuto pietà di me.


Intanto, il vescovo gli dice di tornare in Italia: don Bosello è considerato un sovversivo e rischia la pelle. “Sono arrivato a Malpensa il 5 dicembre 1972. Mia madre mi ha mandato a fare il bagno e ha chiamato il barbiere per tagliarmi i capelli”. Tre giorni dopo, dice la sua prima messa italiana nella parrocchia di Arnate. “Avevo scritto una lettera a mons. Manfredini che l’aveva passata a quelli di Cl. Ricevo un invito da un prete che si chiama Colombo e decido di andare a incontrarli. All’epoca, non capii molto di Comunione e liberazione. Anche se non lo sapevo, però, era l’inizio di un’amicizia. Di loro, mi aveva colpito soprattutto il modo in cui stavano insieme”.

Il sovversivo

Presto, una lettera lo richiama in Uruguay: è stato nominato parroco a Montes, “un luogo abbandonato da Dio e dagli uomini, dove c’era uno zuccherificio con mille operai”. Al suo arrivo, il vescovo lo porta in parrocchia ma, vedendo che c’è la polizia, se ne va e lo lascia solo. “Entro in chiesa, dico messa, rassicuro i presenti riguardo al fatto che avrei seguito le orme del parroco precedente. Sentii un certo gelo nell’aria. Il vescovo non mi aveva detto che il prete che sostituivo era considerato un ribelle”. E c’è di peggio: il sacerdote era finito in carcere. “Quando era uscito da lì, poveretto, era fuori di testa. Era andato sui binari del treno e si era buttato. Pedrito, si chiamava”.
Anche Bosello viene fermato e interrogato dalla polizia. Quanto torna in parrocchia, la gente lo guarda storto: persino la preside e le suore lo tengono alla larga. Ma il vescovo decide che deve restare. E lui si rimbocca le maniche: costruisce una chiesa nuova, l’oratorio, i campi sportivi, le cooperative per far lavorare i ragazzi della zona. Piano piano, la gente torna in chiesa. Il giorno dell’inaugurazione del Centro, non manca nessuno, è un trionfo. Almeno fino alle cinque di mattina, quando arriva l’esercito con i carri armati: i soldati demoliscono tutto e, con gli elenchi dei gruppi di base della parrocchia, vanno casa per casa ad arrestare le persone. Anche Beniamino è con loro, incappucciato. “Nella prigione di San Ramon, la tortura più tremenda non sono le botte, non è il cavalletto dove ti mettono nudo, neanche la canna elettrica: sono la musica e la luce incessanti, giorno e notte”. Don Bosello ha la cittadinanza italiana e il nunzio apostolico ha una copia dei suoi documenti. Così si salva. Ma prima di uscire, lo costringono a passare davanti alla stanza delle torture, ad ascoltare i pianti, le grida.
Sono trascorsi più di quarant’anni da quei giorni paurosi. Ma ancora adesso don Beniamino ne parla a fatica. Stringe le spalle. China la testa. E la sua figura da gigante per un momento si fa inerme. Cosa significava in quei momenti chiedere aiuto a Cristo? “Andavo spesso in chiesa. Non potevo uscire perché mi avevano ritirato i documenti. C’era una solitudine immensa. Immensa. Io bussavo sul tabernacolo e chiedevo se c’era”. Cosa le dava forza? “La coscienza di cosa eravamo lì a fare, non per la politica ma per una missione di cristiani”. Ancora una volta, tocca ricominciare: “Dicevamo le lodi. Poi aiutavamo le famiglie a lavorare la terra perché dovevano mangiare”. Ma la sua presenza è ormai sgradita al potere. L’ultima messa è memorabile. “E’ durata un giorno intero, sul piazzale. Abbiamo pregato, mangiato, cantato, abbiamo fatto tutto quello che il Signore voleva. Solo, non potevamo parlare”.
Ancora una volta, scende il silenzio sul racconto di Beniamino. Ma è un silenzio che si può ascoltare senza disagio. E’ il silenzio di qualcuno che fa memoria. “Quando è arrivata la camionetta, un generale mi ha preso per i capelli. Mi hanno scritto «non desiderabile» sul passaporto e mi hanno cacciato”. Cosa rimane di quella esperienza? “La costruzione di un cammino, la gioia, i miei detrattori che sono diventati gli amici più cari. Rimane il segno bello di una chiesa che ha coscienza della missione e non tradisce”.

Non mi hanno chiesto che cosa avevo fatto

Il viaggio di ritorno in Italia è un dramma. “Mi chiedevo: adesso cosa faccio? Da qualunque parte guardassi la storia, ero un fallito. Erano finiti i desideri. Io, ero finito. E qui inizia la seconda storia, che è stupenda”. Si ricorda di Varese, di quei ragazzi che lo avevano colpito. Li va a cercare. E’ il 1973. Nei locali della scuola estiva incontra don Fabio Baroncini. “Mi ha detto subito: «Sai, va via un prete e non mandano nessuno. Vuoi venire con noi?». Di Comunione e liberazione, non avevo capito il discorso: il soggetto, l’oggetto, ma cosa dicono? Però mi avevano incuriosito, volevo andare in fondo”. Sono le 21 del 7 ottobre, giorno della Madonna del Rosario, quando Bosello arriva a Varese. Le date dei momenti che gli hanno cambiato la vita, le snocciola come i grani di un rosario. “Arrivo in sacrestia, mi abbracciano: «Andiamo». Mi hanno portato in un posto a mangiare. Non mi hanno chiesto che cosa avevo fatto. Mi hanno accolto”. Sono sei preti più il prevosto: don Giancarlo, don Paolo, don Giulio, don Franco, don Luigi, don Fabio. Loro non chiedono ma lui piano piano racconta tutto. Don Fabio, che all’epoca va a Milano dagli universitari, ripete: “Ma vieni su in sede!”.
Così don Beniamino si ritrova in sede di Gs: “Chiacchieravo con i ragazzi. Non avevo nessuna responsabilità. E così ho conosciuto Cl. La cosa che mi aveva veramente commosso nella scuola estiva, erano quei pomeriggi nella Bassa. Lì c’era il primo asilo del movimento, ad Abbiategrasso. Io ascoltavo, guardavo. Una seconda meta era a Milano, la casa editrice Jaca Book appena iniziata. E poi c’era Lecco, dove chiudevano i manicomi e si andava nelle case che accoglievano i malati”. Un giorno, don Fabio gli dice: «Vieni in Diaconia!». “Ecchecavolo! Quante volte pregavo: «Signore, fai che non suoni, stasera. Cosa ci vado a fare con questa gente?». Perché continuavo a non capire niente. E lì, Ronza mi chiama a fare un’intervista alla televisione svizzera sull’ Uruguay. Giussani l’ha vista e ha voluto conoscermi”.

La grande novità

Nell’entrata della casa triestina dove vivono i preti della san Carlo, c’è una gigantografia color seppia appesa al muro. Due uomini colti di profilo sulla soglia di una porta spalancata. A destra, gigantesco, don Bosello ascolta, le maniche rimboccate sulle braccia vigorose, le mani sui fianchi, i gomiti spinti all’esterno, a chiedere spazio. A sinistra, don Giussani che parla concentrato, lo sguardo intenso, l’indice della mano destra puntato su di lui. “Mi ha detto: «Senti, caro, non censurare nulla della tua vita. Ti manca una sola cosa, sai: cominciare subito a vivere quello per cui tu credevi fosse possibile costruire in Uruguay». Da allora non sono più stato quello di prima”. Il resto, lo accenna con occhi inevitabilmente lucidi: “«Domani non c’è ancora, il passato è passato, c’è solo il presente. Stai tranquillo. Hai trovato una comunità che ti accoglie»”.
La vita nuova comincia subito: “Devo essere grato al Signore. Ho capito cosa significa incontrare un volto, delle persone, la gioia. Oltre a don Giussani, don Fabio, che per me è stato un educatore, con la sua umiltà, la sua intelligenza. Non parlavamo tanto. Abbiamo fatto un viaggio insieme da Varese a Colvalenza. Abbiamo detto due parole. La prima è stata: «Ci fermiamo a dormire»”.
Sono tante le persone da citare, quelle che gli hanno arricchito la vita, “nonostante il mio carattere che è quello che lei conosce”, commenta asciutto, dando per scontato che ci sia poco da spiegare. Don Negri, oggi vescovo: “Gli ho voluto sempre bene, fin dalla prima volta che l’ho incontrato in libreria, dove mi ha apostrofato in malo modo. Ancora adesso lo chiamo”. Poi, Gufanti. E ancora, quelli che non ci sono più: don Giancarlo Ugolini, don Francesco Ventorino.

L’obbedienza è un terremoto

Il 6 maggio 1976 è una data infausta per l’Italia: un terremoto devastante colpisce il Friuli. “Giussani telefonò a don Fabio: «O tu o Beniamino dovete andare in Friuli». Baroncini mi chiama e mi dice, come sempre: «O io o tu, però io non vado, quindi vai tu». E io vado”. A Tarcento incontra un altro amico per la vita, don Antonio Villa. “Una volta l’anno c’è la festa e ci ritroviamo. Per noi è un’occasione sacra”. Don Bosello, il suo caratteraccio non le impedisce di obbedire: “Dico quello che penso e dopo obbedisco. Non c’era bisogno che don Giussani mi dicesse di andare in Friuli, me lo aveva riferito don Fabio e bastava. Adesso, per una roba così si fa la rivoluzione, si va in crisi. E’ una cosa che mi fa soffrire: per noi il movimento era tutto, tutto, tutto”.
Di esempi, don Bosello ne ha a decine. “Insegnavo a Varese, andava tutto benissimo”. Ma il campanello suona. Ancora una volta, è don Fabio: «Senti, giovedì don Giussani ti aspetta a Milano. Chiede se vuoi andare in Friuli, a Trieste. Pensaci una settimana». “Un po’ di mal di stomaco mi è venuto” ammette oggi, e sorride per la sua testa dura di ieri. “Ho 450 ragazzi di Gs e mi chiedi di lasciare tutto? O c’è una ragione o sei pazzo. Sono andato nella chiesa del Sacro Monte, era chiusa, mi sono seduto sui gradini: «Madonna, cosa devo fare? Un lume». Scendendo a valle, mi sentivo sereno. E ho risposto a Giussani «Sì, vado», senza nemmeno chiedere perché. Eravamo in sede, in via Mosè Bianchi. Lui chiama don Negri e dice: «Don Beniamino ha deciso che va in Friuli». E ha aggiunto, rivolto a me: «Quando hai bisogno, chiama». Rimasi un po’ così. Poi ho capito: ero io che sceglievo di andare. Però telefonavo e lui veniva.
Don Beniamino si ritrova, “senza nessuna capacità”, responsabile di tutto in Friuli. “Giussani mi aveva detto: «Tu comincia, fai il movimento con chiunque ti segua». Più passa il tempo, più mi commuove questa cosa. Anche adesso che sono qui, mi interessa chi ci sta, il resto verrà. Perché il resto è un miracolo. Non dipende da noi”. Nonostante gli 80 compiuti, la sua settimana è da cardiopalma: “Lunedì, Pordenone. Martedì, Udine. Mercoledì e giovedì, Trieste: adulti, doposcuola, universitari. Venerdì, Palmanova, una fraternità, e un’altra a Udine. La domenica pomeriggio mi diverto”.

La prossima volta in Paradiso

A metà degli anni Ottanta – siccome non c’è due senza tre -, torna in pista l’Uruguay. E’ finita la dittatura, lo hanno nominato parroco in un bellissimo posto sulla spiaggia. «Ma ti conviene?» gli dice Giussani. «Ormai sei qui da tanti anni». Ed ecco l’ultima vita (per ora), la fraternità San Carlo. “Devo ringraziare il buon Dio e tutti i miei fratelli perché qui ho trovato la libertà che, se fossi stato in una diocesi, non avrei avuto”. A caratterizzare questi anni, c’è una parola che ancora non abbiamo usato ma che si è già affacciata: fecondità. Ne sono testimoni i preti che, missionari o diocesani, grazie a lui hanno trovato la strada. Qualche nome per tutti: Cinello, Martinez, Carlin, Cumin, Molteni. “Un uomo non può non essere fecondo. Se è testimone di quello che ha incontrato, non può non offrirlo. Quello che sono nasce dal fatto che un Altro ha avuto pietà di me”. E infine, ma non ultimi, ci sono gli amici della San Carlo che vivono con lui: “Non posso tacere il dono dell’amicizia vera che vedo nei miei confratelli. In particolare, avere qui Federico da vent’anni mi commuove, è un dono. Abbiamo imparato insieme, è la cosa più bella”.
Don Massimo lo ha accolto trent’anni fa come un amico. La Fraternità gli ha dato tanta libertà. Ma adesso c’è di più e di meglio che guardarsi alle spalle… Forse addirittura un nuovo inizio: “Sì, difatti quando arrivano è una vera gioia”. Si lascia andare, don Beniamino, a un quasi augurio a don Paolo Sottopietra, che guida la Fraternità: “Che ami i suoi preti. Tutti. Anche quelli che sono fragili, deboli, che hanno bisogno di essere amati più degli altri”. Così, racconta, si è sentito abbracciare da don Giussani: “Una volta mi ha detto che in me aveva colto un profondo senso religioso. Vuole dire meravigliarsi di fronte a ciò che accade, alla bellezza. Giussani era un uomo anche duro, quando voleva. Non taceva. Però ti telefonava il giorno dopo, se capiva che era un errore. Nella mia vita ho dovuto ricominciare tante volte, ma ho capito quanto bello sia il momento in cui ti tolgono il potere per renderti ancora discepolo, fedele in quello che sei chiamato a costruire. Spero che la prossima volta sia andare su, in Paradiso”. E adesso è una bella risata, potente e adeguata alla stazza, quella che scuote don Beniamino.
Un’ultima battuta. Che cos’è la santità a cui siamo chiamati? “Vivere il quotidiano alla luce del dono che hai ricevuto, con tutti i limiti. Non è sognare ma vivere la realtà che Dio ti ha dato. Prima la parrocchia, prima ancora le suore, prima ancora Varese, prima l‘Uruguay: ogni passo che fai è spogliarti di te stesso per trovare uno sguardo più grande, quello di Cristo. Se non avessi incontrato il movimento, sarei uno di quei preti che piangono perché non sono là dove vogliono essere. Il dono che ho ricevuto da don Giussani? Non vivere di ricordi ma di memoria”.

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