La bellezza disarmata

Quaderno 9 – Alcune riflessioni sul mistero della Bellezza tratte da un ritiro tenuto da don Paolo Prosperi alla Fraternità di Comunione e liberazione di Chicago

Particolare di un’icona della “Deesis” (XIII sec.), Galleria Tretyakov, Mosca.

Vivere in un tempo difficile

Il tempo in cui siamo chiamati a vivere, come don Julián Carrón ci ripete instancabilmente, è caratterizzato da epocali transizioni, rivolgimenti tali che nulla si può più dare per scontato. Le inossidabili certezze del passato, tanto spirituali quanto geo-politiche, non sembrano più tali.
Da una parte, la minaccia crescente dell’estremismo islamico e le immani catastrofi del medio-oriente, sullo sfondo di un’Europa stanca, che ha perduto o rinnegato la memoria delle proprie radici. Dall’altra, il dilagare del relativismo liberale, che porta con sé l’erosione del significato delle parole fondamentali su cui la civiltà occidentale si credeva basata fino a solo l’altroieri. Sembra davvero di rivivere la storia biblica della torre di Babele. Con l’implosione del sogno moderno, quel che rimane è una confusione totale, in cui non sembra più possibile trovare alcuna lingua comune.

In questa situazione è difficile tenere alta la speranza. È difficile soprattutto resistere alla tentazione di pensare che la Chiesa sia destinata a ridursi in breve tempo a nulla più che una minoranza emarginata, oppure – peggio ancora – ad una cortigiana del potere, bizantinamente indaffarata a cercare di piacere ai potenti di un mondo ormai cambiato.  Solo uno sguardo superficiale, tuttavia, può fermarsi qui: «Le circostanze attraverso cui Dio ci fa passare – ci ha insegnato don Giussani – sono fattori essenziali e non secondari della nostra vocazione». Perfino circostanze drammatiche come queste, perciò, sono vocazione. Come dice un antico proverbio ebreo, il Signore parla sempre, anche quando tace. Che cosa, dunque, ci sta dicendo?
Mentre andavo riflettendo su questa domanda, mi sono per caso imbattuto in un passaggio delle riflessioni sul libro di Ester di Divo Barsotti [Meditazione sul libro di Ester, Brescia 1981, 47-49], che mi ha improvvisamente offerto una chiave di lettura illuminante. A ben guardare, c’è una impressionante analogia tra la situazione della Chiesa oggi e quella di Israele, nei secoli che prepararono la venuta di Cristo. Dopo la deportazione a Babilonia, Israele sembra aver perso tutto il suo splendore, il suo orgoglio. Orbato di Re, il popolo del Signore è ridotto a piccolo scarto senza importanza né indipendenza politica. Cosa è la Palestina del III-II secolo a.C.? Una piccola provincia insignificante nelle carte dei grandi della terra.
Ecco perché in più d’uno dei libri dell’Antico Testamento scritti in questo periodo, il “personaggio” che incarna Israele è spesso una donna: Ester, Giuditta, la sposa del Cantico dei Cantici, Susanna nel libro di Daniele, Ruth ecc.
La donna, per ovvio dato fisiologico e sociologico, è nella Scrittura simbolo di debolezza. Senza il suo uomo a proteggerla, una donna è nel mondo antico senza onore né difesa.

Tale è la situazione di Israele dopo l’esilio. Serva di nazioni straniere, Sion è come una vedova senza marito, come una ragazzina orfana di padre. Non è un caso che le due maggiori eroine di questi libri post-esilici, Ester e Giuditta, siano l’una orfana e l’altra vedova. In un tempo di prolungata prova, queste donne incarnano il sentimento che Israele ha di sé stesso: debole e impotente, alla mercé del potere dello straniero.
Tuttavia, proprio questo è tempo misteriosamente benedetto. Privata d’ogni secondario ornamento, nel dolore della prova, la Figlia di Sion comincia finalmente a capire che il Signore è la sua unica vera fonte di gloria.
Giuditta ed Ester, in modi diversi, esprimono questo mistero. Entrambe sono donne sole, in apparenza deboli, senza risorse. Entrambe, però, divengono, grazie alla radicalità della loro fede, strumento di salvezza per il popolo tutto. La fede, la fiducia incondizionata nel Signore, dà a Giuditta il coraggio di varcare da sola le porte della città di Betulia, assediata dagli Assiri, e da sola avventurarsi nell’accampamento del nemico. Ed ecco il generale Oloferne è decapitato e l’immenso esercito disperso. La fede dà ad Ester l’audacia di affrontare il re Assuero ed ottenere da lui la salvezza per tutto Israele.
C’è qualcos’altro, tuttavia, che Ester e Giuditta hanno in comune: non solo sono entrambe donne sole; non soltanto mostrano entrambe una grande fede, ma tutte e due sono anche belle. Non è affatto un civettuolo dettaglio. In entrambe le storie, infatti, le due donne riescono nella rispettiva impresa proprio grazie alla loro bellezza.

Giuditta, prima di uscire dalla porte della città, si togliei suoi abiti da vedova e si fa bella, così bella che quando la pattuglia assira la vede, ne è immediatamente conquistata, perché ella appariva loro come un miracolo di bellezza (Gdt, 10,14).
Ester, l’orfanella straniera, è così bella, che il re Assuerus la sceglie tra tutte le vergini come regina (Est, 2). E quando ella si reca da lui, ad impetrare salvezza per il suo popolo, è innanzitutto lo splendore del suo aspetto ad addolcire il cuore del re, almeno secondo quanto sembra suggerire il cap. 5: Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse gli abiti servili e si rivestì di quelli sontuosi. Fattasi splendida, invocò quel Dio che su tutti veglia e tutti salva, e prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva sollevando il manto di lei.Era rosea nel fiore della sua bellezza: il suo viso era lieto, come ispirato a benevolenza, ma il suo cuore era oppresso dalla paura. Attraversate tutte le porte, si fermò davanti al re… (Est 5,1c).
In realtà, perciò, non è corretto dire che Ester e Giuditta siano deboli e indifese. Le due donne condividono un tipo di “potere”, che è diverso da quello dei re, e tuttavia è potere reale. È il potere che, secondo la Scrittura, è soprattutto caratteristico della donna: il fascino della bellezza.
Ora, se ci si ferma al livello di senso più immediato del testo, è evidente che in entrambi casi si tratta semplicemente di bellezza fisica. E tuttavia, una lettura attenta, rivela che difficilmente questo può essere tutto ciò che le due storie han da dirci. Se la salvezza del popolo intero dipende dalla “bellezza disarmata” di queste donne, un mistero più profondo dev’esservi nascosto. Quale?

Il mistero della bellezza

Cos’è la bellezza? Difficile dirlo: «La bellezza è un enigma», ha scritto l’amico Dostoevskij, proprio riferendosi al fascino della donna [L’idiota, Milano 2010, p. 105]. Sicuramente la bellezza muliebre, per la Scrittura così come per il grande romanziere russo, è soprattutto quel misterioso, temibile dono, che rende la donna capace di sedurre l’uomo, fino a soggiogarlo. In questo senso, la bellezza è forza, dona potere. E tuttavia si tratta di un potere paradossale. È potere reale. Tuttavia è potere interamente relazionale. Ester non può in realtà salvare niente e nessuno da sola. Se non fosse per il suo ascendente sul re, Israele sarebbe perduto. Tuttavia, poiché il re è prigioniero delle sue trecce (cfr. Ct 7,6), ella può ottenere da lui tutto ciò che vuole. Allora il re le disse: Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai! (cfr. Est 5,3).

La bellezza muliebre, nella Scrittura, è sempre caratterizzata da questo strana miscela di debolezza e potere.

È impressionante notare come molte delle donne che giocano un ruolo di primo piano nella storia della salvezza, siano allo stesso tempo belle ed umiliate, belle eppure amaramente provate. Sara, la moglie di Abramo è bella, ma sterile. E così anche Rachele, la moglie più amata da Giacobbe. Tuttavia proprio da Sara nascerà Isacco, l’erede della promessa. E da Rachele nasce Giuseppe, che sarà il salvatore della famiglia. Di Ester e Giuditta abbiamo già detto: una è orfana e sola in terra straniera, l’altra moglie vedova del defunto Re Manasse. Eppure è attraverso di loro, che Israele è salvato.
Perché dunque questo intreccio di bellezza e impotenza? Sembra quasi che il Signore scelga queste donne non soltanto perché sono belle, ma anche e proprio perché sono indifese, impotenti, umiliate. In altre parole, è come se la loro “miseria” fosse parte della bellezza che le rende attraenti, affascinanti ai Suoi occhi.
Se vi riflettiamo, non è forse vero questo anche nella nostra esperienza? Non è forse vero che quanto più una bella creatura ci appare indifesa, vulnerabile, bisognosa di protezione, tanto più irresistibile nasce in noi il desiderio di servirla e difenderla?
Non posso dimenticare un episodio occorsomi anni fa in Russia. Era un mattino di dicembre. Era buio, e faceva ovviamente freddo. Mentre cammino attraverso il boschetto per raggiungere la scuola di russo, mi si para davanti una bimba, di 5 o 6 anni, che piange sconsolata, seduta su una panchina. Aveva un faccino bello, ma sporco. Non potei fare a meno di fermarmi e cercare di aiutarla. Le chiesi perché piangesse. La bimba non rispose. Ma io non riuscivo ad andarmene. Ero come immobilizzato. Sentii che avrei fatto qualunque cosa per lei. Di fatto non c’era gran che da fare, si trattava solo di una bambina che aveva appena litigato col fratellino. Eppure…
Ecco l’ironico mistero: quanto più una bellezza ci appare vulnerabile e senza difese, “disarmata”, per usare l’espressione di Carrón, tanto più tendiamo a farcene protettori e servitori in modo spontaneo. Perché?
Azzardo un’ipotesi: forse perché l’intima essenza della bellezza, come abbiamo detto sopra, è esattamente questa: suscitare in chi ne è ferito una risposta d’amore. To kalon kalein, ha scritto Dionigi Aeropagita (I nomi divini, IV, 7) con uno squisito gioco di parole, che in traduzione purtroppo va perduto: il bello chiama, attira, suscita amore.
C’è come una sorta di preghiera, che ogni creatura splendida sembra sussurrare: “Guardami, prenditi cura di me, amami, perché non ti curi di me, perché?”.
Il bello rivela, per così dire, la dimensione ricettiva dell’essere, la dimensione mendicante dell’essere, in quanto fatto per essere amato. Il bello ha a che fare con l’aspetto desiderante, “erotico” dell’essere, di ogni essere, a partire da Dio. Ed è per questo che quanto più la bellezza è vulnerabile, indifesa ed esposta allo sfregio, tanto più potente essa sfolgora, tanto più irresistibile è la risposta amorosa che suscita.

Comprendiamo così perché nella Scrittura la bellezza è associata più alla donna che all’uomo, senza volerne ovviamente fare un assoluto: la bellezza è femminile nella sua più profonda natura. I due caratteri biblici della femminilità, debolezza e bellezza, non sono in realtà slegati l’uno dall’altro. Essi appartengono alla più intima essenza del bello. Certo, l’uomo non è meno debole e bisognoso della donna, come ben sappiamo. Così anche di Davide, come del Re del Salmo 45, la Scrittura celebra innanzitutto la bellezza. E tuttavia il mistero rimane: come la donna è più fisicamente debole dell’uomo, così ella è di fatto più comunemente associata alla bellezza.
Questa è la ragione per cui la donna diviene, nei duri secoli in cui Israele ha perso l’autonomia politica, il simbolo di una nuova e più pura coscienza di ciò che davvero ha fatto e fa grande il popolo eletto. Proprio quando ritrova l’umile coscienza del proprio nulla, proprio quando si fa di nuovo mendicante, proprio allora Israele si riveste di vera bellezza, quella bellezza che ha il potere di addolcire il cuore del Signore. Poiché Egli non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance? […] La preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,14-15).
Così il Re Assuero non cede alla preghiera di Ester solo perché mosso dalla sua bellezza. Ma anche, e forse soprattutto, al vederla svenire, pallida come un morto, tra le sue braccia: Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto molto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: “Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio” (…)Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: “Parlami!”. (…)  Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: “Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!” (cfr. Est 5,1-3).
Comprendiamo così perché Maria sia veramente il punto di arrivo di tutto il cammino della storia di Israele e con ciò anche il vertice, l’epitome della bellezza creata. Sara e Rachele, Giuditta ed Ester, non erano che pallida figura di lei.

Kecharitomene

Ave, piena di grazia, la saluta l’arcangelo Gabriele. La parola greca è kecharitomene, che signifca graziata, ma anche riempita di grazia, cioè resa bella. “Gioisci, o tu che hai ricevuto il dono della pura bellezza, o bellissima”.
In questo semplice participio è come racchiuso l’essenziale mistero della Madonna. Ella è la graziata: tutto in lei è frutto della più pura, preveniente gratuità dell’amore divino. E tuttavia, nelle parole di Gabriele c’è più di questo. Qual è il contenuto di questo dono? Ecco il secondo aspetto del participio: “adornata di bellezza”. Il contenuto del dono è Bellezza, pura bellezza. Ma in cosa consiste questa bellezza?
Don Giussani ci ha insegnato che la bellezza è splendor veritatis, splendore del vero.
Questo basta ad avvicinare il mistero: in Maria, come in un cristallo purissimo, risplende la verità della creatura. Nel suo cuore la creazione, il cosmo creato diviene, infine, perfettamente trasparente a se stesso per ciò che è. Maria vede se stessa, tutto il suo essere scaturire dall’amore di Dio. E ciò significa due cose: innanzitutto umiltà, cioè coscienza purissima, perfettamente vivida, della propria radicale dipendenza dalla Maestà dell’Altissimo. Il manto scuro che l’avvolge in tante icone dell’Annunciazione è simbolo di questo: Ha guardato all’umiltà della Sua serva.
Nel manto di cui lo Spirito l’ha rivestita, tuttavia, non c’è solo questo. In altre icone dello stesso mistero, la veste della vergine è rosso fiammante. Mentre percepisce tutto l’abisso della distanza tra sé e l’Altissimo, Maria anche si sa anche realmente amata, termine d’amore. Ed è percio al contempo attratta, mossa verso Colui cui pur guarda con timore ed infinita riverenza. Ecco dunque: lo splendore della vergine, quello splendore mediante cui ella attira a sé lo sguardo dell’Altissimo, è come l’effetto dell’incandescenza prodotta in lei dall’attrito, potremmo dire, tra due opposti movimenti del cuore: l’umiltà dell’“ancella”, che la porta a riconoscere, in timore e tremore, l’incolmabile distanza tra sé e l’Altissimo; e il desiderio della sposa, che invece la spinge in alto, le dà l’audacia di alzare gli occhi verso il cielo. La sintesi incandescente dei due si chiama attesa, vergine attesa, che nulla pretende né anticipa. Eppure, nel segreto del cuore, aspetta, oscuramente attende, si attende dall’Amato il dono impossibile: il dono di una totale intimità con Colui che nemmeno i cieli possono contenere. Come una vergine attende fremendo il suo sposo, così Maria, la vergine purissima, è tutta attesa, tutta spazio per Dio, terra deserta, rovente, assetata della venuta del Signore.

Gli occhi della colomba

Il Cantico dei Cantici ci aiuta, forse più di qualunque altro libro delle Scritture, a meditare ulteriormente su questo misterioso legame tra casto desiderio e bellezza, tra verginale, umile attesa e forza attrattiva.
Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirza, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra. / Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano (Ct 6,4-5). Il poeta sacro attira l’attenzione su un fatto che tutti conosciamo bene per esperienza, ma su cui forse mai abbiamo riflettuto a fondo: qual è l’arma più efficace con cui la donna amante colpisce e disarma l’amato? Lo sguardo: Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe. Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo (Ct 4,1). È stupendo il soffermarsi del poeta sull’intreccio di pudica velatezza e audace splendore, che caratterizza lo sguardo della donna. I suoi occhi sono come colombe. La colomba è qui il simbolo dell’amore puro, fedele e ardente. Gli occhi della Sulammita luccicano d’amore. Tuttavia la passione non è esibita in modo sfacciato. Essa si rivela da “dietro un velo”. Come se nell’atto di volgere verso il suo amato lo sguardo, la Sulammita gli lasciasse finalmente intravedere qualcosa della passione che già ardeva in lei, sebbene indischiusa. Proprio il bagliore improvviso di questa rivelazione rende il suo aspetto tanto più soggiogante: Tu sei terribile come un vessillo di guerra. Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano.
Un altro passaggio mette in luce lo stesso paradosso, attraverso un altro eloquente simbolo del desiderio: la bocca. Come nastro di porpora le tue labbra,la tua bocca è piena di fascino; come spicchio di melagrana è la tua gota dietro il tuo velo (Ct 4,3).
Ancora una volta il poeta si sofferma su un fatto che siamo tentati di banalizzare, fermandoci al puro elemento erotico. La bocca, così come la gota, col suo nascondere “dietro il suo velo” la mandibola e la cavità orale, è primordiale simbolo di “fame e sete”. Per questo – sembra dire il poeta – essa ha il naturale potere di rivelare il desiderio, al contempo lasciandone velato l’abisso.

In conclusione: proprio quando lascia tralucere il suo desiderio, la donna dispiega paradossalmente la sua gloria, gloria che conquista con naturalezza, così come Iahvè abbatte senza sforzo gli eserciti dei re più potenti.
La nostra bellezza agli occhi dell’Infinito non dipende da quante grandi gesta noi facciamo per lui ed in Suo nome: non rellegratevi per il fatto che scacciate demoni (cfr. Lc 10,20). Di fatto le “nostre gesta” non sono altro che frutto della Sua grazia in noi. Tutto quel che io faccio per Lui, Egli lo potrebbe fare meglio e più agilmente di me. No, la mia bellezza agli occhi del Mistero, è piuttosto proporzionale alla mia sete di Lui, alla profondità del mio vuoto: Distogli da me i tuoi occhi, perché mi sconvolgono.
Ecco dunque la prima dimensione della “bellezza disarmata”: la bellezza del “debole”, che proprio arrendendosi al Potente, proprio nell’abbandonarsi nelle Sue braccia, lo vince.

La memoria dell’elezione

Aggiungo una nota importante. Non è solo la consapevolezza della propria impotenza, che infiamma il cuore d’attesa. Un secondo fattore è cruciale: la memoria, la memoria delle promesse del Signore, la memoria dell’elezione. Tanto per Ester come per Giuditta, questa memoria coincide con l’orgoglio di appartenere a un popolo con una storia gloriosa, il popolo dell’Alleanza. Così è per noi: non c’è speranza senza memoria dell’elezione, cioè senza la coscienza di essere parte del popolo del Signore, un popolo fatto di volti, nomi, ricordi concreti.
Non è casuale che le preghiere di Ester e Giuditta inizino sempre con il rammentare al Signore – quasi se ne potesse scordare! – le grandi gesta che Egli ha compiuto nel passato, quando ha salvato gli avi. È questa memoria che sostiene la speranza e dà alla mendicanza slancio e fiducia. Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò duramente il suo corpo e, con i capelli sconvolti, coprì ogni sua parte che prima soleva ornare a festa. Poi supplicò il Signore e disse: Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore! […] Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me dà coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. […] salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! (Est 4,17).

Lo stesso è vero per noi. La scintilla del nostro grido sprizza sempre dall’attrito tra due principali oggetti del pensiero: da una parte la consapevolezza del nostro bisogno; dall’altra la memoria dell’elezione, cioè di una storia. «Da cosa traeva il popolo di Israele la coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo aveva detto? (…) È lo stupore della storia che hanno avuto. Stupore della loro storia» (cfr. L. Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, Milano 1983).

La bellezza della gratuità

Il frutto di questa povertà vissuta, il frutto misterioso di questa mendicanza è il più inaspettato: si chiama “pace”. Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14,27).
La pace è il sentimento di colui cui nulla manca. Il Signore risponde al grido del povero con il dono della pace, che è come la sintesi di tutti i doni dello Spirito del Risorto (cfr. Gv 20,22). Ma c’è di più. Questo dono tende a traboccare, genera nel cuore un desiderio nuovo, sconosciuto prima: il desiderio di donarsi, di dare la vita, senza più paura né calcoli, per la Gloria del Vero, per la Gloria di Cristo nel mondo. Si chiama gratuità.
Il frutto paradossale di questo disarmato arrendersi nelle mani del Signore, che porta alla pace, è il potere di rendere testimonianza a Cristo in modo analogamente disarmato, cioè senza paura del giudizio degli uomini, senza paura delle conseguenze. Il frutto della fede è una pace che diventa gratuità, cioè prontezza a darsi con coraggio senza fare troppi calcoli. È questa la bellezza disarmata che vince il mondo, così come Giuditta vince l’intero esercito assiro con la sola forza della sua bellezza, del suo aspetto che non era in realtà che un simbolo. La vera bellezza di Giuditta sta nella gratuità coraggiosa con cui è pronta a dare la vita per la salvezza del suo popolo. Ecco la bellezza che, fuor di metafora, seduce e vince il mondo: la bellezza dell’amore che va fino alla fine, la bellezza di Cristo:  «Tutti gli scrittori che hanno tentato di ritrarla, hanno sempre rinunciato… C’è solo una figura di una bellezza positiva al mondo: Cristo, cosicché il fenomeno di quella figura infinitamente bella è già in sé un miracolo infinito. Tutto il vangelo di san Giovanni è un’affermazione di quell’effetto; “egli vede tutto il miracolo solo nell’Incarnazione, nella manifestazione della bellezza» [Fedor Michailovic Dostoevskij, lettera a Sofia Ivanovna, 1868].
Torniamo così alla domanda di cui sopra: cos’è la bellezza? Pulchrum splendor veritatis: la bellezza è lo splendore del vero. La bellezza è la verità dell’Essere nel suo risplendere, nel suo rendersi visibile. Cristo è – come Dostoevskij ha scritto così bene – bellezza suprema proprio perché Egli rende visibile, nella sua carne, la Verità suprema, la verità di Dio: e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Figlio unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Come Gesù rende visibile e udibile la Verità di Dio? Già in tutto il suo ministero, mediante la Sua parola, i suoi gesti, il suo sguardo, Gesù lascia intravedere il Padre: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto, me ha visto il Padre (Gv 14,9). Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, è sulla croce che Egli trasforma la sua carne nella perfetta immagine, di quel Mistero che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18): il mistero del Padre.

Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9).

Nel fare della sua carne un purissimo dono d’amore, Gesù rende visibile, in modo analogico eppur reale, il mistero di quell’eterno atto d’Amore con cui il Padre tutto si dona al Figlio: Dio, nessuno lo ha mai visto: / il Figlio unigenito, che è Dio / ed è nel seno del Padre, / è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi abbiamo contemplato la sua gloria, / gloria come del Figlio unigenito / che viene dal Padre (Gv 1,14).

La gloria di Gesù (gloria e bellezza sono la stessa cosa nel vangelo di Giovanni, perché la gloria non è che il visibile irradiarsi nel mondo dell’Essere di Dio) è gloria di Figlio unigenito dal Padre che è Dio, ed è nel seno del Padre. E ciò significa: è Gloria dell’Unico, che ha il potere di darsi completamente, fino all’ultima goccia di sangue, senza paura, perché è l’assolutamente Figlio, l’unico che conosce l’Amore Infinito del Padre e di esso vive.

Il mistero della luna

La bellezza disarmata della Chiesa è, in realtà, specchio della bellezza disarmata di Cristo stesso, ha la stessa struttura: povertà e gratuità, totale dipendenza che diventa ricchezza, che tracima in gratuità, in potere di darsi in libertà, fino alla testimonianza del sangue.
I Padri della Chiesa amavano paragonare la bellezza della Chiesa a quella della luna. La luna riceve il suo splendore dalla luce del sole. Non è il sole, ma ne riflette la luce in un mondo ancora immerso nel buio.
Così la Chiesa non è Cristo. Guai a dimenticarsi di questo! Ne riflette però lo splendore nella misura in cui volge lo sguardo verso di Lui, guarda Lui, cerca Lui.
E come Cristo rende visibile attraverso la sua carne, l’amore che lo ha generato, la gloria del Padre, così la Chiesa rende visibile Cristo, la gloria del suo amore, attraverso la carne dei suoi membri: Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi (cfr. Gv 13,34). È come un sistema di vasi comunicanti:  Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9). Amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi (Gv 13,34).

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