La carità non finisce

Il perdono autentico è possibile solo a Dio, perché esso è il vertice dell’amore: e per amare come Lui, bisogna imparare a perdonare come Lui.

Una convivenza del gruppo di Gioventù Studentesca del Messico, accompagnato dai sacerdoti della Fraternità san Carlo
Una convivenza del gruppo di Gioventù Studentesca del Messico, accompagnato dai sacerdoti della Fraternità san Carlo

“Io i miei genitori non li perdonerò mai.” Tra le tante storie che mi capita di raccontare a proposito dei miei anni passati a Taiwan, torno spesso su questa frase che mi disse una studentessa al suo primo anno di università, quando ero da poco arrivato sull’isola. Si portava dentro questo rancore sin da piccola, da quando, terza di tre sorelle femmine, era stata “prestata” dai suoi genitori ad una famiglia di loro parenti, senza mai più fare ritorno alla sua famiglia naturale.
Il dolore che si portava dentro si era come pietrificato in lei e il rancore si era cronicizzato fino a rendere le sue parole fredde e prive di emozione. Ascoltandola parlare, mi si chiariva che uno dei motivi del nostro essere lì, una delle ragioni per cui ha senso andare in missione, è proprio quella di testimoniare che un mondo nuovo inizia quando si fa esperienza del perdono, dato e ricevuto. Ma come possiamo testimoniarlo, quando noi per primi facciamo fatica a salutare le persone che ci hanno ferito? Come insegnare a perdonare quando, in fondo, neppure noi siamo capaci di abbracciare chi ci ha fatto e magari continua a farci del male? Il perdono, quello vero, è il vertice dell’amore ed è qualcosa di cui è capace solo Dio.

La gratuità è possibile perché noi abbiamo ricevuto da Cristo tutto ciò di cui abbiamo bisogno.


In questi giorni sono tornato a Taiwan, per una visita alla casa dove ho abitato sei anni, dal 2007 al 2013. È sempre una sorpresa venire qui e ritrovare luoghi, volti, sensazioni per me familiari. Così come certe canzoni.
È Giovedì Santo e alla sera partecipo alla messa presieduta dal nuovo, giovane parroco, Simone (che qui tutti chiamano Wang Shen Fu): quando comincia a chinarsi sui piedi dei parrocchiani per lavarli, partono le note di un canto molto popolare da queste parti, che si impara da bambini in tutte le scuole, anche quelle statali, di quest’isola dove i cattolici sono meno dell’uno per centro della popolazione. Quel canto è la traduzione in musica dell’Inno alla carità, contenuto nel capitolo 13 della prima lettera di san Paolo ai Corinti: La carità è paziente, è benigna, non cerca il proprio interesse… e si conclude dicendo che La carità non avrà mai fine.
Saremo mai capaci di amare così? Senza fine e senza un secondo fine, senza pretendere di essere ricambiati e senza smettere di voler bene di fronte all’indifferenza altrui? Solo Cristo è capace di un amore simile: eppure, è stato Lui a dirci di amarci come Lui ci ha amati.
Qual è la strada, allora, per imparare ad amare come ci ha amato Lui? E quale quella per perdonare come ci ha perdonati Lui, lavando i nostri peccati come ha lavato i piedi dei suoi amici prima di iniziare il suo cammino verso la croce?
Pensiamo alla parabola del buon samaritano, che incontra quell’uomo caduto preda dei briganti e se ne prende cura. Una volta che ha finito di occuparsi di quello sventurato, cosa fa il samaritano per assicurarsi che la carità con cui lo ha curato non finisca? Dice il Vangelo: Lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno (Lc 10, 35).
Questo è il modo in cui Cristo ci assicura che la Sua carità possa continuare dentro la storia, che il suo amore possa non avere mai fine: ci dona un luogo a cui la nostra umanità è consegnata e dentro il quale imparare ad amare e a perdonare.
Don Giussani ci ha più volte detto che per amare come Gesù, bisogna vivere gesti di carità gratuiti, donando parte del nostro tempo agli altri, così che la gratuità possa diventare il modo normale con cui viviamo i rapporti di tutti i giorni. Una gratuità possibile perché noi abbiamo già ricevuto da Cristo tutto quello di cui abbiamo bisogno. Se Gesù, infatti, è il buon samaritano della parabola, noi siamo sia l’uomo aggredito e abbandonato per terra dai predoni, sia il proprietario della locanda a cui quell’uomo viene affidato.
I due denari che il buon samaritano lascia all’albergatore rappresentano, allora, il dono più grande che potevamo immaginare, cioè il nostro rapporto con Lui. Un rapporto che è fondato sulla misericordia di cui siamo fatti oggetto, che prima abbraccia la nostra umanità ferita dal peccato (il nostro e quello degli altri) e che, poi, si concretizza nel compito, immeritato, che Cristo stesso ci affida, quello di occuparci di coloro che Lui ha incontrato per strada.
È a tutto questo che vogliamo essere educati e a cui vogliamo educare le persone che incontriamo: a riconoscere la misericordia che è stata donata ad ognuno di noi, che è l’unico modo per poter, un giorno, smettere di dire “io non li perdonerò mai.”

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