La dignità del sacerdozio

In occasione delle ordinazioni sacerdotali della Fraternità san Carlo, proponiamo una meditazione di Paolo Sottopietra sul sacerdozio, come imitazione di Cristo

Gesù ha parlato della dignità del sacerdozio in diverse occasioni. Spesso sono momenti drammatici, in cui Cristo corregge le aspettative degli apostoli, legate a un’immagine troppo terrena della loro gloria.
Tra questi episodi c’è anche un dialogo, avvenuto in casa di Pietro, a Cafarnao. Seguiamo il vangelo di Marco: il Maestro è appena rientrato con i Dodici dopo vari giorni di assenza. Le donne di casa e i figli, possiamo verosimilmente pensare, si danno subito da fare per accogliere il gruppo e preparano acqua, catini e asciugatoi per i piedi dei viaggiatori.

Gesù ha però un conto in sospeso con i discepoli e, prima ancora che i compagni si siedano per lavarsi, domanda loro: Di che cosa stavate parlando lungo la strada? Le donne e i bambini sospendono il loro servizio, forse intimoriti, e aspettano che il Maestro concluda il discorso iniziato.
I discepoli tacciono. Lungo il cammino avevano infatti discusso tra loro di chi fosse il più grande, annota Marco.
Qual è la dignità che il Messia ci riserva nel suo Regno? Pietro ci pensava spesso, in quella fase della sua amicizia con Gesù. Lo testimonia l’evangelista Matteo: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?
Dopo aver lasciato correre i pensieri dei discepoli per un momento di silenzio, Gesù per primo si siede. Le donne e i bambini sono ancora lì, immobili con i secchi in mano, come servi in attesa di un ordine. Gesù li guarda e, forse accennando proprio a loro, dice: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti.
Ecco chi è il vero apostolo, e quindi ogni sacerdote. Colui che desidera partecipare della missione di Cristo può scoprire la vera dignità della sua chiamata solo imitando Lui, che è il Servo. Dio ha messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, scriverà san Paolo ai cristiani di Corinto. Il sacerdote è chiamato a servire la vita degli altri, a dare la sua vita per loro.

Poi Gesù prende per mano uno dei bambini che gli stanno accanto e lo rassicura, stringendolo a sé con tenerezza paterna. Tra le sue braccia quel bambino diventa il simbolo dell’apostolo, teneramente protetto da Dio, trattato con amore. Il sacerdote può essere servo perché è molto amato. Dio lo ha scelto ed egli è Suo. Dio non lo incarica di un compito sovrumano per poi dimenticarsene. Al contrario, lo segue e lo protegge. Segno della fiducia in questa cura di Dio è la preghiera della Chiesa, che non smette di affidare i suoi pastori a Colui che li ha chiamati.
Infine Gesù spiega: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me. I discepoli possono ormai capire che cosa intenda: chi accoglie voi che siete gli ultimi di tutti e i servi di tutti per amore mio, dice loro il Maestro, accoglie me. Ma c’è ancora di più: Chi accoglie me, conclude infatti Gesù, non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato.

Colui che desidera partecipare della missione di Cristo può scoprire la vera dignità della sua chiamata solo imitando Lui, che è il Servo.

Quale dignità potremmo cercare che sia più alta di questa? Quale gloria più grande desiderare? Noi crediamo che chiunque ci accoglie, accoglie in noi il Creatore del cielo e della terra. In questa consapevolezza il sacerdote trova una letizia stabile e profonda. La gioia di essere nel mondo il portatore di Cristo lo libera pian piano da ogni immagine mondana di grandezza e attira il suo sguardo verso la realtà invisibile delle cose. La stessa che Gesù indica rispondendo alla domanda di Pietro nel vangelo di Matteo: In verità vi dico, voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.

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