Educare significa aiutare i ragazzi a costruire il proprio rapporto con la realtà: la testimonianza di don Stefano, insegnante a Fuenlabrada (Spagna).

Da circa sette anni sono in missione a Fuenlabrada, vicino a Madrid, dove sono arrivato quando ancora ero diacono. Ora, oltre ad aiutare nelle nostra parrocchia, sono cappellano e professore di religione di una scuola di circa ottocento alunni.
Quando qualche parrocchiano mi sente parlare del mio lavoro a scuola, siccome insegno ai ragazzi delle medie e del liceo, spesso mi sento dire: “poveretto, proprio l’età più dura”, oppure: “chissà com’è difficile, con tutti quegli adolescenti”. In realtà, la mia esperienza è un’altra. Sono felicissimo di passare tanto tempo con i ragazzi e di poterli educare, almeno come tentativo.
Le osservazioni che si fanno agli adolescenti sono quasi sempre vere: fanno di testa loro, sono istintivi, reattivi e molti hanno dipendenze di vario genere e tipo. Eppure, hanno una qualità che tende a ridursi con l’età: sono trasparenti. Si capisce molto bene se sono felici o no; quando qualcosa li appassiona non risparmiano le forze, gli dedicano tempo ed energie senza riserve.
Farò qualche esempio raccontandovi di alcuni miei alunni, usando dei nomi di fantasia per discrezione.

Juan

Insegnando religione, in classe succede spesso di toccare temi scottanti e questioni profonde della vita dei ragazzi. Quando succede, iniziano a fare tantissime domande. Sono occasioni d’oro che cerco sempre di privilegiare e a cui voglio concedere spazio.
Due anni fa stavo facendo lezione sul senso religioso. Eravamo ancora nel pieno della pandemia, ma per fortuna potevo insegnare in modo presenziale. Avevo invitato i miei alunni di seconda liceo a presentare ai compagni un film scelto da loro in modo che emergessero alcuni aspetti visti in classe. Finita l’ora, mi si avvicina un ragazzo di nome Juan, il quale mi confessa che è rimasto molto colpito dalla lezione. Soprattutto, ci tiene a dirmi che per lui vedere i film così è più bello e che gli farebbe piacere farlo altre volte. In più – aggiunge acutamente – se questo modo di vedere le cose si può applicare a un film, si può fare con qualunque altra cosa. Una compagna di classe, che stava ascoltando, si inserisce nel discorso dicendo che anche per lei avrebbe voluto continuare a farlo.
Li ho invitati a trovarci un pomeriggio, dopo le lezioni, e a fare la stessa cosa portando una canzone che per loro fosse significativa. La canzone scelta è stata Angel Down di Lady Gaga, che inizia con questi versi: «Confesso che sono perduta / nell’era dei social / in ginocchio, facciamo un test / per amare ed essere grati». Mi spiegano che si identificano pienamente con la canzone: hanno il desiderio di un posto in cui possano essere loro stessi. Dove il volersi bene possa essere autentico, dove si possa stare senza il timore di essere giudicati, dove si possa dire quello che si pensa senza paura. Gli faccio notare che era esattamente quello che stava succedendo in quel momento: non stavano forse aprendosi, raccontandosi in un modo libero, senza paura di essere giudicati?
Quest’occasione ha fatto coincidere un desiderio mio, quello di poter accompagnare questi giovani a conoscere Cristo, con un desiderio loro. È importante, credo, che questo succeda: senza quest’incontro di desideri il rischio è di essere schematici o artificiali nella proposta educativa.
Abbiamo poi deciso di rivederci ed abbiamo chiamato quel piccolo gruppetto Para y mira, “fermati e guarda”. Si sono aggiunti subito un altro alunno e un professore. L’idea era di incontrarci tutte le settimane e di portare liberamente tutto quello che fosse stato significativo durante la settimana: una pagina di un libro, un articolo, una canzone, una lezione a scuola, un dialogo con un amico… qualunque cosa, purché si fosse disposti a condividerla e a guardarla fino in fondo. In sostanza, abbiamo iniziato un raggio. Poco a poco, senza nessuna strategia di marketing né pubblicità, solo per passaparola, il raggio è cresciuto fino ad accogliere circa cinquanta ragazzi e una manciata di adulti.

Silvia

Un giorno vedo Silvia in mensa che giocherella con il cibo senza mangiare. Mi sembra molto triste, così mi avvicino e mi siedo al suo tavolo per pranzare con lei. Mi dice che è stufa. Le sembra di essere vicina ad un esaurimento perché non capisce a cosa serve studiare tanto per poi andare all’università, lavorare, far famiglia, andare in pensione e alla fine morire. Dopo mangiato ne parlo con altri professori e tutti mi dicono che la ragazza si trascina quel problema da molto tempo.
Mi sono chiesto cosa succede nel cuore di una ragazza di sedici anni, che ha amici, una famiglia e riesce abbastanza bene negli studi, per essere così disillusa rispetto alla vita. Ho poi capito che in realtà quel disagio è l’espressione della grandezza del cuore di quella persona, così come di tutti i ragazzi. Anche se non gli manca niente, spesso non hanno un orizzonte, un criterio con cui mettere in ordine i pezzi della loro vita. Il criterio che cercano però non si può semplicemente spiegare. Mi sembra che ogni tipo di discorso – un testo bellissimo che potrei darle, un ottimo consiglio – non sono cose di cui ha bisogno in prima istanza. Quello che le serve è una casa, un luogo che possa aiutarla a ritrovare le sue sicurezze e una comunione a cui appartenere. L’ho invitata al raggio e da quel giorno non se ne è persa nemmeno uno. Ogni tanto, quando ci incrociamo nei corridoi, addirittura sorride. Allora le domando: “Vedi che la vita non fa schifo?” “Piantala!”, mi risponde sempre. Però ride!

Rocío

Rocío è arrivata quest’anno nella mia scuola. Un giorno mi ha scritto una lettera che mi ha aiutato a capire meglio la forza che può avere un luogo, una compagnia che ci educa.
Molte volte, quando si compiono i miei desideri più grandi e importanti, al principio sono felice, però poi mi rimane un sentimento di insoddisfazione, come se avessi bisogno di qualcosa di più. E quanto più grande è il desiderio, tanto più mi manca qualcosa. Prima di arrivare, per esempio, non avevo quello che desideravo maggiormente – una amicizia vera e grande – e mi accontentavo di cose piccole. Adesso vedo che, con le amicizie che ho, non mi basta qualsiasi cosa. Quando le cose che uno cerca sono piccole, o solo materiali, è facile credere che non è possibile essere davvero felici. Ma se incontri quello che ho incontrato io, allora si inizia a capire che il tuo cuore non riposerà mai, finché non si trova quello che è infinitamente grande. Mi domando: perché siamo fatti così? È scomodo sapere che non posso godere pienamente delle cose piccole, perché rimettono sempre a quello che è grande.
Scoprire che non qualsiasi cosa è all’altezza di una vita bella e grande è un passo fondamentale nella crescita. D’altro canto, questo è possibile solo se si hanno davanti persone che hanno certezze, che sanno dove andare, altrimenti i nostri desideri si trasformano in tiranni e possono trascinarci verso quello che distrugge la vita invece che costruirla.

Lucas

Lucas è un personaggio. È il tipico ragazzo che cerca sempre di farsi notare e che fa un po’ il pagliaccio. Nel tempo è rimasto vittima di quella maschera che si è ritagliato e tutti lo trattano proprio così, come se fosse un giullare.
Da ormai quattro anni, per chiudere l’anno scolastico,  organizziamo il pellegrinaggio a Santiago de Compostela. È una proposta esigente: 170 km in sei giorni, con zaino in spalla, sveglia presto, silenzio, preghiere, canti, messa quotidiana. Offre anche tante occasioni per essere semplici, per aiutarsi quando si fa fatica o, più semplicemente, quando qualcuno non sa farsi il bucato. È una cosa che succede spesso…
Un giorno, in cammino, a Lucas vengono delle grosse vesciche che gli rendono particolarmente faticoso e doloroso il cammino. Allora, facciamo a turno per portare il suo zaino e nelle soste lo aiutiamo a curarsi i piedi. Quel pomeriggio celebriamo la messa come sempre e Lucas – che in chiesa non va mai – chiede se durante la preghiera dei fedeli è possibile anche ringraziare. Finita la messa ci raccontiamo com’è andata la giornata e se abbiamo scoperto qualcosa di nuovo. Lui dice che gli sembra di non aver capito niente della vita: com’è possibile che ci siano delle persone che gli vogliano così bene? Ci confessa che sta pensando che forse, alla fine, è vero che Gesù Cristo esiste, perché vede come vivono i cristiani. Addirittura, dice che il pellegrinaggio è simile a come dovrebbe essere la vita: un gruppo di amici che camminano insieme verso una meta.
Forse quella è stata l’unica volta in cui ho sentito Lucas dire cose che non sono un’idiozia, ma quella coscienza è entrata in lui. Ora capisco meglio cosa vuol dire che educare è introdurre alla totalità della realtà. Significa aiutare a scoprire che esiste un Padre buono, che c’è un Destino verso cui camminiamo e che si fa vicino proprio perché c’è una compagnia che Lui ha voluto costruire. Così, ogni passo del cammino ha già il gusto della meta.

Conclusioni

L’esperienza di questi anni mi ha aiutato a capire molte cose rispetto ai giovani che incontriamo oggi nelle scuole, almeno in Spagna, dove vivo io.
Spesso i giovani hanno paura, sono pieni di incertezze rispetto a loro stessi (tutta la gran questione dell’immagine che gli altri hanno di loro o della propria identità) e rispetto al futuro, sia perché non hanno la speranza di incontrare qualcosa per cui valga la pena vivere e che resista per sempre, sia perché non hanno un orizzonte chiaro nella vita.
La paura e l’incertezza che accompagnano con frequenza i giovani vengono soprattutto dal fatto che non hanno avuto nessuno che li abbia aiutati ad avere un rapporto equilibrato con la realtà. Spesso non hanno avuto un padre, qualcuno che li abbia accompagnati a conoscere e amare la realtà.
Finisco citando un’ultima volta un alunno che un giorno mi scrive: Ho conosciuto il Signore. Con Lui tutte le cose si fanno nuove, perfino studiare si fa più attrattivo. Una volta nel raggio abbiamo commentato una frase: “Non esiste nulla che faccia arrendere l’uomo più di sentirsi allo scoperto e totalmente compreso al tempo stesso”. Questo mi si sta facendo evidente nella compagnia di alcuni buoni amici. Diciamolo, sono subnormali, però, con loro riscopro la Sua tenerezza e il Suo abbraccio.
Mi chiedo: “Perché a me? Perché ci e stato fatto questo regalo?”
Ecco, quando vedo un ragazzo del nostro tempo che riscopre con tanto slancio la gratitudine per la vita, per la sua vita, e inizia a muoversi affinché altri possano conoscere la fonte di questa gratitudine, allora capisco che educare è possibile.

 

Nell’immagine, Stefano Motta con un gruppo di giovani.

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