La mamma giusta

Una breve passeggiata con un gruppo di famiglie diventa occasione per riflettere sulla dimensione comunitaria dell’educazione

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Un gruppo di famiglie di Comunione e liberazione in gita

Ci fermiamo. Il sentiero per arrivare fino alla cascata è stretto e alcuni bambini stanno già tornando indietro bagnati e infreddoliti, bloccando la nostra salita. Loro, i più grandicelli, sono partiti prima. Appena qualcuno ha gridato: “Andiamo alle cascate!”, la fatica della camminata del mattino è stata spazzata via e sono corsi subito verso il nuovo sentiero. Nella foga, qualche bimbo è scivolato sulle rocce umide di acqua e si è spaventato per un’ innocua sbucciatura. Qualche mamma ha offerto i primi soccorsi, fino a quando quella giusta si fa strada per consolare il suo ragazzo.

Mentre in fila aspetto che il sentiero si liberi per proseguire la salita, una bimba da dietro mi prende la mano. È una piccolina bionda, con un cappellino rosso. Avrà circa tre anni. L’altra mano tiene stretta quella della mamma. Stupito dalla sua disinvoltura, mi chino e le chiedo il nome: Agnese. “Sei molto coraggiosa, Agnese!”. La mamma sorride e sottolinea fiera che sta salendo da sola. Finalmente possiamo ripartire e Agnese, con naturalezza, continua a tenermi la mano. È serena e procede spedita, senza curarsi del fatto che alcuni scalini di roccia superano ampiamente la possibilità delle sue gambette. Saliamo insieme. Ad un certo punto, Agnese lascia la mano della donna: “Allora te la lascio!”, mi dice lei. Un po’ impacciato, cerco conforto da Agnese: “Te la senti di arrivare alla cascata senza la mamma?”. “Non sono sua madre!” risponde. La stima per questa piccola alpina cresce. 

Continuiamo a salire, qualche punto del sentiero inizia a essere un po’ più esposto. Penso che sia meglio cominciare a capire chi sono i suoi veri genitori. “Agnese, come si chiama la tua mamma?”. “Leti”, risponde. Sono stato invitato a questa vacanza di giovani famiglie senza conoscere quasi nessuno; però, in due giorni sono riuscito a presentarmi a quasi tutto il gruppo, 60 adulti e 60 bambini. Cerco di ricostruire nella mente chi possa essere mamma Leti. Ok, ce l’ho! 

Finalmente arriviamo: siamo sotto la cascata. L’acqua cade a strapiombo e il suo fragore riempie l’insenatura tra le montagne. È un meraviglioso spettacolo di potenza, bellezza e sacralità. Agnese è più rapita di me. Adesso cosa faccio? All’improvviso, davanti a me, su un masso un po’ elevato rispetto a noi, vedo Letizia. Sta allacciando il giubbettino di un altro bimbo, forse il fratello: sotto la cascata l’aria è piuttosto fresca. “Leti, ti ho portato Agnese!”. “Grazie! Vieni, Agne!”. Allungo Agne a Letizia e annuncio con orgoglio: “Agne, ecco la mamma!”. La bimba si lascia trasportare placida verso Letizia, che però mi guarda e dice: “Non sono io sua mamma, è un’altra Letizia. I suoi genitori devono essere qui in giro, gliela porto io!”. 

Agnese è stata generata dall’amicizia che i suoi genitori vivono con i loro amici

Mi sono fermato un po’ in silenzio a contemplare la cascata. Ho pensato anche ad Agnese e alle sue “mamme” di cammino. Per far crescere un bambino è necessaria una comunità. Agnese è partita verso la cascata perché è certa dell’affetto dei suoi genitori e perché ha visto i suoi genitori fidarsi dei loro amici. Così anche lei si è fidata e ha raggiunto uno spettacolo dove i suoi genitori non l’hanno portata personalmente. Agnese è stata generata dall’amicizia che i suoi genitori vivono con i loro amici. 

A volte, incontro genitori giustamente preoccupati per il futuro dei propri figli. Allora penso alla piccola Agnese, che di certo non ha l’età per fare grandi discorsi sulla fiducia e l’amicizia. Sono però sicuro che, guardando i suoi genitori, ha capito che vale la pena fidarsi quando qualcuno ti invita ad andare a vedere qualcosa di bello. Ha intuito che il mondo è buono e non spaventoso, che ci sono persone che possono farti compagnia lungo la strada. Un giorno comprenderà che la grandezza dell’amore di due genitori non sta principalmente nel riuscire a portare il proprio figlio fino alla cascata ma nell’affidarlo a qualcuno che cammina in quella direzione. 

Tornati in albergo, doccia e poi subito pronti per l’incontro pomeridiano. Entro nel salone e mentre cerco un posto a sedere mi imbatto in una mamma che non ho ancora conosciuto. Mi presento: “Don Stefano”. “Piacere, Letizia!”. Finalmente è quella giusta!

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