La pandemia: sfida drammatica e occasione preziosa

Questa conferenza, pronunciata in forma più ampia in video-conferenza il 4 maggio 2020 per i membri della Fraternità San Carlo, viene ora offerta a tutti. Essa riflette esperienze relative alla società e alla Chiesa italiana ed europea.

Un ospite imprevisto, sconosciuto e mortale

Il Coronavirus si è seduto da due mesi alla nostra tavola come un ospite imprevisto, sconosciuto e mortale. Innanzitutto imprevisto. Benché, post factum, alcuni, anche importanti scienziati, abbiano detto di averlo in passato preventivato; benché effettivamente al chiuso di certi ristretti luoghi di ricerca e di riflessione si parlasse da anni di ipotetiche prossime pandemie, nessuno in realtà aveva lanciato l’allarme, neppure quando l’epidemia è esplosa in Cina. Anche molti epidemiologi che poi avrebbero biasimato coloro che avevano sottovalutato il pericolo, all’inizio avevano pubblicamente fatto lo stesso errore.
L’imprevedibilità è il motore della storia. Alcuni imperi durano decenni, secoli, e poi si sgretolano (cosa resta del regno di Genghis Khan o di Tamerlano?); l’opera di alcuni grandi uomini si disfa quando essi scompaiono (pensiamo ad Alessandro Magno o a Napoleone); oppure, all’opposto, fatti apparentemente piccoli provocano cambiamenti epocali (come ad esempio l’attentato di Sarajevo che nel 1914 innescò la miccia della Grande Guerra).
È il fattore libertà che governa la storia. Ed essa non può mai essere ingabbiata in alcun modo dentro la logica “cause-effetti”. Questa constatazione ci fa correre a due questioni molto profonde: qual è il posto dell’uomo nella storia? E, se c’è un Dio, quale il suo? Possiamo pensare alla lotta tra bene e male come a una chiave di lettura degli eventi oppure tutto è soltanto governato dal caso?

Il virus è qui con noi, un ospite sconosciuto. A distanza di alcuni mesi dalla sua apparizione, esso ha probabilmente già subito alcune mutazioni. Gli scienziati, che in queste settimane hanno occupato la scena dei mass media in modo inversamente proporzionale alle certezze che avevano da comunicare, non sanno parlare adeguatamente del Coronavirus. Non sanno come si svilupperà la pandemia nel prossimo futuro né quando essa potrà dirsi definitivamente superata. Ma soprattutto, gli scienziati sono assolutamente divisi tra di loro.
Voglio citare a questo proposito un testo del professor Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: “Troppo a lungo si è coltivata l’illusione che le nuove tecnologie convergenti potessero assicurarci uno sviluppo lineare, senza limiti seri di sorta… Nel pieno e convinto riconoscimento del fondamentale ruolo della scienza, occorre ammettere che essa è altrettanto erratica quanto le altre pratiche umane. I miti sono sempre pericolosi, quale che sia l’ambito in cui prendono forma”[1].
L’intrinseca fallibilità della scienza è una verità di cui dobbiamo prendere atto, pur non dimenticando gli enormi e meritori sforzi che tanti scienziati stanno compiendo per aiutare l’umanità, dei quali dobbiamo essere grati. La cosa assolutamente grave è che alcuni scienziati si presentano affermando l’assoluta certezza scientifica di ciò che sostengono: peccato che sia in totale contrasto con ciò che sostengono gli altri. La scienza molto spesso, in questa nostra epoca, vuole proporsi come “religione”. Nell’umiltà di molti ricercatori essa compie realmente importanti progressi. Nella superbia di altri, invece, la scienza ci appare come un’intollerante “nuova religione” che vuole bollare di ignoranza chi non si piega alle sue tesi.
Appare così uno degli aspetti più drammatici e più evidenti della crisi attuale: l’uomo è giunto a questo momento di difficoltà mondiale, forte di un autoconvincimento di immortalità e di potenza. Ogni limite o fragilità doveva essere nascosto, per essere poi superato. Non si doveva più parlare della morte. Si poteva parlare della malattia, solo in vista della sua sconfitta. Anche attraverso neologismi, nella nostra società occidentale non esistevano più gli handicappati, i ciechi, i mutilati. Un grande e disperato tentativo di nascondere il limite e la ferita, per esorcizzarli. Questi due mesi hanno fatto crollare tutto ciò. Forse solo temporaneamente. Ma questa sarebbe la vera tragedia. L’uomo è apparso in tutta la sua nudità, nelle sue angosce, paure, fragilità, in tutta la sua solitudine. Soprattutto l’uomo è apparso nell’esperienza più terribile che si possa immaginare: la solitudine di fronte alla morte. Di fronte alla propria morte. Di questo ha parlato il cardinale Scola nel suo intervento su Il Foglio[2].

Il virus non è soltanto un ospite imprevisto e perlopiù sconosciuto, ma è soprattutto un ospite mortale. Esso ha fatto emergere con grande forza la strutturale contraddizione della vita dell’uomo già evidenziata da tanti pensatori, per esempio Pascal. L’uomo aspira con tutto se stesso all’infinitamente grande, ha dentro di sé un’inesauribile attesa di qualcosa che non abbia fine; e nello stesso tempo può essere sconfitto e ucciso dall’infinitamente piccolo[3]. Questa spaventosa contraddizione pone dentro le nostre vite una domanda ineludibile: chi sono io? Sono destinato al tutto o al nulla?
In queste settimane abbiamo assistito, attraverso l’impietosità della televisione, alle immagini delle bare abbandonate, dei morenti in ospedale con cui non si poteva comunicare, alla cancellazione dei funerali. Ciò che l’uomo ha sempre sentito come uno dei punti più alti dell’espressione della propria umanità, e cioè il culto dei morti, è stato impedito, generando in tante persone una ferita che non si rimarginerà più.

L’esperienza dei credenti

È certamente ancora troppo presto per tentare una lettura significativa e sintetica dell’esperienza dei credenti in questo periodo. Alcune cose però possono essere già dette. Il virus ci ha sottratto la partecipazione viva, fisica, alla vita delle nostre comunità, e soprattutto la celebrazione eucaristica con il popolo. Senza ricevere la comunione eucaristica non si può vivere. Io stesso ho sottolineato per la mia Chiesa, in questo stato di necessità, che l’eucaristia era celebrata quotidianamente dai sacerdoti per tutti, che i suoi effetti si riversano comunque sul popolo cristiano. E questa è una verità sacrosanta. Anche quando nessun laico partecipa fisicamente alla celebrazione, la messa celebrata dal sacerdote è sempre il Corpo di Cristo dato “per tutti” e il Sangue versato “per tutti”. Ma non si può pensare che questa situazione possa durare all’infinito. Un albero può resistere alle tempeste per un po’ di tempo, anche se le sue radici sono compromesse, ma non può resistere oltre un certo limite.
Ci è stata tolta inoltre anche la consuetudine delle relazioni umane e quei frammenti di vita comune che rappresentano, nelle nostre comunità, l’eucaristia vissuta.
Nonostante ciò, durante queste settimane di pandemia, abbiamo assistito ad alcune fioriture molto belle della fede e della carità, opera della creatività dello Spirito attraverso la libertà dei credenti. Molti catechisti ed educatori hanno creato reti di comunicazione e di rapporto con i loro ragazzi; tanti adulti hanno cominciato a pregare il rosario con appuntamenti serali quotidiani; e molto altro ancora. Il Web, che molto spesso era utilizzato per scopi ludici e negativi, è stato abitato, molte volte, dalla preghiera, dalla lode, dalla ricerca di un approfondimento spirituale e culturale.
Si avverte però, allo stesso tempo, una diffusa stanchezza: l’uomo non può infatti reprimere troppo a lungo l’esigenza di rapporti personali, e non virtuali, che lo costituisce. Anche le forme più alte di vocazione monastica, quali la Trappa o la Certosa, prevedono momenti quotidiani di comunicazione con la presenza fisica degli altri. Tutti in questi mesi abbiamo sperimentato la bellezza del poterci vedere ed ascoltare, attraverso le chiamate in streaming, ma abbiamo conosciuto anche il forte limite intrinseco a questa modalità di comunicazione. Quasi fosse un atto d’amore, che infine stringeva delle ombre. La stessa esperienza di Achille che, nell’Iliade di Omero, tenta di abbracciare l’amico Patroclo apparsogli in sogno[4]; o di Enea che, nell’Eneide di Virgilio vorrebbe abbracciare l’ombra della defunta moglie Creusa, ma “l’immagine dileguò tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno”[5].
In queste settimane, tra i credenti, c’è stato anche chi ha detto: “Quanto è bella la liturgia celebrata via streaming!”. Oppure: “Le messe valgono lo stesso, anche se sono in televisione”. E ancora: “L’immagine del papa nella piazza San Pietro deserta è stata la parola più efficace di questi mesi. Che problema c’è, allora, a continuare celebrazioni senza popolo?”. Anch’io penso che la figura di papa Francesco nella piazza deserta sia stata una parola molto forte, così come il suo pellegrinaggio a piedi al Crocifisso di san Marcello al Corso. Ma guai a prendere queste espressioni in alternativa al pane quotidiano della vita cristiana. Sempre papa Francesco ci ha messo in guardia da una vita cristiana “gnostica”, quale quella veicolata dallo streaming[6]. L’unilateralismo è sempre una negazione della verità.

Da questo punto di vista, le settimane trascorse hanno messo in luce due drammatiche verità: una diffusa e profonda ignoranza del messaggio cristiano e un laicismo molto radicato, ormai diventato luogo comune.

1.     L’ignoranza del cristianesimo

Forse mai mi era capitato di misurare con un’intensità così profonda, favorita certamente dal silenzio, la generalizzata ignoranza delle verità essenziali della vita cristiana nella nostra società. Molti non conoscono più il valore della Confessione, dell’Eucaristia, del radunarsi della comunità, della vita comune, dei sacramenti in genere… Dobbiamo porci una domanda radicale: che cosa abbiamo insegnato al nostro popolo?
La pandemia ha messo in luce un’ignoranza che viene da lontano, forse fin dagli anni Cinquanta e Sessanta. Il Concilio Vaticano II ha reagito all’assenza di peso esistenziale delle verità proclamate. Ma nel periodo successivo molte verità del Credo sono state lette a un livello prevalentemente umanistico. Non si è saputo coniugare la verità della proposta di Cristo con l’esperienza di vita che essa permette e dischiude.
È chiaro che in ogni esistenza umana si danno momenti diversi, come lo sviluppo biologico documenta. Non posso chiedere a un bambino quello che posso e devo chiedere a un adulto. Così il fascino dell’incontro non può e non deve essere caricato di conoscenze e di comandamenti che verranno scoperti a poco a poco. Nello stesso tempo non si facilita la vita dell’uomo nascondendogli alcune parti della verità. Il silenzio, se non addirittura la censura, su temi scomodi o difficili, come ad esempio la morte e il Paradiso, non hanno aumentato, ma hanno diminuito l’attrattiva Gesù. Ma possiamo pensare anche all’esperienza della verginità, di cui nessuno più parla: essa aumenta o diminuisce l’attrattiva Gesù? E l’obbedienza vissuta in libertà e gioia, la povertà senza sciatteria e senza demonizzazione degli altri, l’amicizia… tutte queste esperienze luminose aumentano o diminuiscono l’attrattiva Gesù? Cosa dire poi della vita delle famiglie cristiane, del mettere al mondo dei figli, educarli, e della donazione gratuita per condividere la vita degli altri tipica di tante opere caritative?
Come ho avuto modo di dire in tante occasioni, in questo nostro tempo la psicologia e la sociologia hanno preso il posto della fede. Tutto ciò è avvenuto in modo molto sottile e drammatico. Non è stata negata esplicitamente la fede, ma si è sostenuto che essa coincide con i contenuti delle verità delle scienze umane. Questo era già stato previsto, annunciato e diffuso più di due secoli fa da Hegel, a partire dal suo libro giovanile La vita di Gesù[7], che aveva trovato poi un’esplicitazione gigantesca, e con fondamenti poderosi, nella sua “filosofia dello Spirito”. Egli non intendeva uccidere il cristianesimo, come avrebbero voluto fare poi Feuerbach e Marx, ma sostituirlo. Hegel aveva immaginato una poderosa opera di “toglimento” (Aufhebung), volta a svuotare di ogni valore trascendente le verità fondamentali della vita.

2.     La marginalizzazione della comunità cristiana

Un altro dato è forse ancora più grave di ciò di cui ho parlato finora: si tratta dell’assoluta marginalizzazione non solo del messaggio cristiano – proprio in un momento in cui i drammi che stiamo vivendo richiederebbero, come laicamente si usa dire, un “supplemento d’anima” – ma anche e soprattutto della stessa comunità cristiana. Si pensi che cosa significa questo per un Paese come l’Italia, che da duemila anni vede un umanesimo poetico, artistico, letterario, architettonico, urbanistico e musicale, nato proprio dal cristianesimo. Se togliessimo improvvisamente le cattedrali, le pievi, il Beato Angelico, Michelangelo, Raffaello, san Francesco, Dante, Galileo, Leonardo… cosa resterebbe dell’Italia? Certamente le sue tradizioni laiche e le altre religioni – tutte cose rispettabili e importanti. Ma anch’esse sarebbero terribilmente impoverite di quell’intreccio con la vita della comunità cristiana che ne ha costituito, anche dialetticamente, la storia e la linfa vitale.
Ebbene, la preoccupazione per la comunità cristiana in questo tempo non ha trovato spazio sui giornali, nelle televisioni, nel Web, nei pensieri del Governo. Quando la Chiesa ha posto sul tappeto, dopo due mesi di obbedienza alle direttive del Governo, giustificata dalla carità, l’esigenza di riprendere a celebrare in modo assolutamente regolamentato le Sante Messe con il popolo, molti, penso perlopiù senza cattiva coscienza, hanno detto: “La Messa è uguale al ristorante e al parrucchiere”. Non è più percepito il valore sociale della vita cristiana. Se prima lamentavo il venir meno del significato veritativo della fede, ora sto parlando del suo peso storico.
A tal proposito cito ancora qualche riga del prof. Zamagni: “Non è lo Stato che ci tiene insieme e non è la separazione fisica che ci basta. Istituzione pubblica e individualità separata non danno motivazione di vivere insieme. Eppure famiglia, comunità e Nazione sono tra le parole più maltrattate e svilite da decenni. […] Lo Stato non può diventare un’istituzione totale, perché esso appartiene all’ordine dei mezzi e non dei fini”[8].

L’occasione

Tutte le considerazioni svolte finora sarebbero completamente fuorvianti se si fermassero qui. In realtà, ciò che sta accadendo è anche una grandissima occasione per la nostra vita, un richiamo forte alla rilettura della nostra storia personale. Potrebbe essere, questo, il tema di un grande romanzo con al centro l’avvenimento dell’incontro fra Dio e l’uomo.
Un’amica ebrea di Gerusalemme mi ha detto che l’unico paragone possibile è quello con il “diluvio universale” e mi ha chiesto in quanti potremo salire sull’arca. Le ho risposto che oggi l’arca è molto grande e che tutto dipende da noi. Sì, molto dipende da noi.
Come ho detto all’inizio di questa conferenza, tutto è capitato senza che fossimo preparati. Ma spesso è così negli avvenimenti di Dio con l’uomo. Dio non è all’origine di questa epidemia, non ne è la causa. Ma egli si sta servendo di essa per mostrarci cosa accade quando l’umanità abbandona Dio e per rinnovare l’alleanza stipulata con Abramo, e prima ancora con Noè, definitivamente sigillata nel sangue di Cristo e nella sua resurrezione, ma caduta purtroppo nella dimenticanza dell’uomo. Dio rinnova sempre il suo patto, attraverso dei germogli santi (cf. Is 11,1), delle cellule capaci di ricostruire il suo popolo. Egli ci chiama a rispondere continuamente alla sua alleanza, con una consapevolezza diversa e nuova. Ci chiama ad essere persone e comunità in cui maturi una coscienza più profonda e più vera di ciò che è essenziale per la vita. San Paolo VI, quand’era ancora arcivescovo di Milano, ha parlato di Cristo come “necessario”[9]. Queste sue parole andrebbero riprese.
Tutta la provocazione di Dio dunque è contenuta in questo richiamo: “Non evadere dal presente, anche se esso è tremendo e indesiderato. Profitta di questo tempo cattivo”. Lo stesso diceva san Paolo alla comunità di Efeso: Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi (Ef 5,15-16). Sulle labbra del Cardinal Federigo, ne I Promessi Sposi, questa frase è stata tradotta dal Manzoni: “Ricompriamo il tempo”[10], cioè riscopriamo il peso delle giornate, il loro valore. Riscopriamo le occasioni che ci sono date.
Stiamo vivendo un’occasione, un kairós – come oggi si usa dire, purtroppo con molta superficialità, riducendo tutto a slogan. Il kairós è qualcosa che ci coinvolge e da cui potremo uscire migliori o peggiori. Abbiamo visto durante queste settimane alcuni esempi che fanno ben sperare: l’impressionante generosità e dedizione di tanti sacerdoti e di tanti operatori sanitari. Alcuni sacerdoti sono morti; molti sono i medici e gli infermieri che si sono sacrificati fino a dare la vita. Penso poi al sacrificio di tante famiglie nello stare accanto ai loro malati, nell’individuare forme sempre nuove di gioco e di vicinanza ai figli improvvisamente costretti a casa per un periodo troppo lungo. Ma tutto ha bisogno di tempo e di ragioni per diventare un abito nuovo nella nostra vita. La donazione generosa di sé ha bisogno di sedimentarsi, altrimenti può generare reazioni negative e depressioni.
Accanto a queste espressioni di carità, che affondano le loro radici in una storia cristiana di molti secoli, si è vista anche tanta disperazione e cinismo. Solo la fede genera veramente la pazienza – senza dimenticare che essa non è una magica medicina. La nostra psiche è provata, e non basta pregare affinché guarisca, anche se la preghiera è la più formidabile delle medicine a nostra disposizione. Vedete da questo punto di vista quale lungo lavoro ci attende.
Forse stiamo riscoprendo la verità di quella frase di Giovanni Paolo II, pronunciata all’inizio del suo pontificato a Norcia, in occasione dei millecinquecento anni dalla nascita di san Benedetto: “Era necessario che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano diventasse eroico”[11].
Durante questo tempo molti di noi, fra cui certamente io che vi parlo, abbiamo sentito la vicinanza della fine. Questo non è un pensiero negativo né depressivo. Può essere al contrario, finalmente, uno squarcio di verità. Sentire la vicinanza della fine infatti non significa il desiderio della morte, quanto piuttosto il desiderio che il paradiso entri nella nostra vita quotidiana con più potenza e capacità di illuminazione. È il desiderio di vedere Gesù, affinché si allarghino in modo nuovo gli orizzonti del nostro sguardo e del nostro cuore.
Non dobbiamo vivere “per l’aldilà” (come sottolineavano la pedagogia cristiana e la predicazione soprattutto nell’Ottocento, in reazione all’immanentismo illuminista), ma vivere “l’aldilà nell’aldiquà”. Pensare quaggiù alle cose di lassù (cf. Col 3,1), per usare l’espressione di san Paolo riferita ai frutti della resurrezione. La resurrezione di Cristo infatti illumina ogni momento della storia e anche il nostro presente: lo vediamo, lo sappiamo e possiamo farne esperienza quotidianamente.
La grande tentazione di questo momento è quella di buttarci nel passato o nel futuro: rimpiangere il passato o evadere in un futuro che non possiamo in realtà immaginare. La salvezza invece consiste nel riconoscere i segni di Dio nel presente.

La grande tentazione di questo momento è quella di buttarci nel passato o nel futuro: rimpiangere il passato o evadere in un futuro che non possiamo in realtà immaginare. La salvezza invece consiste nel riconoscere i segni di Dio nel presente.


Potremmo definire questo tempo come l’occasione di “prova della fede”. San Pietro nella sua Prima Lettera scrive che la nostra fede è più preziosa dell’oro, che pure viene anch’esso provato (cf. 1Pt 1,7). “Prova della fede” significa scoprire su che cosa poggia veramente la nostra vita, qual è il fondamento ultimo che determina ogni istante e che nessuna forza ostile potrà mai cancellare. Nell’epidemia io vedo una lotta fra Dio e Satana, una lotta che coinvolge gli uomini. È stato per me molto significativo il brano di Vangelo che papa Francesco ha scelto per la preghiera in piazza San Pietro: la tempesta sul lago (Mc 4,35-41), in cui ricorrono le due domande fondamentali di Gesù: perché avete paura? Non avete ancora fede? (Mc 4,40). La prova fa venire a galla ciò su cui poggiano veramente la vita e la fede.

Due spunti costruttivi a mo’ di conclusione

1. A conclusione di questo mio intervento, vorrei innanzitutto sottolineare l’importanza della vita comune. Può sembrare contraddittorio e quasi ridicolo parlare in questo contesto della vita comune. Eppure non è così. Proprio il distanziamento fisico che stiamo vivendo (preferisco questo termine a “distanziamento sociale”, che mi sembra profondamente equivoco) ha mostrato a tutti che, pur attraverso mille difficoltà, c’è un valore nascosto nell’essere assieme in famiglia. La vita comune – lo sappiamo – esaspera e ingigantisce le fragilità, ma rafforza le idealità buone. L’impossibilità di vivere rapporti ravvicinati e “normali” ha fatto comprendere a molti quanto sia preziosa la vita comune, se vissuta in modo autentico, cioè non per rivalità, per possesso, per strumentalizzazione, ma come arricchimento reciproco, sostegno, valorizzazione. La vita comune è il cuore della vita del mondo, chiamata alla comunione con il Padre e i fratelli. Il distanziamento fisico dalle nostre comunità e dagli amici, cui siamo obbligati, è una purificazione dal male che abbiamo a lungo vissuto nell’individualismo e nella sopraffazione dell’altro.
Inoltre, l’impossibilità di partecipare alla liturgia eucaristica può essere stata paradossalmente una strada privilegiata per riscoprire l’assoluta importanza della comunità nella nostra vita. La vita comune non è un artificio per star bene tra noi o un sostegno nei momenti di difficoltà. Essa è invece la fiammella che deve aiutarci a guardare al Corpo di Cristo come comunità animata dalla libertà dello Spirito e dalla concreta partecipazione di tutte le membra alla vita dell’unico Corpo.

2. Durante queste settimane abbiamo scoperto con maggior evidenza quanto gli uomini e le donne del nostro tempo, credenti e non credenti, attendano di essere aiutati a pregare, di impararlo da noi. Ogni cristiano è chiamato a diventare un maestro della preghiera. I Salmi, la celebrazione della Messa, la lettura del Messale, il rosario, l’adorazione eucaristica devono innervare più consapevolmente la nostra vita. Da “dovere” devono diventare scoperta e compagnia ineludibile. In questo modo potremo fare spazio nel nostro cuore alla presenza di Dio, accogliere il dono della gioia e diventare veramente missionari, capaci di annunciare il Vangelo della libertà e della pace a tutte le persone che incontreremo sul nostro cammino.

Note

[1] S. Zamagni, La pandemia da Covid-19: factum et faciendum. Un apporto dall’Osservatorio Giovanni Bersani, 22 aprile 2020, pro manuscripto.

[2] A. Scola, “Oltre il dramma del male. Antidoto alla solitudine”, Il Foglio, 22 marzo 2020.

[3] Ha scritto Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, dal momento che egli sa di morire e [conosce] il vantaggio che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non sa nulla”. B. Pascal, Pensieri, CCCLXXVII.

[4] Cf. Omero, Iliade, XXIII, 99-101.

[5] Cf. Virgilio, Eneide, II, 790-794. Cf. anche l’incontro di Enea con l’ombra del padre Anchise: Eneide, VI, 700-702.

[6] Cf. Papa Francesco, “La familiarità con il Signore”, Omelia nella celebrazione mattutina trasmessa in diretta dalla Cappella di Casa Santa Marta, 17 aprile 2020.

[7] G. Hegel, La vita di Gesù, 1795.

[8] Zamagni, La pandemia da Covid-19: factum et faciendum, cit.

[9] G. B. Montini, Omnia nobis est Cristus. Lettera Pastorale all’Arcidiocesi di Milano per la Quaresima del 1955.

[10] “Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vòti, perché gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno”. A. Manzoni, I Promessi Sposi, XXVI.

[11] Giovanni Paolo II, Omelia a Norcia, in occasione della Visita Pastorale a Cascia e a Norcia, 23 marzo 1980.

Contenuti correlati

Vedi tutto
  • Testimonianze

Fiammelle che rischiarano la vita

Dall'incontro con un sacerdote, il ritorno alla fede e l'inizio di un cammino nuovo: la storia si suor Raffaella, che l'8 aprile ha professato i voti definitivi nelle Missionarie di san Carlo.

  • suor Raffaella D’Agostino
Leggi
  • Testimonianze

Frutti inaspettati

Un prete cattolico in una scuola della East Coast, tra studenti che passano e altri che ritornano. Una testimonianza dagli Stati Uniti.

  • Luca Brancolini
Leggi
  • Meditazioni

Dove Cristo è vivo

Non c'è uomo che, in fondo, non sia alla ricerca di Dio. La mattina di Pasqua ci insegna che si può trovare solo là dove Cristo è vivo.

  • Emmanuele Silanos
Leggi