Il fondamento del matrimonio e della famiglia si trovano nel servizio dell’opera di Cristo, nella comunione della Chiesa.

Una delle esperienze più belle che ci è dato di fare nelle nostre missioni è quella di accompagnare le famiglie nel vivere la loro vocazione. Accompagnare ed essere accompagnati: perché anche per un prete è importante la vicinanza di tante coppie contente del loro rapporto, grate del dono dei figli, desiderose di capire di più come servire il regno di Dio da mariti, mogli, padri, madri e come dare testimonianza di una vita umanamente realizzata.
Capita purtroppo anche di trovare alcune di loro bloccate, come se avessero smarrito le ragioni del loro stare insieme: può succedere dopo anni di matrimonio o dopo pochi mesi. Ed emergono domande del tipo: “Da dove ripartire quando sembra di non volersi più bene?”, “Come il nostro accettarci reciproco diventa vero, e non solo un tollerare controvoglia l’altro?”, “Come posso imparare ad amare anche quello che dell’altro non mi va o che non riesco a capire?”.
Pensando a loro, mi viene in mente uno degli episodi più umani descritti nei Vangeli, quando Maria e Giuseppe, tornando da Gerusalemme, si accorgono che il Bambino non è più con loro.
Quante volte nella nostra vita, a un tratto, ci rendiamo conto che non Lo abbiamo portato con noi? Quante volte quella Sua presenza, data per scontata, in realtà non è più incidente dentro il quotidiano? Quello che mi colpisce dell’episodio del ritrovamento al Tempio è il fatto che i due, Giuseppe e Maria, si mettono a cercare Gesù insieme. Lo stesso è per noi: l’affievolirsi dell’affetto tra di noi è il più delle volte legato alla perdita delle ragioni del nostro stare assieme. La stanchezza e la freddezza nei rapporti cominciano quando si secca la sorgente dell’amore vero. Quando Cristo, senza che ce ne accorgiamo, sparisce dalla nostra vita, è allora che bisogna mettersi a cercarlo, insieme. E questo implica un lavoro, una fatica.
Come prima cosa, occorre la povertà di spirito di ammettere che Lo abbiamo perso, che non è più con noi. E poi, dobbiamo metterci insieme a cercarLo, a domandarLo. Il racconto del ritrovamento al Tempio ci dice che Gesù ha un che di inafferrabile, di irriducibile ai nostri tentativi di incasellarlo in qualcosa che abbiamo già capito: per questo va continuamente cercato. Il primo compito di una famiglia, dunque, è pregare insieme.
Ma l’irriducibilità di Gesù ai nostri schemi ci ricorda che anche ciascuno di noi è un mistero per l’altro. E questo diventa ancora più evidente nell’esperienza del matrimonio.
Pensiamo, per esempio, all’esperienza che fanno i mistici, i santi contemplativi: il loro amore a Dio, che li porta a una unione con lui sempre più profonda, esaurisce forse il mistero che Dio è ai loro occhi? Al contrario! Più l’uomo conosce Dio, più Dio si rivela come mistero. E proprio questa sua inesauribilità ci permette, ogni giorno, di fare esperienza della novità di Cristo. Infatti, che cosa è il Mistero? Il Mistero non è ciò che non si può conoscere. Al contrario: è l’infinitamente conoscibile. Proprio perché continua a essere Mistero, mi permette di conoscerlo sempre di più.
Ma se questo è vero nell’amore a Dio, perché dobbiamo pensare che nell’amore umano sia diverso? Più conosco e amo mia moglie, più conosco e amo mio marito, più mi rendo conto del mistero che lei o lui rappresenta per me.
Certo, questa scoperta del tu dell’altro come diverso da me, e diverso da come me lo aspettavo, è spesso difficile da accettare. Lo esprime molto bene Joseph Ratzinger nel suo Introduzione al cristianesimo, quando afferma che ogni tu è ultimamente una delusione. Una delusione che nasce dall’illusione che sia lui (o lei) a rispondere totalmente al mio bisogno di amare e di essere amato, quando invece è solo Dio che compie questo desiderio e che, attraverso il volto dell’altro e la sua diversità da noi, vuole farci scoprire qualcosa di sé. Cristo vuole farsi trovare da noi, ma chiede che ci mettiamo a cercarlo insieme: e cercando Cristo, ciascuno ritrova se stesso e l’altro che è con lui.
Solo allora comincerò ad accogliere veramente mio marito o mia moglie, a scoprire e ad apprezzare anche quegli aspetti di lui o di lei che non conoscevo. È allora che la diversità dell’altro diventa davvero una ricchezza per me.
In questo cammino di riscoperta della propria vocazione, la famiglia non è mai da sola. Non è un caso che la ricerca di Maria e di Giuseppe si concluda al Tempio: è dentro la comunione della Chiesa che gli sposi ritrovano Cristo e la ragione del loro essere assieme, che è, ultimamente, mettersi al servizio di un’opera più grande, quella che Cristo vuole compiere in nome del Padre suo.

 

Nell’immagine, un momento di festa presso il Centro giovanile di Roma affidato ai sacerdoti della Fraternità san Carlo (foto Stefano Dal Pozzolo).

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