Le vie della giustizia

Una meditazione su elemosina, preghiera e digiuno, strade di preparazione alla Pasqua.

Antonio Vivarini, «Polittico della passione», partic. «Preghiera nel Getsemani», 1430-1435.

La liturgia della Quaresima ci invita ogni anno ad accostarci alle tre strade fondamentali per vivere questo tempo particolare: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Queste vie non sono soltanto una preparazione alla Pasqua, ma ne costituiscono già un frutto, anticipano in noi la letizia e la luce della resurrezione, perché sono strade della nostra immedesimazione con Gesù. Egli rende capace il nostro cuore di amare in modo autentico, di vivere una profonda unità tra fede e carità.
La Chiesa ci propone in questo tempo una strada di penitenza perché essa ha a cuore la nostra realizzazione. Il cristianesimo non è la religione del dolore, ma è il cammino verso la Pasqua, il cammino nella Pasqua. Per entrare nella Resurrezione, per entrare nella vita, occorre purificare il nostro sguardo e il nostro cuore da tutto ciò che ci impedisce di vedere e di gustare quanto è stato preparato per noi, da tutto ciò che ci impedisce di essere giusti. L’uomo giusto è colui che vive un rapporto autentico con se stesso, con gli altri, con Dio. Le strade che la Chiesa indica per la Quaresima sono, dunque, le strade della giustizia: della giustizia verso Dio (la preghiera), della giustizia verso se stessi (il digiuno) e verso gli altri (l’elemosina).
Tentiamo di entrare nel loro significato. Vi è una pedagogia profonda nella sequenza stessa con cui l’evangelista Matteo riporta queste parole nel discorso di Gesù: prima l’elemosina, poi la preghiera, infine il digiuno (cfr. Mt 6,1-18).
L’elemosina, mentre ristabilisce la giustizia tra gli uomini, ci aiuta a comprendere che tutto appartiene a Dio e ci libera dal peso di un attaccamento smodato ai nostri beni.

Gesù rende capace il nostro cuore di amare in modo autentico, di vivere una profonda unità tra fede e carità.

Il vangelo parla, infatti, prima di povertà e poi di preghiera, perché la prima è condizione della seconda: senza povertà, senza allentare i vincoli che ci tengono schiavi delle cose, non vi può essere preghiera. Se il nostro cuore è occupato e preoccupato dal mondo, non c’è spazio per il dialogo con Dio. In questo dialogo l’uomo scopre ciò di cui ha veramente bisogno. La ragione della preghiera, infatti, non è ricordare a Dio le nostre necessità. Dio sa molto bene ciò di cui abbiamo bisogno, siamo noi che non lo sappiamo e per questo dobbiamo entrare nello sguardo di Dio che ci ha creati e ci ama. Cominciare a pregare vuol dire entrare dentro l’azione di Dio in noi: elevatio mentis in Deum. Solo così possiamo riconoscere i nostri bisogni. Quando pregate, dite: “Padre” (Lc 11, 2), ci ha detto Gesù. Questa è la ragione profonda della preghiera: imparare la nostra figliolanza.
Tale è anche il significato ultimo del digiuno cristiano che la Chiesa ci propone. «Non di solo pane vive l’uomo, ma del suo rapporto con il Padre» (cfr. Mt 4,4; Lc 4,4). La tradizione ha sempre collegato il digiuno con la necessità di dare tempo e spazio alla preghiera. Occorre che il nostro corpo non sia appesantito. «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e preoccupazioni materiali» (cfr. Lc 21, 34). Il digiuno non nasce, dunque, da un disprezzo né delle cose, né del corpo. All’opposto, è necessario al bene del corpo in vista di un giusto rapporto con se stessi e con Dio.
Gesù a chi gli rimproverava che i suoi discepoli non digiunavano rispondeva che non potevano farlo mentre lo Sposo era con loro. Il digiuno cristiano, quindi, come dice molto bene il teologo ortodosso Olivier Clément, equivale all’attesa dello sposo: esso «mette l’uomo in condizione di vivere nella propria persona la fame profonda di tutta la creazione che soltanto lo Spirito può saziare» (cfr. Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, Casale Monferrato 1997, 66).

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