Lo stupore di essere scelti

Il 22 dicembre scorso mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, ha festeggiato 30 anni di sacerdozio. Tempo di bilanci e di prospettive per il futuro, come emerge nella conversazione apparsa sul sito de “La nuova Europa”.

Mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, amministra un battesimo

Com’è iniziata la sua via al sacerdozio? Monsignor Pezzi rievoca il servizio militare fatto a 19 anni, subito dopo aver conseguito il diploma delle superiori: «Ho avuto allora l’occasione di rivivere il mio battesimo incontrando una comunità di “Comunione e Liberazione”. E quando dopo il militare sono tornato a casa, ho capito che non era stato uno dei tanti incontri, volevo che fosse per sempre, perché aveva rinnovato il mio cristianesimo. Per questo, mi sono messo a cercare la comunità e l’ho trovata, vicino a casa, a Ravenna».
In questo incontro la dimensione personale, religiosa, si intreccia da subito con quella comunitaria e addirittura sociale. Sottolinea infatti Pezzi: «In quel periodo la situazione lavorativa era difficile, c’era molta disoccupazione. Anch’io per quasi un anno non sono riuscito a trovare se non lavori saltuari, e neanche sempre. Appena trovata una sistemazione, ho deciso con alcuni amici di aprire uno sportello di domande e offerte di lavoro, un “Centro di solidarietà”, perché sapevamo sulla nostra pelle come sia difficile, dannoso per una persona non avere un lavoro.

Poi l’ho capito: un sacerdote che si dona completamente a una missione, ma non da solo, bensì insieme ad altri. Cioè, la missione sacerdotale e la vita in comune con altri sacerdoti sono diventate le due caratteristiche della mia vocazione». Per il giovane perito elettrotecnico questo incontro così ordinario rappresenta «l’ora» della chiamata, stampatasi nella sua memoria: «Era una sera di luglio del 1982, l’Italia giocava con l’Argentina ai mondiali, e mentre entravo nello studio del sacerdote, alla radio stavano annunciando che l’Italia aveva segnato il secondo gol, mentre nella nazionale argentina c’era Diego Maradona!

Per Pezzi seguono mesi di riflessione e verifica della vocazione; intanto, tre anni dopo, nasce la Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo di cui don Umberto, il sacerdote che gli aveva ispirato per la prima volta l’idea della vocazione, è tra i fondatori. «Ricordo benissimo – continua monsignor Pezzi nel suo racconto – che il 14 settembre 1985 don Umberto, di ritorno da Roma, mi telefonò per chiedermi se quella sera ero libero. Gli risposi di sì, uscimmo insieme a cena e mentre eravamo a tavola mi chiese: “Pensi sempre al sacerdozio?”. Certo che sì, erano tre anni che ci pensavo. “Sei sempre disposto ad andare in missione dove i vescovi hanno bisogno di sacerdoti?”. Sì, ero disposto. Allora mi parlò della nuova Fraternità sacerdotale, e di lì a un mese ero nel loro seminario a Roma».

Quali persone hanno più influito sul suo cammino di fede e di vocazione?
«Innanzitutto il mio superiore e rettore del seminario, don Massimo Camisasca, di cui mi sono sempre sentito veramente figlio, e che resta tuttora la figura principale nella mia vocazione. Poi, don Luigi Giussani, fondatore di “Comunione e Liberazione”, il movimento in cui era rinata la mia fede. Su di me inizialmente influirono innanzitutto i suoi testi e pensieri; solo in seguito, quando già ero in Siberia, ci sentivamo al telefono circa una volta al mese, e quando rientravo in Italia una volta o due all’anno avevo la possibilità di fargli una breve visita. La terza persona è don Angelo Scola, futuro cardinale di Venezia e di Milano. Lui ha influito soprattutto sulla mia formazione spirituale e culturale, era un insegnante straordinario; mi sono stati preziosi soprattutto i suoi consigli di lettura in vari periodi della mia vita».

Il 22 dicembre 1990, l’ordinazione sacerdotale, nella splendida chiesa romana di Santa Prassede, che – precisa monsignor Pezzi – «era stata la chiesa titolare del cardinale Carlo Borromeo, patrono della nostra Fraternità». A ordinare i novelli sacerdoti è il cardinal Poletti, vicario di Roma, per il quale pure quel giorno era fuori dell’ordinario, perché prima di recarsi a Santa Prassede gli era stato annunciato da Giovanni Paolo II che avrebbe dovuto andare in pensione. «In sacrestia mi avvicinai al cardinale per ringraziarlo – ricorda ancora Pezzi – e gli dissi che mi sembrava stanco e un po’ triste. Lui mi prese la mano, mi guardò e rispose: “Sì, ragazzo, hai ragione. Oggi è un giorno speciale per il tuo vescovo”. Alla mia domanda, su che cosa fosse successo, rispose: “È successo quello che succede a tutti. Ma non è così semplice accettarlo con umiltà”. E mi disse del suo colloquio con il papa, che gli aveva detto che era tempo di lasciar spazio ai giovani».

Vivere in rapporto, in comunione non è una cosa secondaria, no, è essenziale! Il rapporto con Cristo esige sempre un’incarnazione, altrimenti si riduce a illusione, astrazione.

Dopo trent’anni di sacerdozio, qual è la cosa che suscita più stupore e attrattiva nella vocazione?
«Continuo fino ad oggi a stupirmi che Cristo abbia scelto proprio me, così indegno – lo dico senza falsa modestia – di questo ministero. Continuo a stupirmene ogni giorno, quando mi alzo al mattino e ricordo con gratitudine la mia vocazione. Questa è la cosa principale. La seconda cosa è quella che ho scelto come motto per l’episcopato: la “passione per la gloria di Cristo”. È l’augurio che don Giussani aveva fatto alla nostra Fraternità dopo il riconoscimento pontificio che ci erigeva a Società di vita apostolica. Queste parole sono diventate una specie di definizione della missione della Fraternità di San Carlo Borromeo, e io le ho assunte come motto, perché mi sono fatto sacerdote proprio per servire, e questo servizio consiste innanzitutto nel trasmettere la gioia, l’amore, il dono che ho ricevuto da Cristo nella Chiesa e nella vocazione. Il terzo aspetto è la comunione, nel senso profondo, evangelico del termine, come ne parla san Giovanni nella sua prima lettera.

La comunione, cioè la vita in comune con altri sacerdoti. È una cosa che mi ha sempre accompagnato: ad esempio, non prendo mai delle decisioni da solo, le condivido sempre con qualcuno.
Innanzitutto con i miei collaboratori, il vicario generale e gli altri sacerdoti della curia, e i sacerdoti con cui vivo ancor oggi; ma anche con i fedeli, a seconda dei problemi, naturalmente. La dimensione della comunità è qualcosa che ha profonde radici in me».

E che cos’è cambiato con la nomina episcopale? C’è qualcosa che a un vescovo manca, che rimpiange?
«In effetti, tante cose. Ma soprattutto la missione semplice, diretta, in prima linea, per così dire. Mi sento meglio da soldato semplice che da graduato. Anche quando ero sacerdote certamente, avevo delle responsabilità, ma ero sempre in prima linea, mentre da vescovo questo succede molto meno. Per questo visito costantemente le parrocchie, cerco di incontrare i parrocchiani, organizzo incontri con giovani e famiglie, è nel mio DNA. In secondo luogo, la vita in comune con altri sacerdoti, che dopo l’episcopato ha dovuto per certi aspetti essere limitata… In ogni caso, quali che siano le condizioni esterne, nessun sacerdote può vivere senza comunione, anche se essa può assumere forme diverse – con altri sacerdoti, con le suore, con la comunità di fedeli che serve… D’altro canto, la comunione non può avvenire con un decreto dall’alto. È necessario riconoscere e accettare che abbiamo questa esigenza.

Molti non riconoscono che è questa la dimensione essenziale del proprio “io”, una dimensione essenziale per un sacerdote. La vita in comune non è una strategia per difendersi dalle tentazioni. Può essere un aiuto, ma non è questo il motivo principale. Il motivo principale è che questa è la natura umana».

Da ultimo, monsignor Pezzi ha lasciato una sorta di consegna ai giovani che sono alla ricerca della propria vocazione: «Innanzitutto, non avere paura. Non avere paura di riconoscere la vocazione. C’è il grosso rischio, infatti, di chiudere gli occhi per non vederne i segni. Cercare, chiedere e fare attenzione ai segni, agli avvenimenti che colpiscono, anche se magari non si capisce il perché… E infine, è indispensabile la compagnia di una persona adulta nella fede, che ci sia di autorità. La cosa più importante è trovare un padre nella Chiesa. È quello che auguro a tutti i giovani, e in particolare ai giovani sacerdoti. Di trovare nella Chiesa un padre».

pubblicato su lanuovaeuropa.org

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