Non si diventa santi da soli

Un fine settimana a Roma in compagnia di un gruppo di giovani famiglie diventa occasione per farsi compagnia sulla strada per la santità.

Qualche mese fa abbiamo ospitato in Casa di formazione un gruppo di Fraternità composto da giovani famiglie. Il numero di bambini superava di gran lunga quello degli adulti e, per di più, erano quasi tutti in età da scuola materna ed elementare. Per tre giorni il consueto silenzio di casa nostra ha lasciato spazio alla vitalità e alla gioia dei piccoli e dei grandi.

Nei giorni precedenti abbiamo pensato a come impiegare il tempo, a cosa visitare nella bellissima città di Roma. Alla fine abbiamo optato per il “classico ma sempre nuovo” giro in centro sulle tracce di alcuni santi come Matteo, Agostino, Monica, Ignazio e Luigi Gonzaga. Aiutate dalle bellissime tele di Caravaggio e dalle tante reliquie presenti nella città eterna, alcune mamme hanno spiegato le storie di questi santi ai circa 20 bambini (tutti attenti!).

Questo è il vero compito di ogni genitore: indicare il Cielo con la propria vita.

È stata una giornata molto bella, in cui grandi e piccoli hanno guardato al Cielo, oltre le nuvole grigie che quel giorno, cosa rara, coprivano il magnifico tetto azzurro di Roma.

L’indomani, Francesco, un seminarista, ha spiegato loro il mosaico della nostra cappella. Nella parte destra ci sono i santi Andrea e Giovanni raffigurati nel momento tanto amato da don Giussani, in cui chiedono al Maestro: “Dove abiti?”. Cosa particolare del nostro mosaico è che i volti dei sue santi, rappresentati in cammino dietro a Gesù, sono vicinissimi, quasi fusi uno nell’altro, come a voler indicare una progressiva unità data dal seguire lo stesso Ideale. Una delle mamme, tornata a casa, mi ha poi inviato una email in cui scriveva: “L’altra cosa che mi porto a casa da questi giorni è l’immagine di Giovanni e Andrea del mosaico, che camminano insieme, quasi uno il prolungamento dell’altro, perché non si diventa santi da soli”.

Queste parole mi hanno fatto pensare a quello che avevo visto il giorno precedente in giro per Roma: una compagnia di amici sulle tracce dei santi, in cui i genitori mostravano ai figli il tesoro nascosto in quelle vite e al contempo presente oggi nelle loro.

Questo è il vero compito di ogni genitore, ma anche di ogni sacerdote o consacrato: indicare il Cielo con la propria vita. Come? Cercandolo e scoprendolo nella profondità di altre vite.

Se è vero che la vocazione contenuta in ogni vocazione è quella alla santità e che essa è assolutamente personale, è altrettanto vero che “non si diventa santi da soli”, ma assieme. Il cammino personale è sempre sostenuto da coloro che ci hanno preceduto, coloro che ci accompagnano e coloro che, in qualche maniera, ci seguono. Questi tre aspetti della compagnia della Chiesa sono tutti necessari in ogni nostro passo dietro a Cristo.

Non si può essere veramente assieme se non dicendo il nostro personale “sì” a Cristo.

Ma è vero anche il contrario. Non si può essere veramente assieme se non dicendo il nostro personale “sì” a Cristo. Ma cosa significa questo? Dire di sì a Cristo significa accettare il suo invito a seguirlo attraverso le circostanze che egli ci dona. Quindi innanzitutto accettare di camminare, cioè di cambiare posizione e sguardo sulla realtà, tentando di conformarci a Lui. Vuol dire essere disposti a rischiare: in ogni passo c’è un momento di instabilità, di rischio, di slancio in avanti. Il tutto abbracciando le circostanze, fatte di avvenimenti ma soprattutto di volti da seguire, accompagnare, guidare.

È questo il compito di ogni famiglia, di ogni nostra casa nel mondo, di ogni compagnia vocazionale. Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20). Come a dire, dove ci sono uomini e donne decisamente incamminati dietro a Cristo sulla strada della santità si può già iniziare a sperimentare il paradiso.

Non so se è per questo o per il parco di casa nostra con tanto di porta da calcio, ma uno dei bambini prima di salire in auto per tornare a casa mi ha detto: “Non voglio partire, vorrei stare qui per sempre”.

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