In una lectio magistralis tenuta a Reggio Emilia, mons. Camisasca offre una riflessione sul perdono, strada per immedesimarci nella vita di Cristo.

Saluti e introduzione
Saluto e ringrazio tutti i presenti, in modo particolare i responsabili delle varie associazioni laicali che hanno lavorato assieme, attraverso il servizio di coordinamento guidato dal dott. Edoardo Tincani, per offrire alla nostra città questo momento di riflessione alla vigilia del giubileo del laicato che celebreremo assieme domani in Cattedrale.
Il tema scelto per questo incontro tocca un aspetto centrale dell’esistenza di ogni uomo e della società intera. Senza perdono, in un certo senso, non sarebbe possibile vivere. Ognuno di noi infatti, nella vita familiare, nei rapporti con i colleghi, gli amici e i conoscenti, fa continuamente esperienza di una distanza profonda tra l’ideale di giustizia che vorrebbe vivere e la fragilità della sua coerenza.
Più in profondità, prima ancora che a livello morale – di comportamento – la necessità del perdono è fondata nel fatto che ogni persona, pur essendo destinata alla comunione, è irriducibilmente diversa da ogni altra. La questione del perdono, dunque, prima ancora che la vita cristiana e la morale, riguarda [l’antropologia e l’ontologia], i fondamenti dell’essere e dell’umanità.
Vorrei circoscrivere questo mio intervento dicendo che, anche per ragioni di tempo, non affronterò queste questioni dal punto di vista filosofico e dottrinale. Mi interessa invece addentrarmi assieme a voi nel significato profondo di questa parola, attingendo soprattutto alla sapienza biblica e alla nostra esperienza quotidiana.

 

Il gō’ēl

Che cosa intendiamo quando parliamo di perdono? In realtà questa parola, è relativamente recente essendo attestata nel significato da noi ad essa attribuito solo in ambito cristiano, nel X secolo. Essa non deriva né dal greco né dal latino classico. Nel mondo antico, soprattutto nelle società guerriere, come quella assira, greca o romana, il concetto veicolato dalla nostra parola “perdono” esprimeva sostanzialmente una debolezza relegata alla sfera della volontà individuale in quanto contrastava i grandi valori sociali della giustizia, dell’onore e della vendetta. Così il verbo greco «aphiemi», che troviamo anche in Omero, e così il latino «ignoscěre». Naturalmente anche il significato di tali espressioni è molto più sfumato rispetto al valore attribuito per esempio allo stesso verbo «aphiemi» nel Nuovo Testamento (dove compare circa 150 volte!) e in esse è sottolineata, tra l’altro, l’aspetto della rinuncia ad un diritto proprio da parte di colui che esercita il perdono.
In realtà anche nel mondo semitico, in una società non innanzitutto guerriera, ma nomade, sostanzialmente pastorale o agricola, come Israele, il concetto di perdono è ancora molto acerbo. Basti pensare al grande tema, centrale nella cultura israelitica, del «gō’ēl», cioè del redentore, letteralmente “vendicatore”, il cui fondamento era la necessità della riparazione dell’ingiustizia subita. Il parente più stretto di chi aveva subito un affronto doveva vendicarlo uccidendo l’assassino del suo parente (gō’ēl del sangue), riacquistando la terra perduta (gō’ēl del patrimonio) o dando una discendenza a colui che moriva senza figli (gō’ēl del nome; legge del levirato).
Certo non mancano nel mondo antico, e soprattutto nel mondo israelitico, esperienze di perdono, riferite però soprattutto al rapporto tra la divinità e l’uomo più che al rapporto tra uomo e uomo. È Dio che condona i debiti e per questo spesso occorre accattivarsi la sua benevolenza attraverso l’offerta di sacrifici, diffusi in varie forme in tutte le culture antiche.
Ma già nell’Antico Testamento, pur vigendo ancora, nel rapporto umano, la legge del taglione, la bontà di Dio inizia ad essere indicata come paradigma dell’amore tra gli uomini. Il punto più alto di questa coscienza è certamente costituito dal precetto dell’amore del prossimo: Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso (Lv 19, 18).

Il perdono nel Nuovo Testamento
È solo con Gesù che emerge sulla scena del mondo in modo definitivo l’esperienza del perdono. Da un certo punto di vista esso è il tema centrale della sua predicazione e la categoria attraverso cui egli legge la sua missione. Cristo è l’incarnazione del perdono del Padre, inviato a redimere gli uomini. Egli si presenta come il vero gō’ēl, il nostro “parente più stretto” che ci riscatta in un senso molto più profondo di quanto Israele aveva fino ad allora potuto immaginare. E lo fa assumendo su di sé la debolezza dell’uomo, “riscattandolo” non dal male subito dal prossimo, ma da colui che è all’origine stessa del male, del peccato e della morte, cioè Satana. All’interno di questo ribaltamento operato da Cristo – che rende concepibile anche l’amore per i nemici in quanto essi stessi “vittime” del male da cui Cristo è venuto a salvarci – è possibile comprendere quale sia la vera giustizia, che non è la vendetta, ma la compassione e il perdono nei confronti del prossimo.

Nel Vangelo, nelle parole e nelle azioni di Gesù, emergono continuamente due sottolineature, apparentemente opposte, rispetto all’esperienza del perdono: la sua gratuità assoluta e, nello stesso tempo, la sua relatività al nostro merito.
La gratuità assoluta, innanzitutto. Cristo – come dice san Paolo – è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori (cfr. Rom 5, 6.8). È morto perdonando i suoi crocifissori, inconsapevoli di ciò che stava accadendo (cfr. Lc 23, 34). Dio fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5, 45). Il Padre misericordioso della parabola va incontro al figliol prodigo, lo bacia e lo abbraccia prima ancora che questi possa esprimere la sua confessione e il suo pentimento (cfr. Lc 15, 20). E potremmo continuare così per molto tempo.
Nel vangelo però ritroviamo anche molti passi in cui, come nel Pater noster, il perdono delle nostre colpe è legato da Gesù al perdono che noi a nostra volta viviamo nei confronti dei nostri debitori (Mt 6, 12). Dopo aver risposto a Pietro – che pensava di aver indicato una misura enorme dicendosi disposto a perdonare fino a sette volte – che occorre perdonare fino a settanta volte sette (cfr. Mt 18, 22), cioè sempre, racconta la parabola del re e del debitore insolvente a cui viene condonato l’enorme debito grazie all’intercessione dei suoi amici, ma che infine viene gettato in carcere perché non ha vissuto la stessa cosa con un suo piccolo debitore (cfr. Mt 18, 23-35). Gesù conclude in questo modo il racconto: Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello (Mt 18, 35). La misura del perdono delle nostre colpe da parte di Dio sarebbe dunque determinata dalla nostra larghezza nel perdonare i nostri fratelli. Perdonate e sarete perdonati (Lc 6, 37).

Come è possibile meritare ciò che di per sé è gratuito? In che senso queste due luci dell’insegnamento di Gesù sul perdono – la sua gratuità e la sua relatività – non si contraddicono?
La contraddizione è solo apparente. Da una parte è assolutamente vero che il perdono di Dio è completamente immeritato. L’incarnazione del Figlio è un’iniziativa del Padre. Perciò Gesù, nei suoi incontri con i peccatori, mette in luce che ciò che conta non è ciò che noi abbiamo fatto per lui, ma la nostra disponibilità ad accoglierlo. Questa è la fonte della salvezza. Ma tutto ciò non è sufficiente. Gesù desidera che noi entriamo nel cuore del Padre, che noi abbiamo i suoi stessi sentimenti, i suoi stessi pensieri, il suo stesso sguardo sull’uomo e sulle cose. Egli guarda agli uomini e al mondo con una volontà di salvezza. Allo stesso modo desidera che noi guardiamo ai nostri fratelli. Per poterli amare, dobbiamo prima perdonarli se ci fosse qualcosa che ci divide da loro. Per renderci capaci di questo perdono Gesù ci chiede di entrare nel cuore stesso di Dio, di assumere in noi, ricevendola da lui, la stessa capacità di accoglienza e di misericordia. Nella misura in cui rifiuto di perdonare il fratello, mostro di essermi chiuso a Dio. Per questo san Giovanni scrive che non possiamo dire di amare Dio se non amiamo i fratelli (cfr. 1 Gv 4,20). Quindi l’amore ai fratelli non è una condizione, ma una “rivelazione”.

Gesù in realtà esprime quanto già nell’Antico Testamento Dio aveva indicato come legge dell’esistenza: Siate santi perché io sono santo (cfr. Lv 11, 44-45; 19, 2; 20, 7.26). Egli dunque vuole accompagnare i suoi discepoli ad abbandonare ogni misura e ad entrare, come ho detto, nel cuore misericordioso del Padre. A lasciargli lo spazio perché sia Lui a colmare la distanza tra la finitudine dell’uomo e la perfezione di Dio. Sia Lui in noi ad amare i nemici, a perdonare le offese, a essere misericordioso. Da un certo punto di vista, infatti, queste parole – perdono, misericordia – non fanno parte del vocabolario umano, nel senso che le esperienze da esse indicate non sono possibili all’uomo con le sue sole forze. L’uomo al massimo può far finta che qualcosa non sia accaduta, può “metterci una pietra su”, può minimizzare, esorcizzare o ironizzare per evitare il contraccolpo che l’offesa suscita in lui, ma da solo non è capace di perdonare.

Ecco perché le parole di Gesù sono innanzitutto un invito a entrare nell’esperienza del perdono ricevuto gratuitamente dal Padre. Solo nell’esperienza della gratitudine è possibile vivere la gratuità nei confronti di altri, offrire ad altri, per dono, qualcosa che appunto può essere solo un dono, qualcosa che l’altro non meriterebbe. Quando non perdoniamo i fratelli vuol dire che in noi la gratitudine è morta, noi stessi non siamo ancora entrati nell’esperienza del perdono.
In questo senso è vero che il perdono di Dio va “meritato”, ma Gesù l’ha meritato per noi dal Padre. Perdonare per poter essere perdonati significa dunque per noi immedesimarci con la vita di Gesù, lasciare che egli viva in noi, che il Padre volgendo lo sguardo su di noi veda il Cristo, per i cui meriti tutto speriamo. Sia Gesù in noi ad amare il prossimo, ad amare i nemici, a perdonare le offese. È l’esperienza che, con colori sempre diversi, emerge nella vita dei santi. Le loro esistenze costituiscono il commento più grande e più semplice all’insegnamento di Gesù sul perdono delle offese.
San Paolo riassume tutto ciò indicando nella carità, cioè in Dio, l’unico vincolo della perfezione: Sopportatevi a vicenda, perdonatevi gli uni gli altri, se qualcuno ha di che lamentarsi. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione (Col 3, 13-14).

 

Perdono e preghiera

Chiedendoci di perdonare sempre, chiedendoci cioè qualcosa di umanamente impossibile, Gesù ci introduce anche nella necessità della preghiera: occorre elemosinare da Dio ciò che da soli non saremmo in grado di vivere.
Pregare e perdonare sono due verbi che ricorrono continuamente nel Vangelo. L’esperienza della domanda al Padre e del perdono reciproco erano strettamente congiunte nella predicazione di Gesù. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà (Mt 18, 19). L’origine della domanda rivolta al Padre è una comunione riconosciuta, quindi una conversione: uscire dalla divisione per poter domandare in modo vero. In questo senso perdono e preghiera sono due esperienze unite, l’una scaturisce dall’altra. Non si può domandare in modo vero se non si è perdonato, se non si è accolto l’altro. Poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18, 20). E ancora: se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono (Mt 5, 23-24).
Sant’Agostino, nel libro X del De civitate Dei, insiste su questo usando un’espressione molto significativa: «I veri sacrifici sono le opere di misericordia». Parlando della superiorità della religione cristiana rispetto alle altre religioni, arriva a questa conclusione: la superiorità del cristianesimo brilla nella carità, nella comunione vissuta. E la carità vissuta, il perdono, è il vero sacrificio, cioè la vera preghiera.
Riassumo brevemente quanto finora detto. L’invito di Gesù a perdonare le offese, a essere misericordiosi come il Padre, ci apre a uno sguardo completamente nuovo. La misericordia in cui dobbiamo entrare non è una misura, una legge cui obbedire, ma una nuova dimensione del cuore e dell’anima, un’apertura all’infinito resa possibile dal seguire Gesù e dall’entrare nella vita del Padre. L’amore del prossimo è tutt’uno con l’amore di Dio, è la strada maestra per entrare nella sua vita, la forma di preghiera più alta e quindi, in questo senso, la condizione meritoria del perdono.

 

L’esperienza del perdono
Alla luce di tutto ciò che abbiamo considerato finora, dopo aver rintracciato alcuni fondamenti biblici del nostro tema, vorrei in questa seconda parte del mio intervento parlare del perdono delle offese con un approccio un po’ più esistenziale, come strada di realizzazione della nostra umanità. E nello stesso tempo indicare delle strade che ci aiutino a entrare in questa esperienza.
Che cos’è il perdono? Come potremmo definirlo da un punto di vista umano, esperienziale? Direi così: decidere di portare l’altro dentro di sé, riconoscerlo, nella sua alterità, come parte di noi. L’altro, non secondo l’immagine ideale che potrei avere di lui, ma nella sua concretezza, con le sue ferite, le sue debolezze e i suoi errori.
Se da un punto di vista teologico, come abbiamo visto, la chiusura nei confronti dell’altro, l’incapacità di perdonarlo, rivela il nostro bisogno di entrare nell’esperienza della misericordia del Padre e della vita di Gesù, da un punto di vista esistenziale e psicologico è indice di una non serena accettazione di se stessi e dei propri limiti e quindi della necessità di essere noi per primi accolti, perdonati, aiutati a entrare in uno sguardo diverso su di noi, sugli altri, su Dio e sul mondo.

La maggior parte delle volte non perdoniamo agli altri quello che non riusciamo a tollerare di noi stessi. L’esclusione dell’altro, la rabbia nei confronti degli altri è, spesso, una rabbia nei confronti di se stessi, la rabbia dello scoprirsi ancora imperfetti. La delusione del tentativo titanico di cambiare puntando solo sul proprio sforzo.
Per imparare ad amare l’altro anche nei suoi errori e nelle sue ferite occorre dunque imparare ad accettare e ad amare la propria persona e la propria esistenza. D’altronde è ciò che ha insegnato Gesù quando ha esortato ad amare il prossimo come se stessi (cfr. Mc 12, 31). Non si può amare e perdonare l’altro se non amiamo e perdoniamo noi stessi. Allo stesso modo non si può amare e perdonare se stessi se non lasciandoci amare e perdonare. L’imperfezione e il limite fanno parte del nostro cammino, sono la strada per una conoscenza più profonda di noi, la porta attraverso cui matura in noi la coscienza della dipendenza strutturale da Colui che solo può amare e perdonare in modo perfetto.

Il cammino del perdono, dell’amore ai nemici, il primo dei quali siamo noi stessi, è un cammino che allarga gli orizzonti della nostra esistenza, una strada di integrazione di ciò che oggi, in noi e nell’altro, avvertiamo come nemico, avversario, estraneo. Da questo punto di vista capiamo anche come il perdono non sia la cancellazione dalla memoria di ciò che è accaduto e ci ha ferito, ma l’integrazione nella nostra vita della debolezza dell’altro nello spazio creato in noi dalla gratitudine per la misericordia di cui siamo stati fatti oggetto.

 

Le strade del perdono: i sacramenti, la preghiera e la vita nuova in Cristo

Per questo l’origine dell’esperienza del perdono, la sua fonte perenne è la misericordia di Dio che attraverso il sacramento della Confessione ci raggiunge in modo oggettivo ed efficace e, nel tempo, allarga il nostro cuore. Questa fonte che scaturisce dal confessionale e invade il mondo ha bisogno, per fecondare le nostre vite, di essere alimentata dalla preghiera, da un dialogo continuo con Colui che solo può trasformare la nostra vita.
Non possiamo guarirci da noi, abbiamo bisogno di Colui che risana i cuori e le menti. Senza preghiera, senza dialogo con Gesù, senza partecipazione alla vita della Chiesa e ai sacramenti non c’è possibilità di guarigione. Dobbiamo accostarci con fiducia a Gesù, medico della nostra vita. Innanzitutto per una guarigione del nostro cuore. Può essere anche un cammino molto lungo, per questo è importante avere al nostro fianco qualcuno che ci aiuti: non dobbiamo confidare in noi stessi, ma nell’aiuto che viene da Dio.
Oltre ai sacramenti e alla preghiera è di grande importanza un’impostazione della vita, delle giornate, in cui sia possibile la memoria della grazia che abbiamo ricevuto per poter guardare i punti di luce presenti nella nostra esistenza. Viviamo in un’epoca depressiva, in cui le persone guardano il buio dentro e fuori di sé. La prima cosa fondamentale che un marito è chiamato a fare con sua moglie, e viceversa, è aiutarsi a guardare Gesù e i segni di Gesù nel mondo. Se nella nostra vita prevalgono il lamento, il pettegolezzo, queste forme sottili di ombra che, come una ragnatela, entrano dentro di noi coprendo tutto, non possiamo poi lamentarci che il male vinca o, meglio, ci dia l’impressione di vincere. Il male, infatti, non vince, è già stato sconfitto definitivamente da Cristo, ma può avere una vittoria in noi se non abbiamo l’umiltà di entrare nella luce che viene da Dio, se continuiamo a confidare in noi stessi piuttosto che in Gesù. Occorrono luoghi, rapporti, comunità in cui si sia aiutati a sperimentare la fede, la speranza e la carità. La fede che ci indica dove Gesù è presente, la carità che ce lo fa abbracciare nell’umanità delle persone e la speranza che rende palpabile nella nostra giornata la vittoria di Dio sul mondo e la possibilità di camminare verso questa vittoria.
Abbeveriamoci alla luce, non permettiamo mai che i giudizi dei telegiornali o dei giornali diventino il criterio ultimo con cui guardare le cose. Gesù lo ha detto molto chiaramente: il vostro occhio sarà rivelatore della luce che avete dentro (cfr. Mt 6, 22).
Sant’Agostino definiva il male come una privazione: il peccato è come un buco, un buco scavato dentro di noi, che nessuno può riempire. Per questo è così difficile perdonarci: siamo pieni di buchi che non riusciamo a riempire. Allora dobbiamo guardare alla croce. Anche lì ci sono dei buchi, nei quali tutti i nostri si raccolgono. Quei buchi, però, sono stati riempiti da Dio.
Il perdono di Dio è questa sua azione con cui egli continuamente rinnova la nostra vita riempiendo tutte le nostre mancanze, ridando alla nostra persona, al nostro corpo, al nostro spirito, alla nostra mente, la forza della sua presenza e la giovinezza della sua iniziativa. «La misericordia – scrive papa Francesco – sarà sempre più grande di ogni peccato e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona» (Francesco, Misericordiae Vultus, n. 3).

 

Conclusione

Vorrei concludere questa breve lezione lasciandovi un’immagine che Gesù stesso utilizza nel suo dialogo con Nicodemo. Nicodemo rappresenta ognuno di noi che si muove nella notte, che ha intravisto la luce, ma non è ancora in grado di seguirla. È l’uomo che desidera entrare in quella luce, che desidera amare i nemici, perdonare sempre, ma non ci riesce. Cosa gli dice Gesù? Per perdonare sempre, occorre rinascere sempre. Se uno non rinasce dall’alto non può vedere il regno di Dio (Gv 3, 3). Che cosa significa rinascere dall’alto? È questa la domanda centrale che vorrei lasciarvi. È la domanda di Nicodemo nella quale tutte le nostre sono riassunte: Come può un uomo rinascere quando è vecchio? (Gv 3, 4). Sentiamo dentro di noi tutta l’obiezione della nostra vecchiaia, anche se siamo ancora giovani. Degli errori commessi, delle nostre stanchezze, chiusure, ecc. Che cos’è dunque la giovinezza? Quando inizia la vecchiaia?
La giovinezza è la vita che ci dà Cristo: la capacità di attraversare l’esistenza ricreandola. Vivere l’esistenza senza rimanere schiacciati dalle avversità. È la speranza a caratterizzare la giovinezza: ciò che ci accade non è un fardello che ci porta verso il basso, ma una strada per camminare in avanti. Per questo, per entrare in questa coscienza, è necessaria la confessione, il perdono. Senza entrare nell’esperienza del perdono diventiamo vecchi, appesantiti dalla vita. La vecchiaia infatti è un fossilizzarsi, la giovinezza è aprirsi continuamente al futuro, cioè alla novità che è Dio. Il suo Spirito soffia dove vuole: non è in nostro potere. Egli è perennemente giovane e rende giovani coloro che lo seguono. Nell’amore dei nemici e nel perdono delle offese, infatti, rifulge in modo sommo la nostra somiglianza con il Creatore.

 

Lectio magistralis – Reggio Emilia, 22 ottobre 2016

 

(Nell’immagine, P. G. Batoni, Il figliol prodigo (part.) , 1773.

Leggi anche

Tutti gli articoli