Possiamo correggere nostra incapacità di amare Dio e gli altri imparando uno sguardo comune verso Colui che ha lottato per farci conoscere la vera vita.

Una delle prime nozioni che impariamo a scuola, nell’ora di Arte, è la “prospettiva a un punto” che, in un dipinto, si ottiene facendo convergere tutte le linee verso un “punto di fuga” posto, ipoteticamente, all’infinito. Questa mattina, nel silenzio della cappella, ho notato il volto dei miei confratelli orientato verso un punto sul muro; là c’è il crocifisso. Dai loro occhi partivano come delle linee, tese verso quell’immagine. Mi sono inserito anch’io in questo quadro che potremmo intitolare «la preghiera comune»: l’Angelus, il canto e la recita dei salmi, L’inno alla Vergine di Dante e l’affidamento a san Giuseppe hanno reso più esplicita quella tensione comune che gli occhi rivelavano. Così è ogni giorno. Si va, poi, ciascuno al proprio lavoro, fragili e peccatori come sempre ma con gli occhi e il cuore orientati verso un Altro, a compiere l’opera di un Altro.
Mentre si formavano dentro di me, questi pensieri si intrecciavano con altri pensieri: la guerra in Ucraina, le tante guerre nel mondo, piccole o grandi, tra stati sovrani o tra famigliari, tra amici o colleghi. Guerre diverse, alcune molto gravi, altre banali ma tutte drammatiche, sebbene con gradazioni diverse. Penso che il principio alla radice di tutte le guerre sia sempre lo stesso: l’incapacità degli uomini di amare Dio e il prossimo. Un’incapacità che si manifesta in forme diverse: salvaguardare gli interessi nazionali o personali, esercitare il proprio potere sulla persona o sul popolo, prevalere sugli altri; l’orgoglio, la superbia, l’invidia, ecc. Poiché gli uomini non sono avvezzi alla pace, sebbene nel profondo del cuore la cerchino, almeno per se stessi.
È uno sguardo comune che manca – questo, in breve, il pensiero che si è chiarito in me –, manca un punto di fuga che attiri le linee dello sguardo degli uomini e delle donne di questo mondo. Se ci sono le guerre, è perché non riusciamo a riconoscere quel punto all’infinito, verso cui le linee degli occhi e dei cuori convergono. Solo guardando il crocifisso, possiamo imparare a camminare insieme verso il bene comune, quel Bene che, con le braccia distese in un abbraccio, ci attende al tramonto del tempo.
Mi stupisco del dono che abbiamo ricevuto in Cristo Signore e, allo stesso tempo, mi domando: perché tardiamo tanto a riconoscerlo come il Salvatore “dell’umanità dell’uomo”, a riconoscerlo come “la bella umanità” che il nostro cuore attende? La storia ci racconta di tante guerre: per conquistare territori, ampliare imperi, ottenere successo e potere in questo mondo. Ma c’è stata una volta in cui un uomo ha lottato per far conoscere all’umanità intera la “vita vera”, “eterna”: quell’uomo si chiamava Gesù Cristo.
Questa mattina, per me, guardare il crocifisso non è stato un atto di devozione ma il gesto che mi ha unito ai fratelli della casa e al genere umano intero, sperando che tutti, prima o poi, volgeremo lo sguardo verso lo stesso “punto di fuga”, Cristo Signore. Colui che unifica tutte le vite all’infinito restando allo stesso tempo rispettoso, garante dell’unicità e della libertà di ciascuno.

 

Nell’immagine, Crocifissione, affresco della basilica di Sant’Angelo in Formis, Capua, sec. XI.

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