Romano Christen, missionario in Germania, ha tenuto l’omelia della Prima Domenica di Avvento in casa di formazione: la venuta di Cristo è il regno dei cieli che si fa presente nella nostra vita terrena.

L’Avvento – e con esso il nuovo anno liturgico – inizia con questa invocazione:

O Dio, nostro Padre, 
suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere 
al tuo Cristo che viene, 
perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria 
a possedere il regno dei cieli. 

L’orazione è tutta pervasa dal fine, dallo scopo, dall’omega della storia cui tutto, tutto tende: il possesso del regno dei cieli!
È il regno dei cieli che fa l’Avvento, perché è ad esso che siamo chiamati.
Tutta la vita cristiana – la vita nostra in quanto discepoli di Gesù – è pervasa, trapassata, definita da questa meta.
E in che cosa consiste il regno dei cieli? Nella partecipazione alla gloria di Cristo!
Si può parlare di una triplice venuta di Cristo  e quindi di una triplice dimensione dell’Avvento: Cristo è venuto nella carne, homo factus est nel seno della vergine Maria, 2000 anni fa. In quanto Risorto, Cristo lungo i secoli viene anche nella ‘carne’ della Chiesa, innanzitutto nell’eucarestia: lo stesso Gesù che conobbero Simon Pietro, la Maddalena, Zaccheo viene anche a noi, continuamente incorporandoci a sé tramite la vita quotidiana della Chiesa, cui apparteniamo sacramentalmente dall’ora del battesimo. E poi ci sarà la venuta finale, quando tutta la storia della salvezza si compirà definitivamente.
Questo triplice adventus di Cristo è sempre un avverarsi del regno dei cieli, iniziato in modo manifesto lungo le strade della Palestina attorno all’agire pubblico di Gesù, culminato nella sua passione e resurrezione, dilatatosi con la Pentecoste a tutto l’orbis terrarum fino ad oggi.
Ma se è così, il regno dei cieli di cui parla l’orazione di oggi non è solo futuro, non è ‘aldilà’ e neanche premio finale per una buona condotta. Esso è dinamica presente, che qualifica, segna, scuote l’oggi, il nunc che stiamo vivendo ora.
La dinamica del regno dei cieli viene descritta dall’orazione con l’essere chiamati accanto a Cristo «nella gloria». Anche questa è una dinamica presente. Infatti ognuno di noi è stato chiamato (con la propria vocazione) a vivere ‘accanto a lui’ in una ‘gloria’ che inizialmente già rifulge nella Chiesa e fra di noi. È la vita nuova che lo Spirito fa sorgere e plasma nella Chiesa, nella comunione della nostra fraternità, lungo il nostro cammino vocazionale.
Ora: l’Avvento ci richiama a riconoscere che non c’è niente di più urgente, di più imponente, di più presente alla nostra vita che il regno dei cieli, cioè la prossimità del Risorto alla nostra vita, che innanzitutto compie la nostra umanità, la trasfigura e la glorifica, ma soprattutto che la rende utile e costruttiva, se siamo docili allo Spirito.
La vera tristezza dei nostri tempi non sono il Covid o il nichilismo della cultura contemporanea, pur essendo questi fenomeni ognuno a suo modo drammatici. La vera aridità, la vera tristezza si diffonde laddove i battezzati non riconoscono che la profezia di Geremia, di cui parla la prima lettura, si è realizzata e che il ‘germoglio giusto’ che esercita «il giudizio e la giustizia» è all’opera, sta già fiorendo.
Non sappiamo quando sarà l’ora della venuta ultima e definitiva di Cristo, risolutiva della storia. Il vangelo di oggi ne parla con immagini apocalittiche. Immagini terrificanti, ma al cui centro del ciclone c’è l’invito di Gesù, direi virile e tenero ad un tempo: Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
Non lasciamoci dunque appesantire e distrarre dagli “affanni della vita”!
Che tristezza quando la chiamata del Risorto scalfisce così poco la nostra coscienza, non dà vigorosità alla giornata, sembra così remota, futura, importante in linea di principio, ma non veramente “inter-esse”, dentro l’essere della vita, e quindi non veramente interessante in quanto decisivo della qualità, della bellezza, della drammaticità del presente.
E invece il «regno dei cieli» è quanto di più esaltante, liberante, costruttivo ci sia! E di presente, perché è in divenire!

Se c’è una purificazione che deve avvenire per vivere bene, con profitto, l’avvento è quella del giudizio. Riconoscere quali sono realmente i termini della questione, le forze che vincono la storia, il balsamo che lenisce le mie ferite, dove è operativo l’intervento dello Spirito per compaginare, costruire il Suo Regno. Realizzare un giudizio su di sé, che sappia rimettere a fuoco la vocazione, di cui Cristo ci ha fatto dono. Rifocalizzare l’iniziativa di Dio sulla nostra vita, dentro la nostra biografia.
Se tutto l’Antico Testamento, se tutta la storia del popolo eletto è promessa, attesa, preparazione – adventus – dell’avvento di Cristo, ricordiamoci che l’iniziativa di Dio è consistita nell’elezione del popolo e nella alleanza stipulata con esso, il vermiciattolo di Giacobbe (Is 41,14). Elezione e alleanza.
Ma poi tutta la storia d’Israele si è dipanata come un continuo richiamo del popolo al significato di questa elezione e di questa alleanza. E il richiamo è avvenuto come un continuo giudizio che come lama affilata tramite i profeti giudicava sia la vita dei re sia le abitudini e le usanze del popolo. Un giudizio che bruciava la speranza in cose vane, un giudizio che richiamava alla realtà, ri-centrava sull’essenziale, che esigeva un cambiamento, una con-versio, una conversione.
Jahwé ha amato il suo popolo giudicandolo, accompagnandolo con la mano forte soprattutto del suo giudizio. Richiamando il popolo all’orizzonte ultimo della sua storia. Egli ha rinvigorito la stanchezza degli israeliti rinnovando le sue grandi promesse.
Ecco ciò che è stato il grande “Avvento della storia d’Israele”.
E così è per noi. Deve avvenire una conversione. Una metànoia del cuore e quindi della mente, dell’azione, delle giornate. Non tanto un richiamo morale in vista di una azione più corretta, ma il richiamo a riconoscere l’iniziativa già in atto dell’Altissimo, la presenza dell’opera della Spirito qui fra queste quattro mura, dentro la vita della Fraternità, partecipi del movimento di questi giorni, partecipi della Chiesa e i drammi a cui è esposta in questo anno sociale.
Chiuderemo questa santa eucarestia con la preghiera: «La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, [dunque la vocazione vera della vita], ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni…»
In questo avvento chiediamo di essere sorretti nel nostro comune cammino, affinché ogni mossa delle nostre giornate acquisti l’ampio respiro della storia della salvezza, del regno dei cieli, della tenerezza di sentirci chiamati a partecipare fin d’ora della sua gloria. Di questo, fratelli, siamo responsabili gli uni degli altri.
E ricordiamoci: la gloria già in atto che la liturgia celebra è – dentro la voragine dell’attualità – un po’ come la famosa speranza di Péguy: essa sembra essere fra tutte le forze la più fragile, ma a ben vedere è quella che veramente sa muovere e sanare tutte le altre.

Nell’immagine: G. Previati, «Madonna dei gigli» (part.), 1893.

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