Un passato che è presente

Don Marco è cappellano universitario a Milano: ci racconta di alcuni incontri con studenti e professori sulla storicità di Cristo.

Marco Ruffini è viceparroco di San Carlo alla Ca’ Granda, a Milano. Nella foto grande, durante una messa in università (foto di Agnese Benzoni).

Dal settembre 2021 sono cappellano del Campus Bovisa del Politecnico di Milano, dove anch’io ho frequentato le lezioni ai tempi dei miei studi di Architettura.
In occasione dell’Avvento ho pensato di proporre due incontri a studenti, professori e personale amministrativo. Il primo, tenuto da don Isacco Pagani, docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà teologica di Milano, è stato dedicato alla storicità dei vangeli e della persona di Gesù. Il secondo, invece, è stata una testimonianza di Paolo Massaron, ex allievo del Politecnico. Da una parte volevo rispondere alla lecita curiosità dei ragazzi sull’effettiva realtà della storia di Cristo e dall’altra mostrare loro come essa non fosse finita in un sepolcro fuori le porte di Gerusalemme. Avevo a cuore di sottolineare la reciproca implicazione tra passato e presente nel fatto cristiano.
A cerniera tra i due momenti ho posto alcune righe scritte dallo storico Giuseppe Flavio, neanche sessant’anni dopo la morte di Cristo: «In quel tempo apparve Gesù […] Fu operatore di fatti sorprendenti, un maestro di persone che accoglievano la verità con piacere. Si guadagnò un seguito tra molti giudei e tra molti di origine greca. […] E quando Pilato, per un’accusa portata dai nostri capi, lo condannò alla croce, quelli che lo avevano amato precedentemente non smisero di farlo. […] E fino a oggi, la tribù dei cristiani, che da lui prende il nome, non è scomparsa».
Un amico studente di Ingegneria, ha commentato: “Dal testo emerge lo stupore dell’autore a riguardo delle tante persone che seguivano Cristo. Questo particolare ha catturato la mia attenzione, perché è lo stesso stupore che ho provato io la scorsa settimana durante la Colletta Alimentare. Mentre mi riposavo tra un carico e un altro, mi sono soffermato ad osservare i miei amici: quaranta giovani studenti di ingegneria che stavano dedicando il loro sabato sera, fino alla mezzanotte, a Qualcosa o Qualcuno che li aveva attratti. La domanda che mi sorgeva era esattamente la stessa che Giuseppe Flavio si poneva già nel primo secolo”.
Un altro studente mi ha raccontato invece come ha reagito alla testimonianza. “Paolo ci ha raccontato che all’inizio della sua conversione c’è stato il trovarsi davanti alcune persone precise: il padre, un professore, un amico. Le loro vite hanno costituito una provocazione e, lentamente, hanno fatto breccia, tanto che Paolo ha cominciato a seguirli, lasciando la vita disordinata di prima. Aveva giocato male la sua sete di felicità e libertà, ma si è poi lasciato incuriosire dal modo di vivere di altri. Il momento decisivo è stato quando una sua professoressa lo ha portato fin davanti alla tomba di Giussani. Lì è avvenuto qualcosa che a me quasi non torna. Testualmente Paolo ha detto: «In ginocchio di fronte alla tomba ho ceduto. Tutta la mia sete ha riconosciuto l’Unico che può compierla. […] Per me l’incontro con Gesù avviene mendicando, in ginocchio». Potrei dire che è stato un suo sentimento del momento, un cedimento psicologico dopo tutte le vicende che aveva passato. Ripensandoci, però, mi è tornato in mente quello che aveva detto don Isacco sulla storicità dei Vangeli: nelle pagine sulla Resurrezione, gli evangelisti ti portano fino al limite della credibilità con il racconto e la documentazione, poi però non si dettaglia il momento in cui il Mistero accade. Lì il passo deve essere tuo”.
In entrambi i casi è stato il ripetersi oggi di qualcosa che era accaduto 2000 anni fa. Insomma, un passato che è presente.

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