Un ricordo di don Giussani

A pochi giorni dall’udienza di papa Francesco al movimento di Comunione e liberazione, in occasione del centenario della nascita di don Giussani, proponiamo una testimonianza di Paolo Sottopietra

L’incontro con don Giussani è stato per me decisivo. I doni più grandi che ho ricevuto attraverso di lui riguardano la mia esperienza della fede e mi accompagnano sempre.
Giussani mi ha comunicato innanzitutto il fascino per l’umanità di Cristo. Prima di incontrarlo, non avevo sentito nessuno parlare di Gesù come lui. Quel Gesù, al quale avevo già segretamente deciso di donare la mia vita, diventava grazie a lui una persona in carne ed ossa. Sentirlo parlare di Cristo, nell’aula magna della Cattolica, a Milano, o nei saloni della fiera di Rimini, mi ha fatto provare un entusiasmo profondo, che ritrovo ogni volta che apro il vangelo.
Giussani mi ha poi comunicato il senso della tradizione della Chiesa. Sarebbe più esatto affermare che mi ha immerso nell’esperienza del suo accadere. Durante il mio primo anno in università, teneva quasi tutti i mesi un incontro per gli studenti della Cattolica. Si chiamava ancora “assemblea permanente”. Le sue risposte, che annodavano il nostro presente di ragazzi con i misteri eterni della fede, erano piene di bellezza. Davanti a lui sentivamo che valeva la pena vivere di quelle cose, e questo ci legava gli uni agli altri in modo unico.
Giussani mi ha poi comunicato il senso della cattolicità della Chiesa. Negli anni Ottanta, fino agli inizi degli anni Novanta, il Centro del Movimento sosteneva le comunità che nascevano fuori Italia, inviando studenti universitari. Un anno all’estero, molto prima che programmi come Erasmus divenissero comuni.
Io partii per l’America nell’agosto del 1991, insieme a un’amica del mio stesso anno di Filosofia, Anna Ballarino. Pochi giorni prima del nostro volo, partecipai all’équipe del Clu, ad Arabba. Alla fine di quelle intense giornate, chiesi di poter salutare don Giussani. Ho ancora un ricordo nitido di quel momento. Davanti all’albergo che ci aveva ospitato, lo abbracciai. Era già molto rigido per il Parkinson, e quel giorno era stanco. Rispose appena all’abbraccio e mi parlò con un filo di voce. “Affidati a Mauro Ceroni e a Lorna Beretta”. Due persone che sono rimaste nella mia vita, due amici. Poi aggiunse: “Non dovete insegnare agli americani come si vive il movimento. Cercate di imparare”.

Le sue risposte, che annodavano il nostro presente di ragazzi con i misteri eterni della fede, erano piene di bellezza. Davanti a lui sentivamo che valeva la pena vivere di quelle cose.


Quelle semplici parole mi guidarono per tutto l’anno successivo. Anna ed io eravamo iscritti come visiting students alla Notre Dame University, una grande università cattolica nello stato dell’Indiana. Quando arrivammo, scoprimmo che a causa di un disguido non avevamo ottenuto l’alloggio nelle strutture del campus. Io fui allora ospitato in una famiglia della piccola comunità di Cl. Joel e Leslie avevano già tre figli piccoli e alla fine di quell’anno sarebbe nata anche Sofia. Vivevano in un appartamento destinato dall’università ai dottorandi, pochi metri quadrati in tutto, e io pernottai sul divano della loro sala per più di un mese. Furono loro a insegnarmi le prime espressioni idiomatiche americane e a ridere dei miei errori. Appena fu possibile intendersi, mi raccontarono la storia delle loro famiglie, entrambe del Colorado, entrambe protestanti. Mi raccontarono della loro conversione, del recente incontro con il movimento, avvenuto a Washington. E io raccontai di me, della mia famiglia, del mio incontro con Gs a scuola, dell’esperienza in Cattolica. Avevo 23 anni appena compiuti. Loro solo qualcuno più di me.


Con un’altra famiglia si stabilì subito un rapporto profondo. Si chiamavano Ruth e Jay. Lei aveva 25 anni, lui un paio in più e un figlio piccolo. Catherine, la secondogenita, sarebbe arrivata prima della fine della nostra permanenza. Jay era appassionato di chitarra e difendeva i suoi gusti in polemica con gli intellettuali della musica classica. Anche la famiglia di Suzie e Michael poi ci aiutò moltissimo, ospitandoci spesso nella loro casa piena di bambini, di disordine, di cultura e di musica, rigorosamente classica. Era stato proprio Michael a chiedere a don Giussani di “inviare due filosofi”. Era austriaco di origine, promettente professore di Lingue semitiche. Parlava benissimo italiano.
Con queste persone iniziò fin da subito un’amicizia che dura ancora oggi. Nel rapporto con loro, c’era qualcosa che andava al di là della simpatia umana e della generosità con cui ci accolsero. Ci riconoscevamo. Ci ritrovavamo uniti perché segnati dallo stesso evento.
L’immagine che mi dominava in quei mesi era quella delle prime comunità cristiane di cui parlano gli Atti degli Apostoli. Mi sembrava di rivivere quei primissimi tempi. Anche allora le comunità mandavano alcuni dei loro membri in visita ad altre comunità. Tra questi inviati e i loro ospiti si instaurava una familiarità immediata, grata. I primi racconti riguardavano la comunità d’origine, l’apostolo di riferimento, il loro incontro con i cristiani, la conversione, il battesimo. Insomma, l’evento che li accomunava e li rendeva fratelli, più che fratelli.
Anch’io, tra quegli amici americani che conoscevo appena, mi sentivo parte di un evento che abbracciava il mondo e, nello stesso tempo, lo sperimentavo come una concretissima famiglia. La nostra appartenenza reciproca riempiva di gioia e di curiosità il nostro incontro. Ecco cosa era la Chiesa! Di essa don Giussani mi ha fatto toccare con mano il momento sorgivo, in tutta la sua freschezza, e così mi ha trasmesso il senso di una cattolicità concreta, come un’amicizia.

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