Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, racconta la sua esperienza nei villaggi siberiani nei primi anni di missione in Siberia, in una intervista apparsa su aleteia.org

Fare il parroco tra i cattolici in Siberia è una missione piuttosto complicata: monsignor Paolo Pezzi, attuale vescovo di Mosca ne sa qualcosa. Ha fatto ii missionario da quelle parti per diversi anni, per conto della Fraternità san Carlo.
Nel libro ”La piccola Chiesa nella grande Russia” (edizioni Ares), mons. Pezzi racconta a Riccardo Maccioni la sua “esperienza siberiana”, nata su sollecitazione del fondatore della Fraternità: monsignor Massimo Camisasca, attuale vescovo di Reggio Emilia.
La missione tra i cattolici in Siberia, con base nella metropoli di Novosibirsk, avvenne nell’autunno del 1991. Fu la prima missione, nel senso vero del termine, della Fraternità san Carlo all’estero. Una scelta molto coraggiosa per la quale furono mandati in Siberia un presbitero e due diaconi, che poi vennero ordinati sacerdoti l’anno dopo, nel 1992. Quando arrivarono a Novosibirsk, non c’era ancora il vescovo, visto che monsignor Joseph Werth venne nominato il 13 aprile del 1991 e consacrato il 16 giugno successivo arrivando in autunno mentre la missione della Fraternità era attiva già da maggio.
E come in ogni nuova avventura, i problemi, i rischi non mancarono. «Uno di questi fu che il sacerdote, don Gianni Malberti, per problemi di salute dopo un anno e mezzo chiese di tornare perché le condizioni climatiche non gli consentivano di svolgere il suo servizio. Don Camisasca allora propose a me di andarci. Io accettai con entusiasmo. Così nel 1993, il 12 settembre, partii per Novosibirsk, per starci in modo stabile e definitivo.Ma vi rimasi solo per 5 anni perché don Camisasca nel 1998 mi richiamò a Roma come vicario generale della Fraternità san Carlo».
A Novosibirsk, la prima comunità missionaria della San Carlo fuori dai confini italiani era piccola. «Su cinque anni complessivi, tre li abbiamo passati in tre e due in quattro. In particolare ci fu un sacerdote, don Alfredo Fecondo, che ci raggiunse nel 1995 e poi, per motivi di salute, nel 1997 rientrò in Italia».
Alla base, inutile dirlo, le temperature molto rigide. «Soprattutto lui che soffriva di sinusite e di cervicale pativa gli sbalzi tra il freddo e il caldo, tra il dentro e il fuori. In Siberia nelle case si tiene la temperatura molto alta e siccome in quegli anni non era possibile regolarla, significava che al chiuso c’erano di solito almeno 25 gradi, mentre fuori si arrivava anche a meno 30, meno 35 sotto zero. Devo dire tuttavia che don Alfredo, superati i problemi di salute e dopo esperienze missionarie in località più calde, nel 2008 è tornato a Novosibirsk e vi risiede stabilmente».
In Siberia l’incarico di don Pezzi era di responsabile della Fraternità san Carlo e insieme delle attività del movimento di Comunione e Liberazione. Un peso notevole anche alla luce della presenza cattolica sul territorio della Siberia, non molto numerosa. Si trattava insomma di aprire canali nuovi, di fungere da apripista.
«Era, infatti, il compito principale per cui, in accordo con il vescovo, ci siamo fatti carico di parrocchie che si trovavano nella periferia della regione di Novosibirsk. Parlo di una ventina di comunità cattoliche, tra cui le più grandi contavano 40-50 fedeli, le più piccole si limitavano a un paio di famiglie. Di lì a poco, soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta, la presenza di fedeli in Siberia è molto diminuita, principalmente a causa dell’emigrazione dei cosiddetti tedeschi russi verso la Germania. Parliamo di alcune centinaia di migliaia di persone, forse più».
Si tratta di una realtà molto particolare. I tedeschi, con il diritto di avere proprie chiese ma non monasteri, fecero la loro comparsa durante il Regno di Caterina II la Grande, nella seconda metà del ‘700. E andarono a popolare le regioni intorno al Volga, orientativamente tra Nizhny Novgorod e il Mar Nero, là dove il grande fiume si dirama sfociando dall’altra parte nel Mar Caspio. In questa area ci fu una colonizzazione da parte di centinaia di migliaia di tedeschi che diedero anche vita a parrocchie e comunità, fino ad avere una propria regione, con molte autonomie.
Durante il Regime sovietico, soprattutto in due occasioni, cioè negli anni ‘30-’31 e ‘37-’38, quasi due milioni di “tedeschi del Volga” furono deportati da Stalin in Siberia. La maggior parte morì durante il viaggio, poiché questi spostamenti venivano effettuati in inverno e in alcuni casi i treni venivano aperti e i deportati fatti scendere nel nulla, con il villaggio più vicino magari ad alcune decine di chilometri. Chi sopravvisse diede vita a vere e proprie città, ancora oggi presenti per esempio nella provincia degli Altaj, cui furono date dei caratteristici nomi tedeschi. Pur senza sacerdoti e ministri di culto, queste comunità hanno mantenuto la fede: in maggioranza, più o meno il 60% erano luterani con il 40% di cattolici.
«Quando siamo arrivati come Fraternità in Siberia – conclude mons. Pezzi nel libro “La piccola chiesa nella grande Russia” – abbiamo incontrato spesso queste realtà, con alle spalle storie molto toccanti e commoventi. Ricordo la devozione, la fede delle babushke, le nonne, le signore anziane, e il loro stupore nell’accostarsi ai sacramenti dopo decenni in cui non avevano potuto confessarsi e ricevere l’Eucaristia».

 

pubblicata su aleteia.org

 

Nell’immagine, un paesaggio siberiano.

Leggi anche

Tutti gli articoli