Da san Francesco impariamo l’umiltà del cuore, l’unica posizione che ci permette di riconoscere il Padre attraverso l’umanità del Figlio.

Cari fratelli e sorelle,

diverse ragioni concorrono a rendere questa una giornata di grande festa per la nostra Chiesa. Innanzitutto la riapertura, dopo i lavori di restauro, della nostra Concattedrale. Una riapertura resa possibile dalla fede del nostro popolo e dal concorso di tanto lavoro, di tante professionalità e di tanta generosità.

Questo splendido tempio, che oggi raccoglie i suoi figli festanti, riapre i battenti proprio nel XXX anniversario dell’istituzione della Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla (30 settembre 1986) e ci ricorda la fecondità del cammino di comunione che da trent’anni abbiamo iniziato a vivere.

[…]

La solennità del nostro patrono, san Francesco d’Assisi, che oggi celebriamo, ci aiuta a leggere l’evento della riapertura di questo tempio nel suo significato più profondo. «Va’ e ripara la mia casa» (F.F. 1411): queste parole, che il Crocifisso di san Damiano rivolge al giovane Francesco, sono all’origine della sua vocazione e racchiudono in modo sintetico la grande missione alla quale Dio lo chiamava nella sua Chiesa. Sappiamo che Francesco non comprese subito il valore simbolico di quelle parole e le interpretò innanzitutto come un invito a restaurare la chiesetta di san Damiano. Attraverso la ricostruzione della chiesa fatta di pietre, egli pian piano comprese che la casa che era chiamato a ricostruire doveva essere fatta di pietre vive. Ciò che Cristo gli chiedeva di riparare era in primo luogo il suo giovane e tormentato cuore, nel quale Dio desiderava dimorare per attrarre a sé tanti uomini e tante donne. Nell’abbandono all’abbraccio misericordioso di Gesù, Francesco capisce che se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori (Sal 126, 1). Il protagonista della ricostruzione era Dio stesso che desiderava servirsi di lui per far risplendere le sue meraviglie e la gratuità della sua iniziativa. Ci torna alla mente quel racconto dei Fioretti nel quale Francesco, a frate Masseo che gli chiedeva come mai tutto il mondo gli andava dietro, pur non essendo Francesco né bello, né sapiente, né nobile, risponde: «Vuoi sapere perché a me tutto ’l mondo mi venga dietro? […] Quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insuffciente, né più grande peccatore di me; e però a fare quell’operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno» (F.F. 1838).

È il commento più bello alle parole del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, eco fedele dell’esultanza di Gesù: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11, 25).
Quali sono queste cose, questi segreti del Padre, che rimangono nascosti ai sapienti di questo mondo e illuminano invece la vita dei “piccoli”? Ce lo dice Gesù stesso nei versetti successivi del Vangelo: nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11, 27). Il segreto della vita vera è la conoscenza del Padre attraverso l’umanità del Figlio, cioè attraverso la Chiesa. Occorre veramente la grazia della “piccolezza”, dell’umiltà del cuore, per riconoscere l’umanità gloriosa e regale di Cristo nella sua Chiesa, ferita dai nostri peccati e dalle nostre infedeltà. Eppure, così come è, con tutte le sue apparenti contraddizioni, la Chiesa rimane la strada consegnata da Dio all’uomo perché sia abbracciato e salvato dall’umanità di Gesù. Essa, come ha sapientemente sintetizzato il Vaticano II, è «il Regno di Cristo già presente nel mistero» (cfr. Lumen gentium, 3). «Separare Gesù dalla Chiesa – ha detto papa Francesco – sarebbe volere introdurre una “dicotomia assurda”, come scrisse il beato Paolo VI. Non è possibile amare il Cristo ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo ma non la Chiesa, appartenere al Cristo ma al di fuori della Chiesa. Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta a Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra santa madre Chiesa gerarchica» (Francesco, Omelia in occasione della solennità di Maria ss.ma Madre di Dio, Basilica Vaticana, 1 gennaio 2015).

Queste parole ci aiutano a comprendere il significato profondo di cui la chiesa fatta di mattoni è segno. Essa ci comunica, come ebbe a dire il cardinal Colombo proprio in questa Cattedrale, «la certezza che Dio è con il suo popolo, che ha posto la sua dimora tra le nostre case, che dialoga con gli uomini come con amici, che ci accompagna sulle vie del mondo verso la patria» (Card. Giovanni Colombo, Omelia per il IV centenario della dedicazione della Cattedrale di Guastalla, 22 giugno 1975).

Una felice coincidenza ha voluto che la riapertura di questa Concattedrale avvenisse nel giorno natale di san Carlo Borromeo, uno dei più grandi riformatori e “ricostruttori” della Chiesa, che il 20 febbraio del 1575 consacrò queste mura. Particolarmente significativo, poi, che tutto ciò sia da noi vissuto durante l’Anno Santo della Misericordia e suggellato dall’apertura della Porta Santa. L’edificazione della chiesa, segno e simbolo dell’edificazione del Popolo di Dio, è infatti la prima misericordia del Padre che si china sull’umanità ferita e, attraverso la porta che è Cristo (cfr. Gv 10, 9), la conduce nella locanda (cfr. Lc 10, 34), nella Chiesa appunto, dove per mezzo dei sacramenti, della Parola di Dio e della comunione vissuta, ognuno di noi può essere abbracciato, curato e aiutato a camminare sulle vie della fede, della speranza e della carità.

Come ho avuto modo di scrivere a proposito della nostra Cattedrale di Reggio, anche questo tempio è innanzitutto «la casa di Dio. Tra le sue mura tutto ci parla di lui. Nello stesso tempo è la casa di ogni cristiano e di ogni uomo. “Casa tutta mia che Dio abita”, come la definisce Pietro di Craon ne’ L’annuncio a Maria di Paul Claudel. Tutta mia: perché essa è espressione nobile del lavoro e della creatività dell’uomo. Che Dio abita: perché in questa casa ogni particolare è ordinato alla manifestazione della Sua presenza» (M. Camisasca, Prefazione, in: AA.VV., La Cattedrale di Reggio Emilia. Studi e ricerche, Skira Editore, Milano 2014).
Un antico inno ambrosiano, risalente al V secolo, esprime in forma poetica tutto ciò: Hic locus Regis vocitatur aula nempe caelestis, «Questo è il luogo realmente chiamato corte del Re celeste, porta splendente del cielo, che accoglie tutti coloro che cercano la patria della vita. […] In esso il popolo prende dall’altare il Corpo consacrato e si abbevera al beato Sangue. Qui le sante acque sciolgono le colpe […]. Con l’unzione viene generata la stirpe invincibile dei cristiani. Qui viene data la salute agli infermi, l’aiuto ai deboli e la vista ai ciechi […] Ogni paura e tristezza è cacciata via» (Christe cunctorum, sec. V).

Cari fratelli e sorelle,
anche oggi il Signore, come a san Francesco e a san Carlo, continua a dire ad ognuno di noi: «Va’ e ripara la mia casa». Egli, attraverso il restauro di questa Cattedrale, ora finalmente riaperta al culto, ci invita a ricostruire i nostri cuori, la nostra Chiesa, a far risplendere in modo più trasparente la bellezza dell’umanità di Gesù, ad aver cura, secondo l’espressione del Papa, della «nostra casa comune» che è il mondo e tutta la creazione.
Chiediamo alla Madonna della Porta la grazia di poter essere annoverati anche noi, come san Francesco e san Carlo, tra coloro di cui parla la prima lettura che abbiamo ascoltato: Ecco chi nella sua vita riparò il tempio e nei suoi giorni consolidò il santuario (Sir 50, 1). Chiediamo la grazia di una fede rinnovata perché ciò che i nostri padri ci hanno consegnato, possa essere da noi creativamente rivissuto e consegnato alle generazioni successive arricchito dei colori della nostra testimonianza e della nostra passione per la gloria di Cristo nel mondo.

Amen.

 

Omelia nella santa Messa per la riapertura della Cattedrale di Guastalla nella solennità del patrono san Francesco. Cattedrale di Guastalla, 2 ottobre 2016.

 

(Nell’immagine, una raffigurazione di san Francesco nel Monastero del Sacro Speco di San Benedetto, a Subiaco)

Massimo Camisasca

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