Proponiamo la Via Crucis con le meditazioni di don Francesco Ferrari, rettore della casa di formazione.

La fede, in questi tempi, è spesso perseguitata. A volte con la violenza fisica, a volte con la falsità e la calunnia, a volte semplicemente con il diffondersi di una mentalità che rifiuta Dio.
Questa persecuzione è iniziata con Cristo, con il manifestarsi nel mondo della verità, e ha raggiunto il suo apice nel giorno della croce. Venne fra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,11). Da allora, il cristiano che vive nella verità è un perseguitato. Soffre un sacrificio, anche lui è chiamato alla croce. Quel giorno sul Golgota sono nati i martiri, coloro che vivono la croce come Cristo, a causa di Cristo, per amore a Cristo. Da quel giorno ogni sofferenza, non solo la persecuzione, può essere vissuta per amore a Cristo. Siamo in un tempo di martiri, e siamo in un tempo di grandi sofferenze, eppure sentiamo lontano il sacrificio di questi nostri fratelli. E se così spesso facciamo fatica ad abbracciare e amare le nostre croci, è anche perché non guardiamo questa loro testimonianza, che ci aiuterebbe a vedere la bellezza e il privilegio del sacrificio per Cristo.
La Via Crucis è una contemplazione del cammino di Cristo verso il sacrificio totale di sé. È uno sguardo a Cristo che ci educa a guardare la nostra croce. Sia essa un martirio pubblico, violento, clamoroso, o una sofferenza nascosta, silenziosa, interiore.
Vogliamo guardare Cristo, per scoprire in lui il senso della sua e della nostra croce, per vedere dove ci porta, per essere aiutati a sostenerla, per vivere da cristiani.

I stazione

Gesù è condannato a morte

Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: “Abbattiamo lalbero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato”.  (Ger 11,19)

Anna, Caifa, Pilato, Erode, gli scribi e i farisei, le guardie, qualche serva, il popolo… Verso Cristo è in atto una persecuzione, si scatena una quantità di odio e di violenza senza pari. È la ferocia del male che non accetta il bene.
Il processo è una farsa, la condanna è un inganno. Quello che si cerca non è la verità, la giustizia, la pace. Quello che si vuole è liberarsi del bene, del vero, di quel Cristo che con la sua innocenza illumina il male di ognuno, e giudica tutti. Il vero giudice del mondo è giudicato e rifiutato. Che il suo nome non sia più ricordato.
Il male non sopporta l’innocente, non sopporta la bontà, la giustizia e la verità. Queste cose ricordano Dio, e ciò da fastidio. Il male vuole estirpare queste realtà dalla terra, vuole che neanche il loro nome sia ricordato, in modo che l’uomo dimentichi il nome di Dio. Contro queste realtà si accende l’ira del perseguitatore, che sia un singolo, un popolo o una mentalità.
Nessun uomo era mai stato così innocente, così buono, giusto e vero, come Cristo. Nessuno aveva portato Dio al centro della realtà come lui. Da allora ogni esistenza innocente, buona, giusta e vera sarà icona di Cristo. Sarà segno di Dio. E dunque sarà perseguitata. Non esiste, in questo mondo, una vita buona e santa, una vita cristiana, che non sia anche una vita perseguitata.

 

II stazione

Gesù è caricato della Croce

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota. (Gv 19,17)

Gesù prende la croce. È un momento quasi liturgico, che riempie di stupore. C’è qualcosa di solenne nel gesto di Cristo che per la prima volta prende la croce. Non si oppone al male che si è scatenato contro di lui. Accetta la persecuzione, accetta di essere odiato dal mondo, accetta la sua croce.
Se il male del mondo si muove contro di lui con impazienza, scompostezza, irrazionalità, ferocia, lui si pone con mitezza, calma, accettazione, determinazione.
Si avviò verso il Golgota. Abbraccia la persecuzione e si avvia, per portare dentro il male l’inizio di qualcosa di nuovo. Gesù non fugge dalla persecuzione, si lascia avvolgere dalle tenebre, per essere lui stesso, nelle tenebre, una luce. La luce splende nelle tenebre (Gv 1,5).
Abbraccia la croce della persecuzione per offrire all’uomo che lo odia una vittoria sul suo stesso odio.

 

 

III stazione

Gesù cade la prima volta

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. (Is 53,3-5)

Gesù cade, schiacciato dal peso del legno. Abbracciare la croce non significa non soffrire. Cristo, che era un uomo, ha sofferto. Ha sperimentato tutta l’umiliazione, l’ingiustizia, il rifiuto. Gesù soffre per il male che subisce, e ancor di più per il male che l’uomo sta facendo a sé stesso. La persecuzione è l’espressione dell’infelicità dell’uomo, della sua incapacità a riconoscere Dio presente.
Gesù non dubitava della vittoria finale del Padre, ma la certezza sull’esito buono non toglieva la fatica della lotta. La sofferenza convive con la fiducia nel Padre, ma in Cristo la fiducia è qualcosa di più profondo e originario del dolore, qualcosa di inattaccabile. È per la certezza del rapporto con il Padre che Cristo si rialza.
Quando siamo dentro la persecuzione la fede non ci libera dal dolore, dalla paura e dall’umiliazione. La fede è qualcosa di più profondo. È l’abbandono a Dio presente nella nostra vita, che nessuna persecuzione può minacciare. La fede non è certezza su di sé, è certezza su Dio, sulla sua fedeltà e sulla sua forza.
Non ci si rialza perché si smette di soffrire, ci si rialza perché si vive nella fede.

 

IV stazione

Gesù incontra Sua Madre

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.  (Lc 2, 34-35)

Se come uomo Gesù ha sofferto tutta la ferocia della persecuzione, come uomo ha anche conosciuto una grande consolazione: sua madre.
Maria non era lì per togliergli la croce, anche se come madre deve averlo desiderato immensamente. Maria era lì perché lui era suo Figlio, e lei voleva vivere con lui. Lei era lì per rispondere fino alla fine alla sua vocazione di essere madre di Cristo, e quindi di condividerne il destino. Maria sceglie di essere con suo Figlio, ovunque egli si trovi. E se il Figlio è in mezzo alla persecuzione, lei è lì, e non vuole essere altrove. È lì a sentire su di sé la persecuzione del figlio, a sentire una spada trafiggerle l’anima.
La quarta stazione è Maria che ha accettato tutto, dice Claudel nelle sue meditazioni sulla Via Crucis.
Maria è quel punto dell’umanità che è sempre stata con Cristo, che ha preferito Cristo. LasciereteLo voi per altro amore? Come si può scegliere qualcun altro? Per questa sua fedeltà nell’amore la sua presenza è una consolazione per il figlio. La sofferenza della madre, in quanto segno del suo amore, è conforto per il cuore di Dio. Maria ha sofferto perché ha creduto e ha amato. Lei è stata, in mezzo all’odio per Cristo, un punto di amore a Cristo, in mezzo al rifiuto un punto di accoglienza, in mezzo al tradimento un punto di fedeltà. È stata fedele nell’amore, ha partecipato alla croce, e così partecipa alla vittoria sul male. Ringraziamo il Padre che nella lotta non ci priva mai della consolazione di una madre così fedele.

 

V stazione

Il Cireneo aiuta Gesù a portare la Croce

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirène, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui. (Mt 27,32)

Anche noi, come sua madre, possiamo essere là dove lui è.
A noi, come a sua madre, non è chiesto di scegliere la forma del rapporto con Cristo. Ci è data la possibilità di stare con lui, di entrare nella lotta con lui, di condividerne il destino e quindi anche la sofferenza. Noi possiamo scegliere di portare la croce con lui. Possiamo stringerci a Cristo e offrirgli la nostra consolazione. Lo ha insegnato la piccola Nennolina, bambina romana di 6 anni colpita a morte da un tumore alle ossa, che nella sua preghiera pura e infantile, misteriosamente, dichiarava la sua gioia per poter soffrire con Gesù. Che consolazione per il cuore di Cristo!
La vita ci è data per essere come Maria, come Nennolina e tanti altri: punti di umanità che accolgono Cristo, che scelgono di amarlo anche dentro la prova e la sofferenza.
Il senso della nostra croce è portarci a Cristo, condurci là dove lui si trova.
La croce, accolta nella fede, scava uno spazio in noi che può essere occupato da Cristo, un vuoto che diventa vicinanza di Cristo.
Ogni croce ci può avvicinare a Lui. La croce della malattia, della sofferenza e ancora di più la croce della persecuzione. Non scappiamo dall’ostilità del mondo, non temiamola, perché è su questa via che Cristo ha camminato e cammina.
Chiediamo a Maria che ci insegni a stare con suo Figlio, dove lui è, ut sibi complaceam.

 

VI stazione

La Veronica asciuga il volto di Gesù

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. (Is 53,2)

Quel volto, sfigurato dalla persecuzione eppure per qualche ragione profondamente amabile, è rimasto nella storia. Quel volto, ferito e bello, continua a riemergere nel presente. Sono i martiri di tutto il mondo, in Nigeria, in Siria, in Korea, in India, in Pakistan… Sono i martiri conosciuti e quelli sconosciuti. Sono coloro che hanno scelto di stare con Cristo, e per questo hanno vissuto e vivono la persecuzione. Sono tutti icone del Suo volto.
Quando abbracciamo la croce per Cristo, quando prendiamo su di noi il peso dell’odio a causa di Cristo, iniziamo a cambiare volto. Iniziamo a recuperare la nostra immagine originaria, il volto per cui siamo stati voluti, che è a immagine del Verbo, incarnato, crocifisso e risorto.
Nella croce costruiamo la nostra somiglianza a Cristo, e la sofferenza, anche se disumana e ingiusta, se accolta e amata per Lui, ci plasma e ci dona il nostro volto più vero.
I colpi del sacrificio, della grande persecuzione o della croce quotidiana, scolpiscono la nostra vita e la rendono più simile a Cristo. La nostra vocazione è essere icone di Cristo.

 

VII stazione

Gesù cade la seconda volta

Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. (Is 53,5)

Cristo cade una seconda volta. C’è in noi un moto di ribellione a questa violenza ripetuta e sfiancante. Eppure, nel gesto di Cristo che si rialza, siamo noi a essere incoraggiati.
La tenacia di fronte alla prova, la resistenza di fronte all’odio, non è questione di forza e di eroismo. È una questione di amore. Cristo si rialza perché ama.
Ama il Padre e il suo disegno sul mondo. Ama gli uomini, che in questo disegno hanno un posto centrale, anche quando essi sprofondano nell’odio e nella lontananza. In quel momento li ama ancora di più. È un amore immenso, che cerca il cuore dell’uomo fino al punto da dare tutto sé stesso, fino alla fine (Gv 13,1).
Cristo cade perché l’uomo è a terra, è sprofondato nel baratro, e Cristo vuole essere dove è l’uomo, per offrirgli il suo amore, per rialzarsi portandosi dietro l’uomo che si è lasciato amare. Si fa vittima, perché «solo l’amore della vittima può riscattare fino in fondo l’assassino» (Maïti Girtanner, Maïti, resistenza e perdono, Itaca, 2022).
Cristo si abbassa e si rialza per amore, e questo suo amore, se lo accogliamo e lasciamo che definisca la nostra vita, suscita in noi qualcosa di nuovo, qualcosa che ci risolleva: il desiderio di rispondere con un amore simile al Suo, il desiderio di amarLo.
Nella prova non ci si rialza per eroismo, ma per carità, perché si è amati e si ama.

 

VIII stazione

Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. (Lc 23,27-31)

L’amore di Cristo per l’uomo, per cui sopporta tutto questo dolore, rivela un’immensa pietà. Piangete su voi stesse.
La vera tragedia è la nostra condizione, non la sua. La vera tragedia non è la sofferenza, ma la colpa, che causa così tanta sofferenza. Egli era innocente. Noi siamo colpevoli.
Se Cristo è entrato nella tragedia è per cambiare noi, per cambiare nel profondo la sostanza stessa della nostra vita. Non ha accettato la persecuzione per toglierci la sofferenza, ma per redimerci dalla colpa. E da allora la sofferenza ha proprio questo significato: redimere dalla colpa. Qualsiasi sofferenza, vissuta per Cristo, ci rende partecipi di quella grande opera di redenzione che è la vittoria del perdono, la vittoria della pietà.
Per noi che siamo peccatori lasciarsi amare è sempre lasciarsi perdonare, e l’unico modo per amare è perdonare. Si ama solo nella pietà e nella redenzione.
Il legno verde, il legno vivo e innocente, ha accettato di essere trattato come colpevole perché anche il legno secco, di per sé morto perché colpevole, potesse nel perdono tornare alla vita.
Da quel giorno la sofferenza è per redimere, e redimere è il modo vero di amare.

 

IX stazione

Gesù cade la terza volta

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato. (Eb 12,3-4)

Gesù cade ancora una volta. Il ripetersi di queste cadute ci fa sentire il peso opprimente dell’ostilità. L’odio abbatte, spaventa, demoralizza. Nella persecuzione tutto viene tolto, non si vede più nulla. E la lotta più grande e tremenda è contro la disperazione. Cristo non vedeva tracce di vittoria, vedeva solo il fallimento. Tutte le speranze umane di vittoria erano crollate. Eppure si rialza, perché con lui è nata nel mondo una speranza più profonda. Non la speranza in circostanze diverse, più sopportabili, meno violente, non la speranza nel successo in questo mondo. In Cristo vive la speranza nel disegno eterno del Padre. Si rialza perché desidera che la volontà di Dio sia compiuta, perché spera solo in questo.
Nella persecuzione, quando crolla tutto, quando tutte le certezze vengono distrutte dall’odio, si apre il tempo della vera speranza, il tempo in cui rimane solo il disegno del Padre, che è la vittoria di Cristo. «Per il cristiano sperare veramente richiede il crollo di tutte le umane speranze» (Divo Barsotti, La presenza del Cristo, Fondazione Divo Barsotti, 2000).
Benedetta Bianchi Porro verso la fine della vita, ormai sorda, ceca, muta, e inchiodata al letto dalla malattia terribile che l’ha privata di tutto, scriverà: «Tutto è grazia, tutto è bene, tutto va a gloria di Dio. E se verrà la paura dirò senza vergogna: “Signore, ho paure delle tenebre” E lui: “Non temete, io ho vinto il mondo”». (Lettera a Sofia Bandini, Sirmione, 20 settembre 1963]
Non ci si rialza perché le circostanze lo permettono, ma perché si vive nella speranza.

 

X stazione

Gesù è spogliato delle vesti

Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. (Sal 22(21),18-20)

Dante, nel canto undicesimo del Paradiso, dice che l’unica che salì sulla croce con Cristo fu la sua povertà.
L’odio che si riversa su Cristo, infatti, lo priva di tutto. Sulla croce sale nudo, senza nulla, povero. Povero di vestiti, ma soprattutto povero di riconoscimenti e di successo.
Gesù aveva con sé solo il fallimento, solo il rifiuto, solo la sua croce. Sul Calvario, abbracciando quel legno, sembravano svanire tutte le azioni fatte, le persone consolate, sanate, resuscitate, i momenti di amicizia e di tenerezza, le parole sul Padre e sulla vita vera, i bambini tanto amati, i peccatori ravveduti.
Quelle che potevano essere state le sue ricchezze terrene, ed erano tutte ricchezze sante, non c’erano più. Tutto è distrutto dall’oppressione del male.
Cristo, abbracciando la croce e la morte, ha deciso di condividere con noi l’esperienza dell’abbandono completo, della privazione totale, fino alla privazione della vita. E in questo modo, risorgendo da questo abisso, si è fatto vicino a noi per sempre. Non esiste più privazione che sia davvero totale, non esiste più abbandono che sia davvero totale, non possono più toglierci veramente tutto, perché Cristo ha ormai colmato la povertà più estrema della Sua Presenza.
Karl Leisner, giovane seminarista tedesco malato di tubercolosi e imprigionato a Dachau per opposizione al regime, è diventato prete dentro il campo di concentramento, poco prima di morire. Nella sua vita ha detto una sola messa, la prima e l’ultima, il 26 dicembre del 1944. Non è nulla, eppure è tutto. La sua vita si è compiuta ed è morto nella gratitudine. Signore, lascia pure che ci privino di tutto, per riscoprire in te la ricchezza che non ci sarà mai tolta.

 

XI stazione

Gesù è inchiodato alla Croce

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. (Lc 23,33-34)

La violenza della persecuzione si avvicina al suo termine, e ogni istante rivela una disumanità sempre maggiore. La croce, i chiodi, gli insulti.
Forse è proprio perché la disumanità è così grande e terribile che le parole di Cristo risultano così sorprendenti, così impossibili: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
Solo Dio può amare chi lo tortura fino alla morte. Un amore simile può essere solo di Dio. Cristo, col suo perdono, rende l’ostilità più terrificante il luogo di un amore inimmaginabile.
E da allora i martiri portano nella storia questo amore proprio di Dio.
Signore non imputar loro questo peccato (At 7,60), dice Stefano colpito dalle pietre della lapidazione. Non se ne tenga conto contro di loro (2Tm 4,16), dice Paolo abbandonato da tutti in tribunale. Tommaso Moro si augura che i giudici della sua condanna possano un giorno fare festa con lui in Paradiso. Bakita giustifica i suoi padroni torturatori, perché non conoscono Cristo. Maria Goretti, prima di morire, promette di portare in Cielo con sé colui che, non riuscendo a violentarla, la uccise a coltellate.
La vittoria sulla persecuzione non è la liberazione dall’oppressione dei nemici, ma l’amore al persecutore. Questo amore, che è l’amore di Dio, è già la vita eterna per il martire, ed è già, sul momento, una possibile via al Paradiso per il persecutore stesso. L’amore di Dio, che risplende nel martire, è un evento di comunione anche là dove regna la più terribile divisione.

 

XII stazione

Gesù muore in croce

Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò. (Gv 19,30)

Cristo è morto per me. Accogliamo umilmente, e nel silenzio, questo fatto sconcertante.
Quel “per me” mi ricorda che anche io ho preso parte a quella persecuzione. Sono io che ho rifiutato il bene. Io ho peccato, ho fatto il male, un male reale che ha causato e causa una morte reale.
Quel “per me” mi ricorda che io, persecutore come sono, sono amato e perdonato. Prima che lo chiedessi, prima ancora che mi rendessi conto di averne bisogno.
La croce dice le due verità essenziali della mia vita: sono un peccatore, e sono un salvato. In una parola: io sono un redento.
Chiediamo a Dio, davanti a suo Figlio in croce, il dono delle lacrime. Lacrime di vero pentimento, cioè di vera consapevolezza del proprio terribile male e di vera gratitudine perché la croce è la parola più buona, dolce e vera che ci sia mai stata detta. Dulcis Christe, o bone Deus, o amor meus, o vita mea. Te volo, Te quaero, Te adoro, O dulcis amor. Dolce Cristo, buon Dio, amore mio, vita mia. Te voglio, te ricerco, te adoro, O dolce amore.
Chiediamo a Dio, davanti a suo Figlio in croce, di fare di Cristo il cuore della nostra esistenza, per poter vivere e morire per Lui.

 

XIII stazione

Gesù è deposto dalla Croce

Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di àloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. (Gv 19,38-40)

Gesù è deposto dalla croce. La sua offerta per l’uomo è compiuta. Ora è senza vita, inerme, nelle mani di altri, che possono disporre di lui. È nelle mani di Giuseppe, di Nicodemo, delle donne, di Maria sua madre. Ora è nelle mani della Chiesa.
Con la stessa inermità il Figlio di Dio si mostrerà per sempre nella morte gloriosa di ogni martire, consegnandosi continuamente a nuovi carnefici, per essere luce nelle tenebre.
E con la stessa inermità si ripresenterà fino all’ultimo giorno sugli altari di tutto il mondo. Si lascerà prendere, innalzare, deporre, mangiare. Il prete ne dispone, che sia puro o peccatore, che sia cosciente del mistero o distratto. Cristo si è consegnato una volta per tutte.
Il Figlio di Dio, Dio stesso, per redimere l’uomo, per ridargli vita, si è messo nelle sue mani fino a questo punto.
Dice ancora Claudel, davanti alla deposizione: Qui termina la croce, e inizia il tabernacolo.

 

XIV stazione

Gesù è posto nel sepolcro

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. (Gv 19,41-42)

Gesù è posto nel sepolcro, rimane il silenzio e l’attesa. I suoi discepoli, le donne, le persone che lo amavano e quelle che lo avevano amato ma anche tradito, quel giorno sperimentarono tutti lo stesso sentimento: un vuoto inimmaginabile, un silenzio carico di angoscia, un’assenza disperante. Non era solo la mancanza di un amico, di un fratello, di un maestro. Era la mancanza di colui che aveva acceso in loro quella enorme speranza. Ed ora era tutto silenzio.
Una persona, però, in mezzo alle altre, viveva un silenzio diverso. Per Maria il vuoto di quel giorno aveva qualcosa di simile al vuoto lasciato dall’angelo, quando tutto era cominciato. Era un vuoto misterioso, doloroso, ma apparente. Una vita era già cominciata, quella prima volta. E una vita sarebbe ricominciata anche ora.
Non c’era nulla, eppure lei attendeva. Niente era chiaro o comprensibile, eppure lei era certa. Maria non sapeva precisamente cosa sarebbe successo, ma era piena di fede nelle promesse di Dio. Aveva sentito suo Figlio parlare di risurrezione, e certo, senza capire, attendeva qualcosa. Nel cuore di Maria, «in quelle ore di buio universale si erano rifugiate tutta la fede e tutta la speranza che ancora palpitavano sulla terra» (Giacomo Biffi, La rivincita del Crocifisso, ESD 2008). E in lei possiamo sempre ritrovare la compagnia necessaria dentro le prove più grandi. Van Thuan racconta che, dopo anni di isolamento carcerario, la pressione psicologica era così estenuante che in alcuni giorni riusciva a dire solo l’Ave Maria. Ma gli è bastato per mantenere la speranza dentro la croce.
Affidiamoci a Maria, la Regina della Pace, colei che dà speranza al nostro dolore, perché qualunque sia la prova che la vita ci chiederà non si smarrisca mai, nel fondo del nostro spirito, la speranza della Resurrezione.

 

 

Nell’immagine: François-Xavier De Boissoudy, «Stabat mater», 2015.

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