A due mesi dalla morte di don Antonio Anastasio, proponiamo un ricordo di Marina Corradi, apparso in aprile sul mensile della Fraternità san Carlo, «Fraternità e Missione».

Era il 2005 quando Avvenire mi mandò a intervistare un anziano missionario comboniano, tutta la vita in Africa, tornato a morire nella casa madre, a Verona. Quando entrai nella sua camera e lo vidi, addormentato, mi bloccai, e rimasi a zitta: quel moribondo aveva il volto scarnito di un crocefisso di El Greco, nella stanza spoglia, e con che fierezza parlava dei quarant’anni passati a portare Cristo fra villaggi miserabili. Fu una strana intervista: il missionario, in fin di vita, a tratti si addormentava. Io aspettavo. Riapriva gli occhi, diceva qualche parola ancora. Alla fine mi congedò tracciando con la mano un segno della croce: “Che Dio benedica lei, e la sua famiglia”.
Scrissi il pezzo, e pochi giorni dopo la pubblicazione mi telefonò Massimo Camisasca, da Roma. Senza avermi mai visto, mi propose di scrivere le storie dei giovani sacerdoti della sua Fraternità san Carlo.
Anas fu tra i primi che incontrai, in due giorni a Roma. Mi fu subito, di pelle, simpatico, con quella sua aria da orso buono. Mi raccontò l’infanzia a Baggio, alla periferia di Milano, e di un bambino che smetteva di giocare a pallone per arrampicarsi dietro il guardrail della tangenziale, poco lontano da casa, a guardare i Tir passare, e le loro grandi ombre nel sole del tramonto. “I Tir sembrano grandi, ma grande veramente è il sole”, si diceva il bambino Antonio. Mi colpì, perché era il tipo di ragionamenti che mi facevo io da piccola, guardando il tramonto che spegneva il rosa delle Dolomiti, o mettendomi nell’orto ad attendere l’istante in cui un fiore si apriva – senza coglierlo mai. Guarda, mi dissi, questo qui guardava il mondo come me.
Ma lui era diventato un sacerdote, e io mai avrei pensato a una vita consacrata: ero una giornalista, avevo tre figli e purtroppo una forma di depressione cronica. Mi sbalordiva però sentirlo parlare del suo volere darsi interamente a Cristo: Cristo che per me, pure credente, era in realtà solo un’astrazione. Invidiai quel don Anastasio, la sua mitezza, la sua pace.
Lo ritrovai diversi anni dopo in Spagna, a Fuenlabrada, periferia di Madrid. In Spagna l’immigrazione di extracomunitari era più ampia che da noi. Quel quartiere mi apparve incredibile. Povero sì, ma non solo: una Babele in cui tutti erano reciprocamente stranieri. Su ogni balconcino delle torri popolari uguali, già scrostate dal sole e dalla pioggia, c’era un’antenna satellitare. Ciascuno guardava la tv nella sua lingua: Nigeria, Tunisia, Marocco, Argentina, Perù. La sera, Babele ardeva in cento idiomi diversi, fra le pareti troppo sottili.
Io, non avrei vissuto in quel posto per nessuna ragione. Invece Anas se ne stava lì, affaticato ma sereno, come a casa sua. Lasciai Fuenlabrada, chiedendomi come diavolo fanno questi missionari, a vivere tanto lontano da casa. Forse, pensai, quelli come Anas la casa ce l’hanno dentro, e se la portano ovunque vanno, giacché Cristo è la loro dimora.
Anni dopo venni a sapere che Anas era tornato a Milano, a Niguarda, a San Carlo alla Ca’ Granda. E che era il cappellano del Politecnico Bovisa, dove studiava mio figlio Pietro. “Vallo a conoscere, è uno in gamba”, gli dissi – ma lui, se ne era già accorto. Diventarono amici, e fu proprio Anas a celebrare nel 2019 il suo matrimonio con Francesca, a Rapallo. Doveva anche battezzare, un anno dopo, il piccolo Martino, ma il Covid costrinse a rimandare il battesimo. Nel frattempo io, che ero una “figlia” di don Fabio Baroncini, nella lunga malattia di quell’uomo straordinario mi ero ritrovata sola. Allora, memore della storia delle ombre dei Tir sulla tangenziale, cercai Anas. Divenne un argine mite e forte al mio perenne, riottoso dubbio sulla necessità del nostro stare al mondo. Non ci vedevamo spesso, ci sentivamo: email, WhatsApp. Quando coglieva una nota più grave nella mia voce mi diceva: vieni. Non si scandalizzava del mio costante contestare, e litigare con Dio. In questo si sentiva che aveva vissuto, ragazzo, non solo in oratorio, ma anche fra gli amici delle case di Baggio – Democrazia proletaria, Autonomia operaia, e anche oltre – e che a quegli amici aveva voluto bene.
A dicembre 2020, la salute di Baroncini peggiorò drasticamente. Sapevo quanto orfana sarei stata, lui morto. Forse per questo, inconsciamente, il 20 dicembre, proprio il giorno prima che Baroncini se ne andasse, andai a trovare Anas. Mi accolse, la mascherina sul volto, seduto a una scrivania, a distanza di tre metri. “Sai, ho l’asma”, spiegò “il Covid sarebbe pericoloso”.
Quei trenta minuti in canonica a Niguarda mi stupiscono ancora, quando ci penso, per la lucidità delle cose che Anas mi disse: come conoscendomi molto meglio di quanto io supponessi. Mi parlò del Cristo interiore di cui scrive san Paolo, mi raccomandò di leggere quel passo nella traduzione della Bibbia di Gerusalemme. Io, sempre recalcitrante: “Ho sessant’anni, ho lavorato, ho avuto tre figli, insomma, vorrei anch’ io andare a vedere faccia a faccia…”.
Anas sorrise, salutandomi: “Sai, poi magari ci viene chiesto di andarcene quando noi non vorremmo”.
Quando, tre giorni dopo, seppi che a San Carlo alla Ca’ Granda c’era il Covid, non mi preoccupai eccessivamente. Quell’uomo grande e grosso che si arrampicava per i boschi a cercare funghi, e che in una foto di agosto, mandatami da mia figlia, si mangiava una coppa extralarge di gelato con la panna in un rifugio, non mi pareva rischiasse molto.
Quando lo seppi ricoverato rimasi molto stupita: ma che diavolo fai, non fare scherzi da prete, gli scrissi su WhatsApp. Lui rispose: “Ok”. Il 31 dicembre gli feci gli auguri: “Sarà un anno buono”. Ma, da Anas, silenzio. Non mi rispose più.
Mi dissero che era stato sedato e intubato, e poi attaccato a delle macchine, perché cuore e polmoni non ce la facevano. Raggelata scrissi al suo amico don Jacques: “Qui bisogna chiedere un miracolo”.
Per due mesi anche noi, con altre migliaia, alle nove di sera, avanti a pregare. Ero certa che ce l’avrebbe fatta. Il lieve miglioramento d’inizio marzo non mi stupì, me l’ aspettavo. Perciò quando il pomeriggio del 9 marzo mia figlia è entrata in casa e, pallida, mi ha detto: “Mamma, Anas è morto”, sono rimasta letteralmente di sasso.
Al funerale, in Sant’Ambrogio, avevo una dolorosa pressione alla gola, un nodo duro di pianto che non poteva sciogliersi. Tutti erano tristi, molti piangevano, ma io ero anche molto arrabbiata – con Dio, come al solito. Alla fine della messa non ce la faccio più e esco, veloce. Mi imbatto inaspettatamente, in fondo alla navata, in mio figlio Pietro. Abbracciami, gli dico: e finalmente il nodo di pianto scoppia. Quella canzone poi, nel cortile di Sant’Ambrogio, quella voce calda di Anas sotto al cielo grigio. Ho dovuto fermarmi, trafitta, e, anche se proprio non volevo, guardare la bara passare. C’erano, in quelle note, gli anni ’70, e anche i miei vent’anni, e quelli di Anas. E Baggio, e l’oratorio e gli amici dell’ultrasinistra, e l’amore per una ragazza. C’era tutto, come un fiume che scorreva via per sempre. Ho pensato: si piange per se stessi ai funerali, perché siamo stati abbandonati.
Quanto a te, Anas, io sono certa che ora tu sei in Dio, eppure ancora anche qui, vicino a noi. E guardi Pietro e il suo bambino, e guardi me, quando mi sveglio, inversa, al mattino, e sorridi: perché sai che ci ritroveremo. Magari, come cantava Roberto Vecchioni, «molte lune in là»: ma, amico mio, e adesso lo so anch’ io, noi due ci ritroveremo.

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