Proponiamo l’omelia di Stefano Tenti nella memoria di san Giovanni Paolo II, figura nella quale emerge la grandezza della santità, una strada possibile anche per noi.

Oggi celebriamo la memoria di san Giovanni Paolo II. Proviamo certamente un debito di gratitudine per tutto ciò che egli rappresenta nella storia del Movimento e della Fraternità san Carlo, gratitudine che abbiamo voluto esprimere riconoscendolo come patrono secondario della nostra Fraternità. Tuttavia non possiamo limitarci a considerare la sua importanza semplicemente in relazione alla nostra piccola opera. La sua figura infatti è di una grandezza abbagliante in ogni campo dell’esistenza umana. È quasi impossibile descrivere tutte le facce della sua poliedrica esistenza: grande pastore che ha entusiasmato tutti i continenti, potente uomo della parola e dell’annuncio; ha cambiato il corso della storia della Chiesa e del mondo – pensiamo al suo ruolo nella caduta del comunismo; teologo, filosofo, poeta, carismatico trascinatore dei giovani, valorizzatore profetico dei movimenti e della stagione dei carismi, amante della natura e uomo sportivo. Ho sentito più volte don Massimo raccontare dei suoi incontri con Giovanni Paolo II e ripetere di non aver mai conosciuto un uomo con così tanti doni: la parola, il fascino, l’ironia, la fine intelligenza, la profondità. Doni che in lui sono stati totalmente fecondati dalla grazia.
Osservando la figura di Giovanni Paolo II, emerge quanta forza, quanta potenza, quanta bellezza è racchiusa in un’anima. Possiamo così intuire la grandezza della santità. Con umiltà, possiamo riconoscere che questa potenzialità è posta anche in ognuno di noi e attende di essere sprigionata. Come possiamo avvicinare questa grandezza? Qual è la chiave di accesso a questo livello dell’esistenza?
Questa estate ho letto la biografia di un altro grande santo che ha cambiato il corso della storia e della Chiesa: san Francesco d’Assisi. Anche la sua vita mi ha fatto interrogare su come una persona semplice possa essere così incisiva per il corso del mondo. Credo che la sorgente di questa grandezza sia una vita fondata nella grazia, nella contemplazione, nella consuetudine e nella familiarità con Dio. Una vita immersa in un dialogo in cui parola dopo parola, intuizione dopo intuizione, sospiro dopo sospiro Giovanni Paolo II si è unito a Lui e ne ha assunto i sentimenti e le azioni. Conformato a Cristo, ha continuato nella storia i Suoi atti e la loro potenza trasformatrice. Così Giovanni Paolo II ha realizzato sulla terra quel cielo che Dio passo a passo gli mostrava nella preghiera (cfr. Mt 6,10). Il segreto della sua imponente grandezza è quindi il cuore mistico e nascosto della sua esistenza. Cuore che si nutriva dei sacramenti e dell’eucarestia – quante pagine ha scritto sul suo amore all’eucarestia e al sacerdozio! -, cuore al quale era donata un’intensità di preghiera unica. Don Massimo mi raccontava di avere avuto la grazia di andare a visitare spesso Giovanni Paolo II. Appena arrivati, il Santo Padre li portava nella sua cappellina privata. Lì si inginocchiava in preghiera ed era difficile prevedere quanto tempo sarebbe passato prima che si fosse rialzato. Spesso, prima di mettersi a pregare, il Papa chiedeva al suo segretario di andarlo a chiamare nel caso si fosse dilungato troppo nella preghiera e avesse saltato gli impegni della sua fitta agenda.

A questo proposito, ho molto apprezzato il libro Era santo, era uomo, scritto da Lino Zani, una guida alpinistica che ha accompagnato Giovanni Paolo II per molti anni durante le sue vacanze sull’Adamello. In particolare, l’autore racconta di un giorno in cui, mentre stava sciando assieme al Santo Padre, sono capitati vicini alle trincee della prima guerra mondiale. Mentre Lino descriveva il sangue che quell’inutile strage aveva versato su quelle cime immacolate, il papa cambiò espressione del volto e divenne molto serio, si rivolse al suo segretario don Stanislao e scambiò con lui alcune parole in polacco. Allora don Stanilao disse a Lino che il Papa desiderava fermarsi un momento per pregare e gli chiese di accompagnarlo a trovare un giaciglio tra le pietre:

 

Lo accompagnai, lo tenni per mano e lo aiutai a sedersi, poi rispettosamente mi allontanai di qualche passo e lo stesso fecero tutti gli altri. Be’, fu lì che assistetti per la prima volta a qualcosa che non dimenticherò davvero mai e che – vincendo il riserbo – riferisco ora per la prima volta, cercando di farlo con precisione e purezza di cuore. Teneva il capo chino ed era assorto in preghiera, totalmente immobile senza il benché minimo movimento. Una specie di trance, anzi oserei dire di estasi, che pudicamente nascondeva a noi, posti alle sue spalle. Il suo viso e le sue mani, infatti, non potevamo vederle, tanto che non so se fossero giunte oppure no. Né se i suoi occhi fossero chiusi o aperti. Ho avuto invece ben netta la sensazione di poter osservare un essere dotato di una forza spirituale non più umana, qualcuno che non apparteneva più a questo mondo, ma viveva in quei minuti in piena comunione con Dio, con i Santi e con tutte le anime del Paradiso. Il luccichio irreale della neve tutt’intorno sembrava enfatizzare questa impressione. Era sceso poi un silenzio totale, parossistico. Tutto era immoto, come se attorno a noi uno stato di contemplazione avesse contagiato ogni elemento della natura. Di colpo ogni cosa taceva. Conosco bene quegli scenari, le cime, i ghiacciai, ho trascorso gran parte della mia vita in posti così e so che il silenzio della montagna è pieno di voci, suoni, versi di animali, come dello stesso rumore del vento. Invece, quella volta, sembrava essersi fermato tutto, davvero tutto. Posso dire, con piena convinzione, di aver toccato con mano, al pari di san Tommaso, come un uomo all’apparenza normale, riesca a travalicare il confine ed emanare santità. Un sasso e la nuda pietra non rappresentano certo un morbido giaciglio, eppure non si stancò, non si spostò mai neppure di un millimetro, i suoi muscoli erano immobili come tutto il resto attorno. Ma la cosa più strana, quando dopo un impercettibile e lievissimo movimento si rianimò e poi lentamente si mosse alzandosi, ci rendemmo conto, guardando l’orologio, che era trascorsa quasi un’ora, più di cinquanta minuti per l’esattezza.

 

Da questo racconto emerge un uomo che nella preghiera viveva una sorta di trasfigurazione. Sembra di rileggere l’episodio del monte Tabor, in cui Pietro, Giacomo e Giovanni vedono Gesù diventare splendente e desiderano che quel momento non finisca più (cfr. Lc 9,33). Oppure l’episodio in cui gli apostoli osservano Gesù pregare e ne rimangono attratti, tanto da chiedergli di potere essere introdotti nella stessa esperienza: insegnaci a pregare (Lc 11,1).
Concludendo, ciò che più mi sta a cuore sottolineare è questo: il giusto desiderio di identificazione con questa grande figura, il desiderio di una vita santa che possa essere protagonista nella costruzione della Chiesa e della storia del mondo, non parte innanzitutto dall’avere grandi progetti o dalla ricerca di grandi successi, ma dal rinnovato desiderio dell’intimità con Cristo, dalla serietà con cui sapremo accogliere i suoi discreti richiami, correzioni e suggerimenti, che già ora ci dona. Nella docilità alla Sua parola, egli nel tempo trasformerà noi e, conseguentemente, il piccolo o grande ambito di regno che Dio vorrà affidare alla nostra cura.

Chiediamo a san Giovanni Paolo II di intercedere presso il Padre per la Chiesa, il Movimento e la Fraternità. Amen.

 

Omelia per la memoria di san Giovanni Paolo II, 22 ottobre 2021, Cappella della Casa di formazione

 

 

Nell’immagine, san Giovanni Paolo II, particolare del mosaico di I. Rupnik nella cappella della Casa di formazione della Fraternità san Carlo.

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