Comunione e memoria, preghiera e silenzio, carità e missione sono i pilastri della vita del seminario della Fraternità san Carlo, una vita che desidera essere unita perché centrata solo su Cristo.

Da quando mi è stato chiesto di seguire i nostri seminaristi, mi capita spesso di invitare qualche amico a casa nostra, per condividere con loro ciò che viviamo nella casa di formazione. Dopo alcuni giorni passati insieme qui a Roma, uno di loro ha espresso il desiderio di poter vivere con la sua famiglia la stessa radicalità di vita che aveva intravisto. Non si riferiva evidentemente alla forma esteriore. Per chi lavora, e magari ha quattro figli come lui, e quattro figli scalmanati, non è forse possibile dedicare molto tempo alla preghiera o al silenzio, impostando la giornata sulla memoria di Cristo, come facciamo in seminario. Mancano l’occasione e la tranquillità per approfondire la Sua conoscenza attraverso lo studio e la lettura. E anche la vita comune, che per noi è fatta di tanti momenti di condivisione, richiamo e testimonianza reciproca, non può scandire la stessa quotidianità per amici che lavorano e magari hanno famiglia. Quello che attirava quell’amico era qualcosa d’altro, qualcosa che si manifesta in queste forme ma che nasce ad un livello più profondo.
Se dovessi dire qual è il cuore della proposta educativa che desideriamo vivere in seminario, direi che è la ricerca dell’unità della vita nella sequela totale a Cristo. Giussani diceva che «l’incontro con Cristo è totalizzante, e cioè diventa la forma di tutti i rapporti». Ai nostri seminaristi, desideriamo offrire una vita in cui tutto assume la sua forma alla luce dell’incontro con Cristo. Vorremmo cioè che ogni istante fosse vissuto rispondendo a una domanda molto semplice: che legame c’è tra Cristo e questo pezzo di realtà che ho davanti? È una domanda che richiede coraggio: non si può porla e continuare a vivere senza desiderare di cambiare. Perché non interpella solo la ragione ma anche l’affetto. Scoprire il nesso tra Cristo e l’istante significa scoprire cosa Lui desidera da me, cosa mi chiede, come posso vivere per dare gloria a Lui, cioè amandolo.
Alcuni pilastri della nostra vita comune esprimono un tentativo di risposta a questa domanda.
Innanzitutto, è essenziale che la vita sia segnata dalla memoria. I momenti di preghiera che scandiscono le nostre giornate sono attimi in cui, lasciando tutto il resto per rimettersi davanti a Dio, possiamo tornare ad interrogarci sul legame tra Cristo e l’istante. Senza momenti di silenzio e di preghiera vissuti insieme, la distrazione diventa padrona e alla fine ci troviamo ad avere vissuto giornate intere senza Cristo, in fondo soli. Una vita scandita dalla preghiera, al contrario, rende nel tempo abituale la domanda a Cristo, la ricerca della sua persona al cuore della realtà: e la vita diventa dialogo e compagnia.
Il desiderio di cogliere il nesso tra Cristo e l’istante, inoltre, imprime nella vita una sete permanente di verità. Cosa dice Cristo del mio lavoro, dei miei affetti, della mia storia, della natura, dell’uomo e del mondo? In seminario vogliamo educarci a guardare la realtà come un’avventura di conoscenza. Seguire Cristo significa maturare un giudizio nuovo su ogni cosa, guadagnare il suo sguardo sul mondo. O, come direbbe san Paolo, avere il suo pensiero.
Una vita impostata sulla sequela a Cristo è poi una vita impregnata di carità. È la carità, infatti, il contenuto ultimo della rivelazione che ci ha raggiunto. Dio è carità, Cristo lo ha svelato amando l’uomo fino alla fine. La nostra vita assume la forma dell’incontro con Lui nella misura in cui assume la forma della carità. Per questo, la vita in seminario è fatta di tanti gesti, anche piccoli e nascosti, in cui desideriamo educarci a vivere una cura per i fratelli, fonte di grande letizia. L’espressione più alta di questa carità è il perdono, dato e richiesto con semplicità e rapidità. È il perdono lo splendore della presenza di Cristo, l’esperienza della possibile rinascita di tutti i rapporti, anche di quelli segnati nel profondo dalla ferita del male. Il perdono vissuto è l’esperienza della vittoria del Risorto, che porta vita là dove naturalmente dovrebbe esserci la morte.
Ultimo pilastro di questa vita che cerca Cristo in ogni cosa è la missione. La scoperta della sua presenza viva, reale ed esaltante, cuore segreto di ogni istante, accende un fuoco che per rimanere in vita deve consumare. «Nessun fuoco chiuso può illudersi di conservare il proprio calore» diceva De Lubac parlando delle missioni della Chiesa. Desideriamo che gli anni di seminario, proprio in quanto anni di conoscenza di Cristo, anni di amicizia e carità, siano l’accensione di un fuoco che vive di missione. Il desiderio del mio amico, allora, era di seguire con totalità l’incontro con Cristo, di vivere senza dimenticare, con quello slancio missionario che nasce dall’avere incontrato in Lui l’amore e la verità della vita. Ciò che desideriamo per i nostri seminaristi non è innanzitutto una vita da preti ma la radicalità della vita cristiana. E ogni uomo che ha incontrato Cristo desidera la stessa cosa.

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