Ci sarebbe voluta una fotografia. Avrebbe spiegato bene, nei dettagli, la bellezza, l’intensità e la profondità del gesto che sto per raccontare. Ma, in una carcere, è severamente proibito portare cellulari e dunque dobbiamo rifarci alle parole e all’immaginazione.
Prima settimana di luglio. Siamo in un piccolo carcere tra Lugo e Pontevedra, nel nord della Spagna. A pochi passi da qui passa uno degli itinerari più famosi del cammino di Santiago. Frotte di pellegrini si vedono ai lati della strada che porta al centro penitenziario di Monterroso. Mi aspetta il cappellano che, con un sorriso, accoglie il visitatore che arriva da Madrid. A Rocco [il nome è di fantasia, n.d.r.], la persona che sto accompagnando da quasi 2 anni con visite periodiche, hanno cambiato carcere. A causa di lavori di ristrutturazione, adesso si trova in questa struttura che richiama molto le colonie marine degli anni dei nostri nonni. Il posto è bello, tranquillo anche se siamo sempre in un carcere. Con il cappellano ci muoviamo con disinvoltura, come se fossimo a casa nostra. Un saluto alle guardie, due parole in gallego con il responsabile e poi eccoci dentro nel modulo dove si trova Rocco. Entrare nella parte più intima dove vivono i carcerati fa sempre una certa impressione. Entri nella loro quotidianità e, come ho imparato da tempo, la prima cosa è sorridere a tutti e salutare tutti, segno che sei uno di casa.
“Adesso mi devi spiegare come si recita il Rosario”. E come si può insegnare a recitare il Rosario se non facendolo?
Il padre Manuel ci invita ad andare in cappella. A me offre il suo ufficio per parlare tranquillamente con Rocco, mentre lui in cappella prova le canzoni per la prossima messa con due reclusi: uno canta e l’altro, dice lui, dopo 20 anni ritorna a suonare il pianoforte, con buoni risultati. Nei primi venti minuti il dialogo verte su come sta e vedere quali possono essere i prossimi passi, visto che si avvicina il suo fine pena. Poi all’improvviso Rocco apre una cartellina e estrae 5 o 6 fogli che appoggia ordinatamente sul tavolo. Sono segnati dal tempo e dalla polvere rossa. Io li ricordo molto bene anche se mi ero dimenticato della loro esistenza. “Adesso mi devi spiegare come si recita il Rosario” dice estraendo un rosario di legno di Betlemme che gli ho regalato tempo fa. E come si può insegnare a recitare il Rosario se non facendolo direttamente? Faccio ogni passaggio lentamente, spiegando quello che bisogna fare, cosa significano i 10 grani e perché questi 10 sono separati da un solo grano. Rocco prende appunti, segna ogni singolo passaggio e soprattutto prega con me. È stato commovente vedere l’intensità con cui pregava l’Ave Maria. Testa reclinata, sgranava il rosario come se avesse davanti una statua di 2 metri di Maria. Dopo quasi un’ora e finite le ultime litanie, il suo volto è sereno. “Finalmente posso recitare correttamente il Rosario. Inizio già questa sera”. Io sono tra il commosso e lo stupefatto per quello che ho appena visto e vissuto. Usciamo dall’ufficio. Sono passate quasi 2 ore ed è arrivato il momento del pranzo. Ci abbracciamo. Rocco mi ringrazia e mentre me ne sto andando mi dice: “Il Rosario vale lo stesso se ho recitato il Padre Nostro senza le nuove modifiche. Io l’ho imparato così…”. “Figurati – gli rispondo –, vedrai che Maria non si offende. E neanche Gesù”. Possiamo dirlo senza dubbi: Rocco promosso alla scuola di Maria!