Più passano gli anni, più realizziamo che uno degli aspetti della nostra vocazione, come Missionarie di san Carlo, è di aprire le nostre case, perché diventino casa per molti, anzi per tutti coloro che Dio ci vuole affidare.
A Nairobi, da qualche settimana, ospitiamo sette bimbi con gravi disabilità durante tutta la giornata di sabato, permettendo in questo modo alle mamme di andare a lavorare. Attorno a questi bambini, c’è un avvicendamento continuo di giovani e adulti che dedicano del tempo gratuito a far loro compagnia. Abbiamo anche aperto casa nostra a ragazze che desiderino vivere un periodo in missione, affiancandoci in tutti i nostri incarichi.
Devo dire che questo accento delle nostre case mi dà tantissima gioia. Sebbene una persona possa essere particolarmente predisposta all’accoglienza, accogliere non è mai un atto frutto dell’istinto. C’è tanto lavoro di discernimento per capire come e a chi aprirci e accogliere.
Far entrare le persone dentro le mura di casa nostra implica sempre farle entrare dentro la nostra comunione. Non si tratta tanto di una predisposizione personale all’accoglienza, quanto di accettare di essere educate e formate da Dio, attraverso la nostra comunità, ad accogliere Suo Figlio, nel volto che vuole assumere durante quella particolare giornata.
L’accoglienza è una scuola di accettazione di sé: per amare il prossimo come se stessi bisogna imparare ad amarsi in profondità. È una scuola di amore verso la sorella che accoglie con te: a volte, può capitare che io pulirei i bimbi in un modo ma che la sorella lo faccia in un altro. Dopo un iniziale, istintivo fastidio, ringrazio il Cielo di essere insieme a lei. È una scuola di amicizia con tutti quelli che partecipano a questa accoglienza: penso ai tanti ragazzi che passano da casa nostra, con cui condividiamo momenti di carità pura che hanno la forza di trasformare ogni rapporto e renderlo familiare e vero.
L’accoglienza è una scuola di accettazione di sé.
Accogliere richiede tanta umiltà, soprattutto quando la convivenza è prolungata. Dopo un po’ di tempo, tutti conoscono i nostri caratteri, le nostre fragilità, i nostri limiti. Ogni finta immagine o idea cade e rimane la persona nella sua verità, così che noi che accogliamo e veniamo accolte a nostra volta.
Ho in mente, ad esempio, uno dei bambini che ospitiamo il sabato, con un’importante paralisi cerebrale che gli impedisce di parlare e che lo riempie di spasmi continui in tutto il corpo, soprattutto se deve mangiare e non riesce a deglutire bene. Qualche settimana fa, dopo avergli dato da mangiare con tantissima fatica, soprattutto da parte sua – lui coperto da un bagno di sudore e io da tutto il cibo che sputava per non ingozzarsi – mi ha detto, miracolosamente: “Thank you”. Gesù dice che quello che facciamo a uno dei suoi piccoli lo facciamo direttamente a Lui. Io penso che sia stato Gesù stesso a ringraziarmi e ad accogliermi attraverso quel corpicino contratto e quegli occhi buoni e veri, che attendo di rivedere ogni sabato.
È bella la strada che porta a casa e dove ti aspettano già, dice una canzone di Chieffo. Noi, attese e accolte da Dio, Lo attendiamo e accogliamo a nostra volta.