In occasione della scomparsa di Adriana Mascagni, pubblichiamo il ricordo di un nostro sacerdote.

Ci sono andato per la prima volta in prima liceo, nel 1995. All’inizio dell’anno c’erano i provini e la mia professoressa di educazione fisica aveva insistito perché ci andassi anch’io. Diceva che avevo una bella voce, anche se io non ci credevo. Frequentavo da qualche mese Gioventù Studentesca e in tanti aspiravano ad entrare nel famoso coro diretto da Adriana Mascagni. A quei tempi partecipavano circa un centinaio di ragazzi tra i 14 e i 19 anni.

Ricordo che il giorno del provino eravamo in tantissimi, stipati dentro un teatro, in piedi, tra una fila e l’altra dei sedili con la ribaltina alzata. L’Adriana era sul palco, seduta davanti a un tavolino, circondata da un nugolo di ragazzi che la aiutavano nell’organizzazione del coro. Dovevamo cantare una canzone a cappella davanti a tutti e io non sapevo quale scegliere. Quando toccò il mio turno intonai un imbarazzante “Fra Martino”. Tenore! Fu la sua sentenza. Così raggiunsi gli altri che stavano in fondo, dietro ai soprani: belle facce, dalla profonda Brianza alla Milano bene. Finiti i provini, iniziarono le prove. “Ave Vera Virginitas” fu il primo canto che il coro intonò con vigore, seguendo con prontezza il gesto poderoso dell’Adriana. Mi impressionò vedere come, da un gruppo di ragazzi come me, potesse emergere qualcosa di così bello.

Quello fu il primo di una serie di canti che pian piano imparai. In poco tempo entrai in una tradizione mai sentita prima: musica rinascimentale, medievale, gospel, israeliana, dalla liturgia ortodossa, dalla Russia, dal Madagascar… I ragazzi più grandi del coro ci insegnavano con pazienza le parti. Quasi nessuno di loro aveva studiato musica. Le prove erano esigenti, tutti i sabati, dalle tre alle sei del pomeriggio. Poi il martedì prova extra per i principianti, con uno dei suoi seguaci alla direzione. Il lavoro era tanto perché il coro doveva cantare alla messa di GS ogni lunedì sera nella chiesa di San Marco. Per non parlare del triduo pasquale, l’obiettivo principale delle nostre prove a partire dal mese di gennaio.

Le prove erano momenti pieni di impegno ed entusiasmo. In quegli anni si svolgevano nella palestra di una scuola, senza finestre e maleodorante. Credo che la metà dei partecipanti andassero al coro di GS perché erano innamorati di qualcuno del gruppo. In molti si sono poi sposati! Ma non importa: bastava stare lì per essere trascinati dentro qualcosa più grande di noi, che ci portava dalle melodie ai testi, dallo spirito dei compositori allo Spirito di colui che quei canti lodavano. L’Adriana non ci risparmiava nulla: ci sgridava, ci spronava, ci insultava con simpatia. Premeva sulle nostre pance perché imparassimo ad usare il diaframma. Tenori!! Era uno dei suoi gridi di battaglia: per correggerci o scuoterci dalla stupidera tipica di quell’età.

Come ha detto mons. Camisasca al suo funerale, l’Adriana è stata trasparente del dono che aveva ricevuto. È vero, ci ha sempre proposto il suo grande Amore. Nelle sue parole non c’era mai nulla di giustapposto. Se parlava, era perché credeva in ciò che ci diceva. Le storie descritte dai canti erano la scenografia nella quale ci immergeva con lei, perché “vedessimo” coi nostri occhi ciò che cantavamo. Il repertorio della Settimana Santa era sicuramente l’apice di questo lavoro. Nel suo modo c’erano gravità e tenerezza. Con lei era chiaro che, cantando per Dio, eravamo messi di fronte alla questione più seria della nostra esistenza. Ma ci accompagnava con tenerezza, valorizzando i nostri tentativi e trasformandoli in piccoli miracoli musicali.

Cantare con lei nel coro era un evento di conoscenza. Dopo le prove, dopo i concerti, dopo il triduo, tutti potevamo dire di aver conosciuto un po’ di più il Mistero di Dio. Accadeva attraverso la bellezza, le emozioni, il significato custodito in quei canti, scritti da coloro che avevano conosciuto Dio prima di noi. Ma c’era anche l’amicizia e la gioia, che suggellavano dal di dentro quell’evento di conoscenza, facendolo diventare parte della nostra vita per sempre. In tutto ciò l’Adriana era sempre con noi, protagonista e spettatrice di quello spettacolo. Godeva nel partecipare ancora di quell’evento e gioiva nel vedere gioire noi. Quando finiva il triduo tutti noi l’abbracciavamo, perché anche i cuori più duri sapevano di avere ricevuto da lei il regalo più bello.

Oggi l’Adriana non c’è più: se n’è andata in fretta, senza darci il tempo di salutarla. Ma il suo spirito invisibile è ancora presente. Ci guarda con dolcezza e accarezza i volti di tutti noi che siamo stati suoi figli.

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