«La mia vita è costellata di incontri che mi hanno donato molto, come pozzi d’acqua nel deserto, e che mi hanno aiutato a camminare». Don Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo e vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, ne ricorda alcuni, i più significativi e fecondi, in occasione dei suoi ottant’anni, in questa intervista a Fraternità e Missione. Memorie personali verso le quali traspare gratitudine e che si intrecciano con le pagine della storia, oltre che con l’esistenza di tante persone che, a sua volta, ha accompagnato.
Quali sono gli incontri che l’hanno resa l’uomo che è diventato?
Innanzitutto i miei genitori, intermediari di Dio dai quali ho ricevuto in dono la vita, la fede e la libertà. Quando, a quattordici anni, ho incontrato don Giussani al liceo Berchet, non è nata alcuna competizione, sono stati contenti di questo maestro che ha segnato la mia vita. E mio fratello, che è sempre stato punto di riferimento, di compagnia paziente e fedele e di maturazione. Decisivo poi è stato don Giussani, che mi ha aperto alla vita – io che ero silenzioso e avevo pochissimi rapporti – e all’infinito: non a un infinto “hegeliano” uguale al nulla, ma pieno di storia, letteratura, arte e filosofia, pieno dei volti concreti di Cristo e degli amici di Gioventù Studentesca.
Decisivo è stato don Giussani, che mi ha aperto alla vita e all’infinito
È stato un moltiplicatore di incontri, introducendo in me una “sete” di rapporti, tanto che sono diventato io stesso capace di generare relazioni. Tra gli incontri fondamentali ricordo assieme ai primi collaboratori della Fraternità san Carlo, don Gianluca Attanasio e don Paolo Sottopietra. E san Giovanni Paolo II, la persona che, dopo la mia famiglia e don Giussani, ha inciso di più sulla mia esistenza.
Che cosa ha rappresentato per lei Giovanni Paolo II?
Lo conobbi grazie a don Giussani, che dal 1978 mi affidò il compito di curare le relazioni pubbliche tra Comunione e Liberazione e la Santa Sede. Fino ai primi anni Novanta gli fui spesso vicino. Mi colpiva l’eccezionalità di un Papa che non smetteva di essere un uomo vero: poeta, filosofo e sportivo, libero da pose e paure, capace di umorismo e di osservazioni critiche senza diventare negativo verso nessuno. Forse, la sua eccessiva bontà fu per lui anche fonte di sofferenza. Dietro a questa umanità, però, c’era una profonda educazione alla fede, secondo lo stile polacco e un animo mistico forgiato dallo studio di santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce. Era un uomo dal rapporto intenso con Dio e con Cristo, vissuto senza ostentazione, con una nitida consapevolezza della propria missione profetica.
Ha conosciuto anche molti laici e personaggi famosi. Alcuni sono diventati amici.
In trentacinque anni a Roma e poi a Reggio Emilia dal 2012, dopo la nomina episcopale, ho incontrato mondi diversi, oltre a quello religioso e vaticano: musica, cinema, televisione, politica e sport. Potrei fare un’infinità di nomi, ma penso, in particolare, ad Antonello Venditti, a Pupi Avati e a sua figlia Maria Antonia, all’attrice Piera Degli Esposti, all’ex presidente del Senato Marcello Pera, a Giovanni Lindo Ferretti, ideatore e voce dei Cccp e dei Csi, a Iva Zanicchi, unica donna ad aver vinto tre Festival di Sanremo. Ma anche al giornalista Aldo Cazzullo, che negli anni romani è stato una compagnia preziosa, e alla scrittrice Susanna Tamaro. Da ciascuna di queste persone ho ricevuto qualcosa, non sono stato soltanto io a donare, ma sono stato arricchito a mia volta. Non ho mai trovato cuori chiusi: anche chi si professava non credente, agnostico o ateo, in realtà era interessato a un dialogo sull’umano.
Da ogni persona ho ricevuto qualcosa, non sono stato soltanto io a educare
Sono stato anche cappellano del Milan e ho conosciuto campioni come van Basten e Baresi, recentemente scomparso, Donadoni, Ancelotti, Maldini e naturalmente Arrigo Sacchi. Senza dimenticare Giuliano Razzoli, oro olimpico di sci alpino a Vancouver: da vescovo ho celebrato il suo matrimonio e battezzato i suoi figli. E Sara Simeoni, di cui ho benedetto le nozze.
La fede ha ancora qualcosa da dire al mondo di oggi?
Al mondo non so, alle persone certamente. La fede ci dice che non siamo soli, che non veniamo dal nulla e non andiamo verso il nulla. Che proveniamo da una paternità libera e amante, e che camminiamo verso di essa. La vita è fatta di gioie e dolori, avvenimenti comprensibili e altri destinati a rimanere oscuri, talvolta capaci di ferirci fino alla fine. Il punto non è che tutto sia chiaro, ma che nella nebbia ci sia luce, che il freddo possa essere abitato da un fuoco. È questo che le persone cercano. Don Giussani, leggendoci in classe Il focolare di Pascoli, ci mostrava la differenza tra un focolare spento, immagine di una vita senza senso, e la luce accesa da un incontro.
Incontra spesso giovani e famiglie?
In questa fase finale della vita, che duri mesi o anni, mi dedico ad ascoltare le domande dei giovani, per percepire il cuore pulsante del nostro tempo, e ai quali penso di avere qualcosa da trasmettere. Stare con i giovani è anche un modo per rimanere giovani. Le famiglie, poi, sono la linea avanzata del fronte: portano sulle spalle le responsabilità più gravi, come la fedeltà, la fecondità, l’educazione. Per questo devono essere accompagnate e sostenute.
È vero che l’idea della San Carlo le venne vent’anni prima della fondazione?
Nel 1965, alla fine del liceo, dissi a don Giussani che desideravo diventare prete, ma non diocesano: immaginavo una comunità di sacerdoti che vivessero insieme e fossero liberi di andare ovunque. Pensavo a una forma non monastica ma comunitaria e missionaria. Quell’intuizione – che non si realizzò subito, rimanendo in incubatrice fino al 1985 – non era soltanto un sentimento, era un’idea nutrita dallo studio della storia e della filosofia, di san Benedetto, san Francesco e san Domenico; irrorata dalle meditazioni di don Giussani ai primi ritiri del Gruppo Adulto. Da lì vennero i suggerimenti della casa e del silenzio, di una vita comune fino alla condivisione dei beni.
La Fraternità è cresciuta. Cosa desidera lasciarle in eredità?
Un padre vive due movimenti, generare e lasciare crescere, desiderando sempre che la crescita rimanga coerente all’origine. E ciò che desidero per la Fraternità san Carlo è che in essa sia sempre custodita la coniugazione tra vita comune e missione. La Fraternità san Carlo non è una comunità monastica, non pronuncia dei voti, secondo l’idea originaria di don Giussani che io ho assunto. Deve quindi coniugare quella che io ho chiamato “ossatura monastica” con la libertà per la missione.
Finché Dio me lo concederà, continuerò a testimoniare la fecondità di questo carisma
La vita della casa, cioè, non è chiusa in sé stessa, ma è al servizio della missione. In questo senso avverto una sana e feconda diversità rispetto alle Missionarie di san Carlo: l’immagine di “una famiglia in due istituti” mi sembra una definizione felice. Le Missionarie, infatti, portano una più marcata dimensione contemplativa e una più stringente regola comunitaria, espresse anche nei voti. La convivenza di queste due realtà missionarie è un dono di Dio: l’una richiama all’altra la libertà della missione e l’altra la profondità dell’adorazione.
Lei si è sempre speso per la Chiesa e per il movimento. Come ha vissuto questa duplice consegna?
Non l’ho mai percepita come un problema. Per me, la vita del movimento è sempre stata l’emergere della vita della Chiesa. Ho attraversato momenti drammatici, è vero, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, quando CL non era accettata da tutti e io stesso non fui ammesso in seminario. Ho incontrato avversioni e talvolta maldicenze. Naturalmente ho visto anche gli errori di alcune persone nel movimento, dovuti per lo più a ingenuità e giovinezza, ma anche ad arrivismo. Ogni attività umana, del resto, comporta sempre un rischio; ma, come scrive De Lubac in Meditazione sulla Chiesa, se volessimo eliminare ogni rischio, elimineremmo ogni vocazione. Un carisma può essere vissuto bene o male e tutti noi lo viviamo un po’ bene e un po’ male: nessuno ne è il proprietario impeccabile. Ma non ho mai avvertito difficoltà a vivere la Chiesa con il volto del movimento.
Come si è pastori alla sua età?
Aderendo a ciò che Dio chiede nel presente. Ogni età porta con sé un’offerta e una domanda. Oggi, per me, vuol dire innanzitutto portare nella preghiera i bisogni della Chiesa e del movimento. Finché Dio me lo concederà, continuerò inoltre a testimoniare la fecondità di questo carisma attraverso gli incontri personali e quelli con i gruppi di fraternità. Non so fino a quando l’età mi permetterà di farlo. Alla fine rimarrà ciò che è essenziale: l’offerta di sé.