La cronaca non ne parla quasi più. Qualche voce arriva, sporadica, dai missionari o dagli operatori sanitari. Sono però voci flebili, spesso trascurate. Insomma, l’Hiv-Aids è uscito dai radar della comunicazione, ma in Kenya è ancora una realtà. Una realtà fatta di stigma sociale, sofferenza, difficoltà nell’accesso alle terapie e ai farmaci. Un destino non dissimile da quello delle persone con disabilità.
Nelle periferie di Nairobi, la capitale, a portare avanti la battaglia quotidiana per la salute e la dignità umana sono i sacerdoti della Fraternità San Carlo e le suore Missionarie di San Carlo Borromeo. «L’impegno nei confronti delle persone affette da Hiv e dei minori con disabilità è stato strutturato secondo un criterio di distinzione tra l’ambito spirituale e quello medico — spiega Daniele Bonanni, sacerdote della Fraternità —. La parrocchia cura l’accompagnamento umano, relazionale e comunitario. Sul piano clinico e diagnostico, l’ospedale dell’arcidiocesi di Nairobi, affidato alla gestione della congregazione, costituisce un presidio sanitario avanzato».
In parrocchia, per le persone affette da Aids è attivo il “Meeting point”, un’esperienza che riunisce decine di persone per la preghiera, la lettura del Vangelo e la condivisione della propria condizione di vita. «Sono momenti — continua padre Daniele — che intendono rompere l’isolamento sociale che colpisce chi affronta la malattia, compresi i giovani che contraggono il virus per via materna e incontrano discriminazioni negli ambienti scolastici».
«La parrocchia cura l’accompagnamento umano, relazionale e comunitario. Sul piano clinico e diagnostico, l’ospedale costituisce un presidio sanitario avanzato»
Le suore missionarie si dedicano, in particolare, al sostegno delle famiglie con bambini affetti da patologie neuropsichiatriche o disabilità cognitive, come la paralisi cerebrale. «Nel contesto africani — osserva il sacerdote —, la disabilità viene interpretata come una colpa o un segno di punizione divina, portando spesso i padri ad abbandonare le famiglie e lasciando le madri in solitudine. Il programma parrocchiale prevede incontri dedicati al sostegno morale delle mamme e un servizio di accoglienza per i piccoli, offrendo alle donne la possibilità di svolgere un’attività lavorativa e procurarsi i mezzi di sostentamento».
Nell’ospedale diocesano vengono seguiti 450 pazienti affetti da Hiv, attraverso il lavoro di assistenti sociali che monitorano i dati di laboratorio e la continuità nell’assunzione dei farmaci, affrontando anche i frequenti casi di depressione correlati alla patologia. «La corretta aderenza alle cure — sottolinea padre Daniele — garantisce un abbassamento della carica virale, permettendo ai pazienti di condurre una vita ordinaria e azzerando il rischio di trasmissione del virus. Tra le iniziative promosse figura anche la cosiddetta “Graduation party”, un momento di celebrazione riservato alle madri che, seguendo le adeguate indicazioni sanitarie durante la gravidanza e l’allattamento, mettono al mondo e crescono figli sani e privi dell’infezione».
Accanto all’assistenza per l’Hiv, l’ospedale ha avviato da alcuni anni il programma sanitario denominato “Ujiachilie” — espressione swahili che significa “lasciati fare” — rivolto a 65 bambini con gravi disabilità fisiche o neurologiche. La struttura si fa carico dei costi e offre gratuitamente prestazioni di fisioterapia, terapia occupazionale e logopedia, sostenendo anche le ingenti spese per i farmaci antiepilettici e per i complessi interventi di chirurgia odontoiatrica.
La gestione economica di queste opere caritative, che comportano ogni anno costi rilevanti, viene sostenuta attraverso un modello diversificato. Oltre all’apporto di associazioni italiane e internazionali, è stato istituito un comitato di raccolta fondi formato da cittadini keniani benestanti, che contribuisce a coprire una quota crescente delle spese. Gli eventuali utili d’esercizio generati dalla struttura ospedaliera vengono reinvestiti nel fondo di emergenza “Good Samaritan”, destinato a garantire il pronto intervento medico ai pazienti che non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per accedere alle cure.
Questi sforzi quotidiani rischiano di essere messi in discussione dai mutamenti nelle strategie dei donatori esteri, in particolare degli Stati Uniti, che stanno imponendo un delicato trasferimento delle competenze al governo locale. «In questo contesto di transizione — conclude padre Daniele — c’è il timore di una interruzione nella distribuzione dei farmaci antiretrovirali e il rischio di costi insostenibili per le fasce più indigenti. Ciò potrebbe provocare una ripresa dei contagi. L’ospedale e la Fraternità stanno già lavorando con il governo di Nairobi affinché ciò non avvenga. Sarà un passaggio complesso, ma contiamo di farcela».