Ogni anno, noi Missionarie della Casa di formazione, insieme ai seminaristi della Fraternità san Carlo, visitiamo una città italiana per approfondire un periodo della storia dell’arte, accompagnati dal nostro professore Alessandro Rovetta. Poche settimane fa ci siamo immersi nell’arte e nell’archeologia cristiana dei primi secoli; e quale città meglio di Roma, dove abbiamo il privilegio di vivere, ne offre l’occasione? Già l’anno scorso, durante il Giubileo, ci siamo accorti del valore di abitare fisicamente nei luoghi percorsi dai primi cristiani. Così, anche in questi tre giorni, lo abbiamo riscoperto nel concreto delle opere antiche.
Abbiamo visitato soprattutto luoghi legati alla morte: mausolei, molti sarcofagi e soprattutto, nei sotterranei di Roma, le catacombe di san Callisto, di Priscilla e di Domitilla. Milioni di cubicoli e loculi di sepolture l’una sopra l’altra per occupare il minor spazio possibile, in corridoi bui e intricati. In questo ambiente tetro, umido e, possiamo immaginare, in passato pieno di cattivi odori, è stato sorprendente trovare tanti reperti di immagini bianche e colorate, e cogliere una nota di fondo comune a tutte, una nota di gioia e vita.
Una testimonianza di fede ci è giunta dai nostri amici cristiani venuti prima di noi
In particolare, l’immagine di un certo personaggio ci ha accompagnato per tutti i tre giorni: il profeta Giona. Sembrava proprio che Giona spuntasse a ogni angolo, affrescato con le braccia spalancate, alzate in aria, accanto al pesce, quasi a dirci: “Eccomi, sono tornato in vita!” Oltre a Giona, altre immagini raccontavano di risurrezioni, come quella di Lazzaro, e di guarigioni, come quella del paralitico che se ne torna a casa col suo lettuccio in spalla.
Questa espressione di vita è stata ancora più evidente visitando la chiesa di santo Stefano Rotondo, un grande edificio circolare inondato da una fortissima luce naturale. Le pareti sono affrescate interamente: dopo la croce di Cristo, una serie di martìri, uno dopo l’altro senza soluzione di continuità. Da santo Stefano lapidato, a san Pietro, sant’Agata, santa Caterina d’Alessandria, ai martiri divorati dalle belve nel circo romano, flagellati o bruciati vivi. Davanti a questi martìri, i più svariati e cruenti, la cosa che più resta impressa è la luce che riempie lo spazio, percorre le pareti e illumina una per una queste immagini, una luce fisica che è anche il segno dell’offerta gioiosa fatta da questi uomini.
In tutti questi luoghi dedicati alla morte, la sensazione che dominava alla fine delle visite rimaneva quella di tanta vita, gioia e risurrezione.
Perciò, si è reso vero per noi quello che ha scritto proprio poco tempo fa Papa Leone XIV nella Lettera apostolica sull’importanza dell’archeologia: «Anche un frammento di mosaico, un’iscrizione dimenticata, un graffito su una parete catacombale possono raccontare la biografia della fede». Una testimonianza di fede nella croce e risurrezione ci è giunta dai nostri amici cristiani venuti prima di noi, e proprio nei loro luoghi, qui, vicino alle nostre case.