Una volta, il filosofo tedesco Robert Spaemann raccontò di aver letto su un muro una scritta che recitava: «Dio è morto. Firmato: Nietzsche». Sotto, un buontempone armato di acuta ironia aveva aggiunto: «Nietzsche è morto. Firmato: Dio».
L’aneddoto mi pare leggere la nostra contemporaneità occidentale meglio di una certa retorica che tende a parlare della fede e della presenza cristiana in modo troppo funereo e pessimistico. Ciò che sorprende è che questo esercizio è spesso praticato più da chi la fede in Dio la condivide e la vive, piuttosto che da chi gli è estraneo. Beninteso: è chiaro a tutti che il mondo occidentale, che dalla fede cristiana è stato innervato e ha tratto tutto ciò che lo caratterizza, oggi l’abbia quasi ripudiata. Non solo le analisi sociologiche e i numeri (dei battesimi, dei matrimoni, dei funerali) ci raccontano di una società sempre più lontana dalla pratica religiosa, ma anche l’esperienza comune ci dice che una certa mentalità laicista ha ormai avuto il sopravvento su ogni ambito dell’umano vivere. È ovvio: chiunque perde le ragioni del proprio credo, finisce per accodarsi al pensiero dei più che, nella maggior parte dei casi, è a-cristiano o anti-cristiano. Rilevare tutto ciò è, semplicemente, un atto di sano realismo. […]
Massimo Camisasca ci aiuta ad affrontare il problema da una prospettiva nuova. E scrivo «nuova» perché diverso è il punto di partenza che l’autore invita a considerare: il secolarismo non è il nostro destino, per il semplice fatto che – per fortuna – non è tutto in mano nostra e non è tutto conseguenza dei nostri progetti e delle nostre capacità di realizzarli. Come scrive giustamente monsignor Camisasca, «lo Spirito Santo ci ha abituati a svolte imprevedibili e impreviste nel corpo della Chiesa».
Verificare il cristianesimo all’interno di gruppi amicali è un aspetto decisivo.
Piccoli segni di questo sono visibili anche a livello sociale nella nostra scristianizzata Europa: i 17 mila battesimi di catecumeni nella notte di Pasqua nella Francia dei Lumi, un certo risveglio religioso nei Paesi del Nord Europa, il sorpasso nel Regno Unito dei numeri dei cattolici su quelli degli anglicani nella fascia d’età 18-24 anni. Non sono fatti eclatanti, eppure sono significativi: ci dicono che, al di là di una certa patina dorata, il Secolo lascia inevase tutte le domande più importanti che la vita suscita (Chi sono? Da dove vengo? Che fine farò?). Anche per l’uomo del XXI secolo, il cristianesimo è la risposta più razionale e amorevole alle domande custodite nel cuore.
Il secondo aspetto che mi preme sottolineare è l’insistenza dell’autore sulla «comunione», che, nel suo aspetto pratico, si manifesta in «comunità» dove l’esperienza di fede è bussola e sostegno. Verificare il cristianesimo all’interno di gruppi amicali mi pare un aspetto decisivo, soprattutto nel tempo presente, caratterizzato da un solipsismo e soggettivismo esasperati, che ci rendono perfetti acquirenti di sempre nuove merci e di sempre nuovi ed effimeri desideri.
Le parole di Camisasca ci aiutano così a vedere dove, invece, una vita di comunità fiorisce, si esprime, fa germogliare accanto a sé altra vita, opere di carità, efficaci interventi sociali e politici. Scrive l’autore con formula felice: «Abbiamo tutti bisogno di riscoprire la materialità della vita cristiana attraverso fraternità ove l’orizzonte della comunione cosmica si colloca in un’esperienza quotidiana di vicinanza».
La riscoperta di questi luoghi, e la conseguente cura che se ne deve avere, mi pare il vero e decisivo compito che spetta a ciascuno di noi.
La Chiesa
Massimo Camisasca
Marcianum press
Venezia, 2025