Il dolore è divenuto attesa

La sofferenza della Madonna entra nella nostra, permettendoci di guardare il mistero del dolore. Una meditazione del rettore della Casa di formazione.

Don Simone Gulmini Sotero del Rio Santiago COPERTINA hp2
Un sacerdote della Fraternità san Carlo in visita ai pazienti di un ospedale di Santiago del Cile.

Perché il dolore? Che significato ha la sofferenza? È possibile una vita senza dolore?

Queste domande ci accompagnano sempre e non riusciamo a risolverle. A volte, per tirare un po’ il fiato, cerchiamo un anestetico, come quello che ci propone un aforisma della filosofia orientale attribuito al Buddha: «Novanta amori, novanta dolori. Trenta amori, trenta dolori. Un amore, un dolore. Nessun amore, nessun dolore».Sarebbe l’unica risposta possibile, se la nostra vita fosse solitudine: imparare a non amare. Certamente non sarebbe ragionevole, ma forse sarebbe l’unica possibilità.

Uno dei tratti caratteristici dell’arte barocca coloniale che ho conosciuto in America Latina è il realismo, l’insistenza con cui riproduce la sofferenza. È uno stile artistico che corrisponde a una sensibilità religiosa. Ho avuto modo di vederlo quando ero parroco a Bogotá. Le scene più rappresentate sono quelle della passione di Gesù. Le statue vengono decorate con abiti e capelli veri e cercano di mostrare, in un modo più vicino alla realtà, le ferite dei quaranta colpi di flagello sul corpo di Nostro Signore, e così le sue espressioni, i suoi sentimenti. Anche il suo dolore. Ogni anno, durante la Settimana Santa, tutto il popolo colombiano rivive nelle chiese e per le strade i misteri della passione. Gli sguardi di tutti sono calamitati da quelle ferite: mi sono sempre chiesto perché.

Senza dubbio, però, la statua più importante è la “Dolorosa”. È l’immagine della Madonna che stava in lacrime presso la croce su cui pendeva suo Figlio. Nella nostra parrocchia di Bogotá, quella statua si espone solamente durante la Settimana Santa. Due donne si incaricano di prepararla, adornandola con veri capelli e rivestendola con lunghi mantelli di velluto nero. Ha tra le mani un fazzoletto bianco con cui raccoglie il sangue di morte del Figlio, e sulle guance alcune lacrime che non si seccano e ci ricordano la spada che le ha trafitto l‘anima. L’affetto per Lei è così grande che le donne, quando la rivestono, ne cospargono il volto e le mani di crema, come se potessero prendersi cura della sua pelle. Chi entra in chiesa in quei giorni, passa a visitarla e le accende un cero. Poi, il Sabato Santo, ci si ritrova a pregare e a fare silenzio davanti a Lei, per accompagnarla ma anche per guardarla. Per comprendere il suo dolore.

Durante la Settimana Santa, vediamo Dio che entra nel nostro dolore, lo carica su di sé, si lascia sfigurare dal tradimento e dall’abbandono. Ha desiderato percorrere anche questo cammino, pur di non abbandonarci alle paure della nostra solitudine. Non ha voluto evitare il dolore. Non ha avuto paura di amarci. Una, trenta, novanta volte. Ecco la forza che attira su di Lui i nostri sguardi e che muove tutto il popolo colombiano a camminare insieme a Lui.

Quante volte Maria ha visto suo Figlio entrare nel dolore degli uomini! Quando era piccolo, e poi quando è diventato grande. Quante volte si è commossa per la sicurezza con cui Lui caricava su di sé il male, aprendo le porte di una vita più vera! Anche Lei guardava le ferite di Nostro Signore, le aveva guardate durante tutta la vita e aveva guardato il suo amore.

Ha imparato da Lui ad amare. Ecco come è si è trovata sotto la croce. Aveva imparato da Lui ad amare e allora lo ha amato fino alla fine. Gli ha fatto compagnia anche in quel momento terribile, quando ha visto la sua carne lacerata sotto i lacci del flagello e poi sotto il peso della croce. Ci colpisce la certezza con cui Maria  ha portato quel dolore. Non sapeva come sarebbe accaduto, e per questo ha avvertito come una spada che la trafiggeva, ma sapeva che suo Figlio avrebbe vinto la morte. Allora il suo dolore è divenuto attesa.

I nostri occhi sono calamitati su di Lei, e così il nostro cuore. Invece di spiegare il significato del dolore, o di anestetizzarlo, la “Dolorosa” entra nella nostra sofferenza con il suo fazzoletto bianco e le sue lacrime, e attende per noi la vittoria di suo Figlio. Possiamo imparare ad attenderla insieme a Lei.

Le esperienze raccontate in questo numero di Fraternità e Missione ci aiutano a entrare nel mistero del dolore, attraverso gli occhi dei nostri sacerdoti e delle persone che hanno incontrato.

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