Amici, vi propongo la riflessione geniale di Derrida. Nato nel 1930 ad Algeri, soffrì per le leggi razziali e la tragedia dell’olocausto. Fu «gigante della filosofia, il solo grande del nostro tempo». Io ho sostenuto in Russia la tesi di dottorato su Derrida, il cui pensiero è una vera ricchezza.
L’accoglienza, o ospitalità, costituisce il cuore pulsante del suo pensiero. Questo cuore Derrida lo ricevette da Levinas, che seppe valorizzare il giovane talento e la sua audace critica. L’accoglienza è, per definizione, accoglienza dell’altro. Questa espressione ha due significati, a seconda che l’altro sia il soggetto dell’accoglienza o l’oggetto accolto. Derrida chiarisce con sagacia questa doppia dinamica attraverso il doppio “sì”: il “sì” dell’altro che sempre precede; e il “sì”come risposta. In Gesù, fa eco il non cristiano Derrida al consanguineo Paolo, vi fu solo il sì (2Cor 1,19).
Noi diciamo “sì”al veniente, prima di ogni identificazione.
L’accoglienza è accoglienza non di chi decidiamo noi di incontrare, ma, nella logica della gratuità, dell’altro che viene. Qui il primato è dell’altro-veniente. Ma come specificare questo veniente? Noi diciamo “sì”al veniente, prima di ogni identificazione: che si tratti di uno straniero, un immigrato, un visitatore inatteso, «un essere umano, un animale o un divino». Del veniente, Derrida parla a volte alla terza persona: «ciò o chi viene e bussa alla porta»; altre volte con la seconda: «vieni, affrettati a entrare, vieni in me, non solo verso di me, ma in me». Questa è la legge dell’ospitalità incondizionata, assoluta, infinita.
Ma ciò è possibile? Ciò implicherebbe l’annullamento dei confini, la distruzione del luogo ospitante: Paese, casa ecc. L’accoglienza non può che essere condizionata, cioè storica, per salvaguardare il luogo ospitante. Perciò, la risposta è una tensione tra la legge incondizionata e le leggi condizionate dell’ospitalità: la prima da tradurre in leggi, queste da conformare alla prima. Questa tensione inaugura la dinamica della libertà e della responsabilità.
Qui cambia il soggetto, che non è più l’io penso di Cartesio, la razionalità astratta e calcolante della modernità, ma è l’io accolgo. Ma attenzione! Complice la radice latina di ospitalità hostis, che significa ospite e nemico, Derrida svela la contraddizione intrinseca nell’ospitare: c’è una fatica, non è tutto facile. Il veniente può capovolgere il rapporto, al punto che l’ospitante si ritrova ad essere ospite dell’ospite, anzi suo ostaggio, cioè in un certo senso “prigioniero”, in balia delle sue esigenze, ma anche “garante”, dunque responsabile per lui, responsabile dell’incontro. Derrida mina il nostro pensarci padroni di tutto e ci aiuta ad accogliere e perdonare l’altro che viene: in casa, parrocchia, movimento, mondo.
Qui sorge l’Io: «La parola Io significa eccomi, rispondente di tutto e di tutti». Derrida e Levinas pensano al Servo di Jahvè, che per noi è Gesù: Ecco, Io sto alla porta e busso: se qualcuno apre, io entrerò e cenerò con lui (cfr. Ap 3,20).