Hodi Yûyû, è permesso, nonnina?

Chi è il sacerdote? Nella vicinanza ai malati e alle famiglie, è colui che porta la carità e la vicinanza di Cristo. Una testimonianza dal Kenya.

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Gabriele Foti insieme ad alcuni parrocchiani di Mutuati , al centro del Kenya.

“Hodi Yûyû?’ Ûrî ûmwega? Wûni nî Batîrî Gabriel, Batîrî Mûcûnkû.” (“Permesso, nonnina, posso entrare? Come stai? Sono don Gabriele, il prete bianco”). Tutte le visite ai malati e agli anziani cominciano con queste parole, alle quali segue una breve risata, perché nessuno si aspetta che il prete bianco, l’unico europeo nel raggio di molti chilometri, parli un po’ di kimeru. Però gli anziani sono molto contenti di vedere il sacerdote che porta loro i sacramenti.

Mi trovo da un anno nel piccolo villaggio kenyota di Mutuati, nella contea del Meru. La parrocchia, dove sono vice parroco, è formata da quindici piccoli villaggi. La gente è per lo più contadina, con piccoli appezzamenti di terreno, che fatica a mettere assieme il pane quotidiano. Le scuole locali sono povere, per mezzi e istruzione, e l’abbandono scolastico è forte, a causa del facile guadagno offerto dalla coltivazione di una droga leggera e dalle tante giovanissime ragazze madri. I primi missionari stabili sono arrivati negli anni ’70. Il cattolicesimo si trova ora a competere con un’infinità di piccole chiese protestanti locali e i cattolici sono una minoranza: la fede cattolica non ha ancora attecchito ed è già in pericolo di estinzione.

L’opera del sacerdote è la comunicazione del rapporto salvifico con Cristo.

La visita agli anziani e ai malati è una delle mie attività principali, anche se poi mi occupo dei bambini della parrocchia e della visita alle scuole, della cura dei malati dell’ospedale della missione, delle piccole comunità parrocchiali sparse nel territorio e della cappellania di un monastero di clausura, non lontano da qui.

Durante la visita nelle case, mi sono trovato spesso di fronte a persone abbandonate a se stesse, in condizioni di salute precarie. Non di rado, dopo aver conferito i sacramenti, porto i malati all’ospedale per le cure necessarie. Come Protasius che, colpito da un ictus, era stato lasciato per terra dai parenti, in attesa della morte. Dopo la degenza in ospedale, si è un po’ ripreso e anche la famiglia si è resa conto che poteva prendersene cura. È poi salito al cielo, attorniato dai suoi cari.

O come Mwenda, un povero senza tetto, giovane e molto malato che, insieme ad alcune persone del villaggio, abbiamo accompagnato alla morte, trovandogli prima le cure migliori e poi preoccupandoci del funerale in tutti i dettagli. Lo scopo del mio sacerdozio in questa terra, dove i bisogni sono tantissimi e le possibilità molto scarse, è mostrare che il volto di Dio è Amore e che Lui stesso vuole prendersi cura dei suoi figli in ogni momento della loro vita. Dalla nascita alla morte.

Questo vale anche per Elija, bimbo celebroleso, abbandonato dalla mamma con il nonno anziano. L’ho trovato quasi per caso, mentre giocava nella spazzatura, sporco e malnutrito. Con i vicini di casa, abbiamo cominciato a prendercene cura, è stato battezzato nella chiesetta locale e affidato alle premurose attenzioni di alcune suore che gestiscono un ricovero per disabili.

Le persone hanno bisogno di vedere la fede all’opera, di toccare con mano come la carità cristiana si chini su di loro e li accompagni da vicino. L’opera del sacerdote non è quindi solo un’assistenza sociale ma soprattutto la comunicazione del rapporto salvifico con Cristo, che risana lo spirito e il corpo. Per questa ragione, ho incominciato a incontrare le persone che ancora non si sono sposate in chiesa, per mostrare loro la bellezza del sacramento nuziale. Questa opera di risanamento tocca anche i loro villaggi e le loro comunità, che partecipando alla loro gioia si fanno testimoni dell’opera di Dio. Ciò è possibile anche grazie all’amicizia con una famiglia locale di Cl, con la quale abbiamo ripreso a incontrarci per la scuola di comunità, per la caritativa, per ritiri e gite che stanno coinvolgendo persone dei vari villaggi, attirati dal nostro modo di stare assieme e giudicare la realtà.

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