La più bella tra le cose di quaggiù

Chi è il sacerdote della San Carlo? Dieci anni dopo l’ordinazione, un parroco di Milano risponde partendo da un’amicizia.

Milano 50° Sacerdozio Camisasca web
Una Santa Messa in San Carlo alla Ca’ Granda a Milano.

Il 25 giugno 2016 sono stato ordinato assieme ad altri nove fratelli. Dopo i primi anni di sacerdozio vissuti presso la nostra missione a Città del Messico, nel dicembre del 2020 sono stato richiamato a Milano. La missione milanese è variegata ed esigente, sia nel servizio alla Chiesa ambrosiana sia nel servizio alla vita del Movimento. Nel corso di questi dieci anni di servizio missionario, mi ha accompagnato costantemente la domanda: “Chi è il sacerdote? Chi è il sacerdote della Fraternità san Carlo?”.

Essere annoverato tra coloro che Cristo chiama a sé e, in questa preferenza, vivere un’amicizia stretta con Lui è la più bella tra le cose di quaggiù; è conforto avere un Amico cui aprire il mio cuore, confidare il mio desiderio di amare e di essere amato, affidare gli intimi pensieri del mio animo. Un amico su cui poter contare, che si rallegra con me, condivide il mio dolore e  mi incoraggia nelle difficoltà. Essere Suo, al di là della mia capacità o, a volte, dell’opacità del mio desiderio e del mio sentirmi indegno, diventa sempre più oggettivo: è oggettivo ciò che mi salva. Lui mi ha scelto e continua a scommettere perché Gli possa corrispondere liberamente, vivere a causa sua, tanto che «quello che di valido si fa è valido non perché lo si sente o si giudica tale, ma perché lo si compie per Lui», come ha scritto don Giussani. Gesù, tramite il dono dell’ordinazione, ha la pretesa di collocarsi al centro della mia vita, di essere il cuore pulsante che la origina. Se lo accetto, senza resistenze, divento sempre più capace di conoscerLo e di amarLo.

Questo è il compito: portare le persone dentro il dialogo col Padre Buono.

Però non sono solo un prete: sono un prete della San Carlo. Per me appartenere a Cristo e alla Fraternità è  una cosa sola, una scelta è già dentro l’altra in origine. Ormai tanti anni fa, quando ho re-incontrato Cristo in modo nuovo, tramite i nostri sacerdoti all’epoca in Portogallo, ho risentito dentro di me l’originaria domanda apostolica: Maestro, dove stai di casa? La novità che ha iniziato pian piano a definire la mia identità è stata accorgermi che il Maestro era misteriosamente presente nell’unità di quei sacerdoti. “La mia identità adeguata è l’unità di noi”, ha detto una volta don Giussani. Così la Fraternità è diventata casa anche per me. 

Nel tempo ho poi scoperto che alla comunione vissuta appartengono, misteriosamente e realmente, anche tutti gli uomini e le donne che incontriamo, tutte le persone che, in modo certo o ancora implicito, desiderano dare un nome al proprio desiderio di felicità: Cristo.

La nostra missione è il principio operativo di questa coscienza: la Parrocchia, l’insegnamento, il servizio alla vita del Movimento sono l’occasione di essere spettatori stupiti di ciò che Dio opera.

Un “luogo” di cui sono particolarmente grato è quello della Scuola di comunità. Ci troviamo insieme a una settantina di giovani lavoratori, con cadenza settimanale. Ogni giovedì sera il cortile della parrocchia si riempie, a volte ci sono anche altre scuole che usano gli spazi di Ca’ Granda: sono persone che desiderano vivere intensamente e paragonarsi con il metodo cristiano. Come afferma un contributo arrivatomi in preparazione alla vacanza della Scuola di comunità: «In questo periodo così bello e pieno, come quello che sto vivendo, mi accorgo che c’è bisogno che questa bellezza venga investita dal centuplo. E ho sperimentato che questo centuplo arriva dall’implicare la mia vita con la vita del Movimento. (…) Desidero che la realtà sia un dialogo con Chi me la mette davanti: smettere di essere io al centro, passare da “Ora questa come la risolvo?” a “Che cosa mi stai chiedendo? Che cosa vuoi che faccia?’’. La vita come preghiera, come dialogo con Dio Padre che me la mette davanti».

Questo è il compito del sacerdote, grato del dono ricevuto: portare le persone dentro il dialogo col Padre Buono, perché possano sperimentare nell’amicizia con Lui ciò che è bello e ciò che libera.

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