Essere fratelli non è una scelta. È qualcosa che corrisponde a essere stati chiamati alla vita dallo stesso Padre, un Padre che ci ha dato il suo “cognome” e ci ha messo assieme. I fratelli sono quelli che passa il convento: o li accetti o li accetti. Non è prevista l’ipotesi “soddisfatti o rimborsati”. La parola giusta è dono. I fratelli sono un dono, ci sono dati. Ed è questo che li rende sempre belli e amabili. I rapporti che nascono dalla fede sono misteriosamente molto più sorprendenti dei rapporti di sangue: superano ogni somiglianza, fantasia, probabilità, gusto e, senza dubbio, numero.
Nella nostra casa di Santiago del Cile, viviamo in sei sacerdoti. Eravamo sette fino a un mese fa, quando Diego, unico messicano tra tutti noi italiani, ha lasciato la missione dopo tredici anni per una nuova avventura missionaria. Veniamo da tutte le parti d’Italia: dalla Roma “scialla” alla Brianza che produce. Siamo stati filosofi e contadini, manager e professori.
Tra i miei fratelli e il Corpo di Cristo non c’era alcuna soluzione di continuità.
L’altro giorno, durante i quindici minuti di Adorazione eucaristica che seguono le Lodi, mi sono inginocchiato, come sempre, nell’ultima panca della cappella. È il posto da cui vedo tutti i miei fratelli davanti a me e l’Eucaristia esposta nell’ostensorio. Mentre li guardavo, mi scorrevano davanti tante immagini: la carità di quello che sempre lava i piatti e di quell’altro che accetta che io non li lavi mai; quello che lascia sempre le luci accese, quello che sbatte la porta: ma anche quello che di nascosto butta sempre la spazzatura o cambia il rotolo finito della carta igienica, evitando spiacevoli acrobazie a suo fratello; le risate della cena della casa del giorno prima ma anche la discussione accesa del mese scorso e il miracolo di cercarci il giorno dopo per chiederci perdono. Immediatamente ho avuto un’intuizione: tutti quei pensieri non erano distrazione ma il sorgere di una evidenza. Tra i miei fratelli inginocchiati e il Corpo di Cristo nell’ostensorio, non c’era alcuna soluzione di continuità. Erano un unico corpo. E lì ho capito ancora una volta chi è mio fratello.
Per questo, prenderci cura gli uni degli altri, vivere la carità tra noi, è il modo concreto con cui amiamo il Signore e, nello stesso tempo, il modo con cui Lui ci tocca. È per questo che in casa si compie per ognuno il miracolo di essere voluto bene, nonostante la miseria che, ormai dopo tredici anni di vita assieme, è impossibile nascondere. La casa è il luogo dove l’Incarnazione si fa famiglia, dove Cristo diventa così concreto e vicino da poterlo riconoscere perfino dal modo con cui uno trascina i piedi nel corridoio o apre la porta della cappella.
In fondo, il cuore della nostra missione è questo: invitare tutti a partecipare della familiarità con Cristo che sperimentiamo nella comunione tra noi preti. È questo che dovrebbero intuire i nostri vicini quando ci sentono ridere. È questo che scoprono le persone quando ci vedono assieme.
Sempre ci diciamo che la nostra prima missione è la casa, perché se esiste un posto così significa che possiamo mostrare agli sposi, ai ragazzi, ai poveri e a tutti, che il paradiso è già qui.