Il giusto che vive di fede

Nella solennità di san Giuseppe, proponiamo una meditazione di mons. Camisasca.

Guido Reni, «San Giuseppe con Gesù Bambino», 1640

Oggi celebriamo la solennità di san Giuseppe. Quanto più vado avanti negli anni, tanto più ciò che mi colpisce della sua figura è il silenzio. Come sappiamo, il vangelo di Marco non parla affatto di lui. Neanche san Giovanni ci racconta di lui. Il suo nome compare solo due volte in relazione a Gesù, il figlio di Giuseppe (cfr. Gv 1,45; 6,42). Solo gli evangelisti Matteo e Luca riferiscono alcuni episodi della sua vita, ma non riportano nessuna sua parola.
Pensando a Giuseppe, mi vengono alla mente due giganti della storia della salvezza: Abramo e Giovanni il Battista. Entrambi sono personaggi immensi per la loro totale disponibilità al cenno di Dio. Eppure più grande è l’obbedienza vissuta dal padre di Gesù.
Mi sembra saggia, perciò, la decisione degli evangelisti di non riportare nessuna sua parola. San Giuseppe è come sprofondato nel silenzio di fronte alla grandezza misteriosa dell’opera di Dio. Egli non la poteva certo misurare né con la mente né con il cuore. Poteva soltanto immergersi in essa, secondo una dimensione che la liturgia di oggi esprime così: in virtù della giustizia che viene dalla fede (Rm 4,13), rievocando l’espressione del profeta Abacuc, Il giusto vivrà mediante la fede (Ab 2,4), citata due volte da Paolo (cfr. Rm 1,17; Gal 3,11).

La straordinarietà di Dio si manifesta nella ordinarietà dell’esistenza.

Ecco dunque le due parole che più descrivono san Giuseppe: fede e giustizia. Egli è l’uomo giusto che vive di fede, tutto in lui è disegnato e delineato dall’obbedienza al mistero di Dio.
Tutta la vita del mite falegname si svolge davanti all’incommensurabilità dell’Incarnazione. Il Verbo eterno è entrato nel seno della sua sposa, Maria. Egli poteva stare di fronte a questo avvenimento solo in una continua adorazione. Tuttavia la cosa più sorprendente è che ciò sia avvenuto nella ordinarietà. Non c’è una vita più grandiosa di quella di Giuseppe e, allo stesso tempo, non c’è una vita più ordinaria, più quotidiana, più familiare della sua. La straordinarietà di Dio si manifesta nella ordinarietà dell’esistenza. Tutta la nostra storia si gioca nella disponibilità ai particolari della vita. I più piccoli “sì” ci dominano e ci determinano positivamente per sempre.
Ecco dunque il significato della paternità di Giuseppe e del suo patronato su tutta la Chiesa: nella sua persona si congiungono l’immensità irraggiungibile e incomprensibile di Dio e il suo manifestarsi nella ordinarietà della vita quotidiana.

Amen.

Omelia nella Solennità di san Giuseppe tenuta durante il ritiro della Curia vescovile. Reggio Emilia, 19 marzo 2018.

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