Il silenzio, la scoperta più importante della vita

La rivoluzione copernicana introdotta dal cristianesimo: dalla vita spirituale dipende la vita materiale, non il contrario. Come e perché vale la pena provarci

Particolare del mosaico nella cappella della Fraternità san Carlo a Roma, opera di Marko Ivan Rupnik e degli artisti del Centro Aletti (Foto Ciol).

A che esperienza ci riferiamo quando usiamo la parola silenzio? Don Giussani amava dire che il silenzio è la memoria di Cristo, cioè la presenza abituale alla mia coscienza della sua persona. Non è dunque esagerato dire che il silenzio è la scoperta più importante che un uomo possa fare nella sua vita, perché il rapporto con Cristo è ciò per cui siamo fatti, e la vita stessa ci è data proprio per arrivare a goderne.
Pensiamo alle esperienze che facciamo nelle nostre amicizie. Quando siamo profondamente legati a qualcuno, accade che la persona che amiamo e stimiamo si presenti spontaneamente nel nostro intimo. Qualcosa ci fa ricordare il suo volto o le sue parole. Pensando a lei, possiamo immaginare come reagirebbe alla situazione in cui ci troviamo. Queste persone sono come dei riferimenti costanti, rapporti costitutivi che definiscono anche il nostro mondo interiore. A volte siamo noi a richiamare questi amici alla nostra mente. E così i nostri pensieri si trasformano naturalmente in un dialogo.

Nel silenzio avviene qualcosa di simile: un dialogo tra me e Dio, fatto di riflessioni, domande, attese e risposte. Un dialogo che si svolge in me come una vita segreta, piena di fatti. Davanti a Dio esamino per esempio le mie intenzioni e metto alla prova desideri e affetti. A lui affido i miei progetti o le persone a cui voglio bene, offro il mio lavoro, gli chiedo aiuto nelle difficoltà. Gli domando perdono quando ho mancato, mi fermo a invocarlo, a ringraziarlo, ad ascoltarlo. A volte questo dialogo è mediato da Maria e dai santi, che sentiamo il bisogno di coinvolgere nel nostro colloquio. Anch’essi ci sono presenti come persone vive. Tutto questo è preghiera. Il silenzio diventa così la consapevolezza abituale della nostra dipendenza da Dio, che ha il volto di Cristo. Una dipendenza amata e ricercata, che genera il desiderio di vederlo, di incontrarlo e conoscerlo meglio, di imparare a vivere come lui, di stare alla sua presenza per adorarlo.

In tutte queste esperienze, mentre viviamo e agiamo nel mondo, noi poggiamo interiormente sulla presenza di Qualcuno in cui sappiamo di poter riposare. Nel dialogo con lui avvertiamo che la parte più vera di noi stessi trova pace e si compie. Proprio come accade nell’amicizia, che rende veramente umana la nostra vita.
Questo nostro io profondo che si realizza nella comunione con Dio si chiama spirito. Esso è ciò per cui siamo persone, esseri capaci di autocoscienza. Ecco perché don Giussani ha potuto definire la preghiera come il momento dell’uomo consapevole. In un passo bellissimo scrive: Quando questo momento diventa abituale, quando l’uomo comincia a diventare stabilmente uomo, comincia a esercitare un fascino che nessuno conosce di noi, tra i propri simili, perché è così raro. Veramente uno comincia a capire la dimensione dello spirito come preponderante e capace di investire la materia. Allora uno si trasforma.
Si tratta di una trasformazione reale. Senza silenzio infatti, possiamo certamente generare figli, lavorare e usare delle cose, perfino gestire complessi meccanismi economici o di potere. Ma non c’è dubbio che il vero splendore che è proprio della nostra umanità si realizzi pienamente solo in un rapporto personale con Colui che ci ha creato e ci ama. Nel tempo la familiarità con la preghiera rende diversi i rapporti che viviamo e il nostro modo di vedere le cose. Il nostro sguardo attraversa sempre più spontaneamente il velo delle contingenze e degli aspetti materiali dell’esistenza, per fissarsi con maggiore sicurezza su ciò che dura. Nel silenzio la storia si apre poi gradualmente davanti a noi come il grande teatro dell’iniziativa di Dio, e anche il male ci appare in una luce diversa e ci fa meno paura.

Nel silenzio la storia si apre gradualmente davanti a noi come il grande teatro dell’iniziativa di Dio, e anche il male ci appare in una luce diversa e ci fa meno paura.

Al contrario, l’assenza di silenzio che caratterizza di solito il nostro modo di vivere provoca una sorta di annebbiamento della nostra coscienza, e questa inconsapevolezza ci allontana dalle esperienze umane più vere e più belle.
Di fronte a una promessa di compimento che sentiamo vera, dobbiamo porci allora una domanda pratica, dalla quale tutto dipende. Che spazi concreti può trovare nelle nostre giornate questa preghiera continua che è la memoria di Cristo? Tutti abbiamo impegni e obblighi a cui non possiamo sottrarci. Al lavoro che ci impegna molto e ci vincola si aggiungono la cura dei figli o dei nipoti. Televisione e Internet, assieme al telefono cellulare sempre acceso, rischiano di rubarci i pochi spazi rimasti, a volte anche per la nostra debolezza. Come è possibile pregare incessantemente, se ciascuno deve per forza preoccuparsi anche di tante altre cose?, si domandava il pellegrino russo all’inizio dei suoi celebri Racconti. L’interrogativo non è affatto letterario, ma ci tocca tutti concretamente.
Per rispondere, dobbiamo tornare alla nostra esperienza. Quando abbiamo realmente desiderato qualcosa come si desiderano le cose di cui non si può fare a meno per vivere, prima o poi abbiamo trovato il modo per far spazio a ciò che volevamo. Innanzitutto dunque tocca a noi lasciarci attrarre dalla promessa del silenzio. Fermiamoci a considerarne il guadagno, senza farci subito riassorbire dalle tante cose che dobbiamo fare, e chiediamo allo Spirito Santo che ci mostri come viverlo. Gesù ha detto che ritroveremo il nostro cuore dove avremo messo il nostro tesoro.

Non ci sono altre condizioni richieste per iniziare a pregare. Anzi, abbiamo in realtà già cominciato. Basta allora che prendiamo delle piccole decisioni che ci permettano di liberare del tempo, e che rimaniamo fedeli agli impegni presi. Può essere una decina del rosario con mia moglie prima di chiudere la giornata, oppure un salmo da meditare prima di dire l’Angelus e uscire di casa al mattino. Forse questo mi richiederà di alzarmi dieci minuti prima, ma posso deciderlo. Posso poi rinunciare alla prima telefonata dalla macchina per tenere il pensiero sulle parole che ho letto, per affidare i miei cari a Dio uno per uno, per ricordarmi della situazione della Chiesa nel mondo. Posso usare qualche volta la domenica in modo diverso, mettendo in discussione abitudini acquisite. Durante una vacanza potrò trovare qualche ora in più da dedicare a una lettura che mi aiuti.
Chi comincia con poco, presto avverte l’esigenza di qualcosa di più. È già l’opera dello Spirito che ci fa capire quali sono le scelte ulteriori che dobbiamo fare, e guida il nostro cuore verso il suo compimento.

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